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Archivio della categoria ‘Poesia’

Ricordando il poeta degli ultimi ……

Scritto da carlo moretti

Piantu de Sardigna …..

Scritto da carlo moretti

Piantu de Sardigna

Tempus fidi chi sos betzos antigos,
chircaiana sa janna pro atteros mundos.
In sa terra, mama ‘e totu sos bios,
ifossadu hana sa rocca,
e fatu hana sas losas a sos jaios,
nende pregadorias e cun faghere de majaos,
han balladu, cantadu e onoradu.

Poi de tempus s’omine meschinu,
pius ha timidu cussos logos de riposu,
est intradu e hat isfasciadu,
catigadu cussu logu de rispettu,
comente alveghes in pasculu,
baddinosas e ignorantes,
han violadu sa memoria.

Chie pensende isfasciende ,
de acciappare su sidhadu,
cun muscas in manu est frimmadu,
non fint piramides d’Egitto,
cun siendhas e zente famada,
ma losas poberas e de rocca,
de s’antiga zente sarda.

Pagu frimmada de bellesa,
de sas antigas pinturias,
puru sas fintas jannas pintadas,
isfasciadas cu s’ispera de agattare,
istanzias pienas de sidhados,
istatuas chi figuran sos antigos,
chenza pessare a sos dannos.

Intende omine sardu,
su piantu de sas cosas antigas,
ca su chi fidi non torrada pius.

Amus piantu sa domos de janas,
ma ite narrere de sos runaghes?
Irrobados, isfattos annos de istoria,
cando sos sardos fin abiles navigadores,
e vivian in domos de pedra,
hana iscrittu tota s’istoria,
de s’Icnusa s’isola amada.

Los han lassados falare
chentza refrenu calecunu,
pedras carradas peri sas campagnas,
pro faghere muros e imbellittare cortes.
Istatuinas e barchitas d’onzi manera,
donadas o bendidas a zente furistera,
ch’ena coro o cuscéntzia.

Tantu a nois, sos sardos, indianos de Sardigna,
sunt bastadas sempre sa faffarutzas.
De totu s’inari balanzadu in terra sarda,
sos barones, sos meres e totu umpare
hana bene imparadu su gioghitu,
a nois toca sempre sa lemosina,
issos già si mandigana su restu.

E como c’amus guasi tottu isfattu?
Totu et in totue amus lassadu isfaghere?
Nos lamentamus che canes famidos,
preghende sa mantessi zente isfruttadora,
chi no diede tribagliu e bundantzia.
Candu su sardu ada cumprendere,
ch’est s’ora ‘e l’agabbare,
e no a che colare sempre chei sos maccos?

Debo cumprendere:
su mere est su mere,
ma nois non semus iscravos.
Sa terra nostra no anda bendida,
solu nois la podimus avvalorare.

Carlo Moretti
Testo depositato: Licenza Patamu: 21759

Chiaramonti, venerdì 8 maggio – Presentazione del libro “Carignos de ‘entu” di Maria Sale

Scritto da carlo moretti

CONCLUSA LA 54° EDIZIONE DEL “PREMIO OZIERI” di Antonio Canalis

Scritto da angelino tedde

A. Canalis e V. Ledda

 

 Festa di poeti e di scrittori, ma anche delle strane personalità alla cerimonia pubblica di premiazione dei vincitori della 54° edizione del “Premio Ozieri di Letteratura Sarda”. A giudicare dagli attestati di stima ricevuti e dall’affetto che ha circondato tutta la manifestazione, si ricava la cifra del prestigio e delle attese che la cinquantasettenne creatura di Tonino Ledda ha saputo conquistarsi in quasi sei decenni di duro e serio operare. Tangibile e sincera la soddisfazione degli autori e del pubblico presente. Come ormai succede da qualche anno, peraltro, l’attesa era forte. I dubbi e le incertezze, pure. Ma, come qualcuno ha opportunamente sottolineato, riuscire a navigare così a lungo in acque quasi mai serene, per il Premio è sintomo di “sana e robusta costituzione fisica” e, in definitiva, di una salute di ferro. Fortissima la stima e la considerazione che Ozieri riesce a calamitare dappertutto, in campo letterario e in tutte le branche ad esso legate. Perché anche il più acceso avversario non può fare a meno di riconoscere la primogenitura assoluta di un progetto culturale, che solo oggi è passato nella sua pienezza e annovera centinaia di imitatori ed epigoni.

La Giuria

 

Se un merito va riconosciuto al Premio ozierese, infatti, è proprio quello di essere una grande manifestazione di democrazia totalmente apolitica e apartitica: già dalle prime edizioni la partecipazione venne aperta a tutte le varietà di lingua sarda dell’Isola. Da quelle principali, fino alle più remote sfumature, comprese quelle che allora si definivano isole alloglotte (Alghero col catalano e Carloforte col genovese di Pegli, altrimenti detto tabarchino), e che oggi vengono definite, dagli esperti,  eteroglossie interne. I fatti, le proposte e anche le leggi più recenti, sia pure tardivamente, hanno dovuto prendere atto che l’unica linea valida, tracciata per la tutela della lingua e della cultura sarda, è quella portata avanti per lunghi decenni, in solitudine, dall’”Ozieri”. Ed oggi che il principio è passato “alla grande” e c’è una forte presa di coscienza generale sulla necessità di riscoprire le nostre radici per contrastare l’omologazione, è fin troppo facile navigare sulla scia. E proprio su questi temi si è indirizzata la linea del Premio in tempi di dibattito fin troppo acceso e guerra tra istituzioni nello spinoso settore della salvaguardia e tutela della “limba”, che ha acceso querelles ancora incandescenti e disorientato la pubblica opinione.

 

“Il momento è importante e in qualche misura strategico: come Associazione organizzatrice, sentiamo l’esigenza di essere ancora una volta protagonisti e “padri nobili” di un qualcosa che comunque ha lasciato tracce profonde nel mondo culturale sardo”, sostiene il presidente del sodalizio Vittorio Ledda. Un obbligo morale, di fatto, che ricade in capo a un’iniziativa che vanta una lunghissima e fiera militanza. Commozione e lunghi applausi sia per gli autori premiati che per le personalità che hanno ottenuto riconoscimenti che vanno ad arricchire il nutrito albo d’oro della manifestazione. Su tutti, l’emozione del Rettore dell’Ateneo Turritano Prof. Attilio Mastino, cui è stato consegnato dall’Assessore alla cultura della Città di Ozieri Giuseppina Sanna il “Trofeo Città di Ozieri”. Mastino ha sottolineato i meriti della antica rassegna ozierese e il prestigio di cui essa gode, non solo in Sardegna. Di forte impatto anche l’intervento dell’Assessore Regionale alla Cultura Sergio Milia, che ha indicato il Premio Ozieri quale motore instancabile a supporto di quella che è anche la linea del suo assessorato per un impegno e un’attenzione sempre maggiore nel solco della tutela e valorizzazione della lingua sarda e della cultura. Lo testimonia la collaborazione nella gestione delle tre ultime edizioni della Festa dei sardi: “Sa Die de sa Sardigna”. In sintonia l’intervento dell’assessore alla cultura della Provincia Daniele Sanna.

Cappellacci premia A. Longu

 

Sulla stessa linea il saluto del Presidente della Regione Ugo Cappellacci, che ha voluto essere presente a quello che egli ritiene un miracolo della cultura e della tradizione sarda interpretata in chiave moderna, autentico faro in un mondo tanto vicino al cuore di tutti i sardi. Momenti di pathos assoluto nella esibizione della formazione musicale “I Bertas”, cui è stato assegnato l’ambitissimo Trofeo “Provincia di Sassari”. Di prestigio assoluto i riconoscimenti conferiti al tenore Franceschino Demuro, ormai bandiera della lirica mondiale, partito dal canto a chitarra in limba sarda e al Professor Nicola Tanda, presidente della giuria, in occasione del trentennale della sua guida del Premio. A questi importanti riconoscimenti ed incoraggiamenti, si sommano le lettere di plauso, di auspicio e di incoraggiamento pervenuti da parte di Monsignor Angelo Becciu, Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana per gli Affari Generali. Ma i veri momenti d’attenzione e di emozione non sono mai mancati durante la recita dei lavori premiati nelle tre sezioni. Anche in virtù della folta schiera di giovani collocatisi nelle prime piazze: speranza, ma anche certezza per il futuro. In barba alle cassandre di turno.

È tempu…

Maria Teresa Inzaina

Undi di tricu moini
ill’aria bacinata
li passi liceri d’una femina
spichi  suai mugghjendi.
S’abbampani di spantu li pappai
striscian’ in fua a lu tripittu salpii.
Curona di pòara regina,
lu fruntali fiuritu a celi pogli
colba piena di fruttuli cumpriti.
Sabaci  l’occhj  accesi
almuniosa anda e sigura
baddharina di campu
fissu lu miramentu a l’orizzonti:
a la fini  d’un’ampiosa lascura
asettu d’alburi cantu d’ei friscura
ricreu  d’una cansata  disiciata …
Ma  è schessa l’umbra assuitata:
bruchi si pendini da l’alburi sfruniti.
Un trìmini illa schina
illi puppii  accinni d’ inchiittù.
Mùitu di frina la carigna e canta:
Arà a murì la bruca  e li chimuci
orrarani a  nascì a la  stasgjoni
e a lu soli chi saetta umbri e luci
frondi noi spagliarani curoni…”
E più a chiddh’ala di lu tulbamentu
discansu  brunu  prummittini
a attésu cuppi di frundalizia
chi no timi bruca.
Ventu a li spaddhi licéri
spigni lu passu straccu
a l’ultima cansata.
Suma gréi sò li frutti
di li tanti stasgjoni traissati.
Sponi  la colba.
Lu fruntali fiuritu
è abà un capitaleddhu
la tarra un lettu.
È tempu di drummì..

Maria Teresa Inzaina di Calangiuanus I Premio

Traduzione dell’autrice (che ringraziamo)

  • È tempo..
    Onde di grano muovono
    nell’aria abbacinata
    i passi leggeri di una donna
    spighe chinando dolcemente.
    Stupiti avvampano i papaveri
    serpi strisciano in fuga al calpestio.
    Corona di povera regina
    il cercine fiorito porge al cielo
    la corba colma di maturi frutti.
    Occhi di nero acceso
    sinuosa va e sicura
    ballerina di campo
    fisso lo sguardo all’orizzonte:
    al di là di una vasta radura
    miraggio d’alberi
    canto d’acque frescura
    ristoro..sospirato riposo.
    Ma è rada l’ombra raggiunta
    bruchi pendono dagli alberi spogliati.
    E per la schiena un brivido
    nelle pupille lampi d’inquietudine.
    Soffio di brezza l’accarezza e canta:
    “Morranno i bruchi e i deserti rami
    rivivranno alla nuova stagione
    e al sole che saetta ombre e luci
    fronde nuove spargeranno corone..”
    E là oltre il turbamento
    bruna quiete promettono
    chiome lontane di fogliame
    che non teme bruchi.
    Vento alle spalle leggero
    sospinge il passo stanco
    all’ultima fermata.
    Pesano i frutti
    delle tante stagioni percorse.
    Posa la corba.
    Il cercine fiorito
    è ora un piccolo cuscino
    la terra il letto.
    È tempo di dormire..

 

 A s’ater’ala

Giangavino Vasco

Ma chie b’at a bènnere
a m’attoppare, cando
ap’a fagher su brincu a s’ater’ala?
Sa fortuna ap’a tènnere,
presentàndemi, tando,
de ti bier in chim’ ‘e cuss’iscala?
Ti dia narrer: «Fala,
beni a mi che pigare,
si dignu so de te»,
ca ses tue su re
chi calch’ ’orta proadu ap’a pregare,
cun paga fide e gana,
in mutas de turmentu e de mattana.
A notte o a de die
at a èssere a s’ora
chi s’ùltimu biazu at a finire,
giompìndeche a inie,
dae sa vida fora,
e fora da’ su tempus de patire?
Ma nessi a m’iscaldire
un’àlidu b’at àere,
po ch’ ‘ogare su frittu
de su male chi afflittu
m’at cando dadu m’as sa rughe a tràere,
chi como, ti cunfesso,
a baliare in palas non resesso.
Cale lughe ap’a bìere,
sa prus jara ‘e su chelu
o cussa de sas framas de s’inferru?
Su dimòniu rìere,
o sintzeru un’anghelu
ap’a intender lieru o in inserru?
Su frittu de s’ilgerru
o s’ ‘eranu prus tébiu
m’at a bintrare in sinu?
Sighinde su caminu,
s’ànimu meu, ‘olandesiche lébiu,
at’a chircare pasu
in d-un’antigu affranzu, in d-unu ’asu.

Nell’aldilà

Ma chi verrà
ad incontrarmi, quando
farò il salto nell’aldilà?
Avrò la fortuna,
presentandomi, allora,
di vederti in cima a quella scala?
Ti direi: «Scendi,
vieni a portarmi su
se degno son di te»,
perché sei tu il re
che qualche volta ho provato a pregare,
con poca fede e voglia,
in periodi di tormento e di fastidio.

Notte o giorno
sarà nel momento
in cui l’ultimo viaggio finirà,
arrivando lì,
fuori dalla vita
e fuori dal tempo di soffrire?
Ma almeno a riscaldarmi
un alito ci sarà,
per mandar via il freddo
del male che afflitto
mi ha quando mi hai dato da trascinare la croce, che ora, ti confesso,
non riesco a sopportare sulle spalle.

Quale luce vedrò?
La più chiara del cielo
o quella delle fiamme dell’inferno?
Il demonio ridere,
o un angelo sincero
sentirò libero o rinchiuso?
Il freddo dell’inverno
o la primavera più tiepida
mi entrerà nel petto?
Seguendo il cammino,
il mio animo, volando via leggero,
cercherà riposo
in un antico abbraccio, in un bacio.

Giangavino Vasco  - Bortigali I premio ex aequo

 

 

CONCLUSA LA 53° EDIZIONE DEL “PREMIO OZIERI” di Antonio Canalis

Scritto da ztaramonte

La splendida cornice del Chiostro San Francesco, gremita di trecento persone, ha degnamente sostituito il Teatro “Oriana Fallaci”, indisponibile a causa di lavori di adeguamento, nella serata finale della 53° edizione del “Premio Ozieri di Letteratura Sarda”. A giudicare dagli attestati di stima ricevuti e dall’affetto che ha circondato tutta la manifestazione, si ricava la cifra del prestigio e delle attese che la cinquantaseienne creatura di Tonino Ledda ha saputo conquistarsi in ben oltre mezzo secolo di duro e serio operare. Tangibile e sincera la soddisfazione degli autori e del pubblico presente. Come ormai succede da qualche anno, peraltro, l’attesa era forte. I dubbi e le incertezze, pure. Ma, come qualcuno ha opportunamente sottolineato, riuscire a navigare così a lungo in acque quasi mai serene, per il Premio è sintomo di “sana e robusta costituzione fisica” e, in definitiva, di una salute di ferro. E poi, come tutti gli “arzilli vecchietti”, ci tiene anche a non farsi scontare… anni. Qui, proprio la matematica viene subito incontro: se la prima edizione si è svolta nel 1956, quest’anno si sarebbe dovuta celebrare la 57^. Non è così. Ma solo perché – nei fatti – alcune edizioni hanno avuto una gestazione biennale. A significare che talora la manifestazione ha dovuto cedere il passo a problemi (di solito economici), ma che ogni volta è riuscita a riprendere volitivamente il suo cammino. Tanto da conquistarsi il primo posto, indiscusso, nell’orizzonte culturale isolano. Gli effetti d’immagine durano tuttora e ricadono ampiamente sulla città e sul territorio.

Fortissima la stima e la considerazione che Ozieri riesce a calamitare dappertutto, in campo letterario e in tutte le branche ad esso legate. Perché anche il più acceso avversario non può fare a meno di riconoscere la primogenitura assoluta di un progetto culturale, che solo oggi è passato nella sua pienezza e annovera centinaia di imitatori ed epigoni. Se un merito va riconosciuto al Premio ozierese, infatti, è proprio quello di essere una grande manifestazione di democrazia totalmente apolitica e apartitica: già dalle prime edizioni la partecipazione venne aperta a tutte le varietà di lingua sarda dell’Isola. Da quelle principali, fino alle più remote sfumature, comprese quelle che allora si definivano isole alloglotte (Alghero col catalano e Carloforte col genovese di Pegli, altrimenti detto tabarchino), e che oggi vengono definite, dagli esperti, eteroglossie interne. I fatti, le proposte e anche le leggi più recenti, sia pure tardivamente, hanno dovuto prendere atto che l’unica linea valida, tracciata per la tutela della lingua e della cultura sarda, è quella portata avanti per lunghi decenni, in solitudine, dall’”Ozieri”. Ed oggi che il principio è passato “alla grande” e c’è una forte presa di coscienza generale sulla necessità di riscoprire le nostre radici per contrastare l’omologazione, è fin troppo facile navigare sulla scia. E proprio su questi temi si è indirizzata la linea del Premio in tempi di dibattito fin troppo acceso e guerra tra istituzioni nello spinoso settore della salvaguardia e tutela della “limba”, che ha acceso querelles ancora incandescenti e disorientato la pubblica opinione. “Il momento è importante e in qualche misura strategico: come Associazione organizzatrice, sentiamo l’esigenza di essere ancora una volta protagonisti e “padri nobili” di un qualcosa che comunque ha lasciato tracce profonde nel mondo culturale sardo. Un obbligo morale che ricade in capo a un’iniziativa che vanta una lunghissima militanza, e si trova invece, oggi, nella condizione di doversi districare in un groviglio di posizioni antitetiche e spesso conflittuali che non contribuiscono certo alla chiarezza.

Commozione ed applausi sia per gli autori premiati che per le personalità che hanno ottenuto riconoscimenti che vanno ad arricchire il nutrito albo d’oro della manifestazione. Su tutti, l’emozione del segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana Franco Siddi, cui è stato consegnato dal Sindaco di Ozieri Leonardo Ladu e dall’Assesore alla Cultura Giuseppina Sanna il “Trofeo Città di Ozieri”. Siddi ha calcato l’accento sul momento attuale della Sardegna in uno schietto e purissimo sardo campidanese compreso da tutto il pubblico presente. Di forte impatto anche gli interventi dell’Assessore Regionale alla Cultura Sergio Milia, che ha tracciato le linee dei programmi varati dal suo assessorato, in cui il Premio Ozieri ha avuto ed avrà ulteriore ruolo in virtù dei suoi trascorsi e dell’esperienza organizzativa dimostrata, in specie nella gestione delle due ultime edizioni della Festa dei sardi: “Sa Die de sa Sardigna”.

In sintonia l’intervento della Presidente della Provincia Alessandra Giudici. Momenti di pathos assoluto nella esibizione del coro “Cuncordu de Santu Lussurgiu”, cui è stato assegnato l’ambitissimo Trofeo “Provincia di Sassari” Ma i momenti d’attenzione e di emozione non sono mai mancati durante la recita dei lavori premiati nelle tre sezioni. Anche in virtù della folta schiera di giovani collocatisi nelle prime piazze: speranza, ma anche certezza per il futuro. In barba alle cassandre di turno.

 

Che tue, rosa mia – Giovanni Antonio Piga di Perfugas

Scritto da carlo moretti

Giovanni Antonio Piga(XVIII-XIX secolo)

Poeta di Perfugas, visse tra il 1700 e il 1800.

Che tue, rosa mia

Che tue, rosa mia,
in peruna zenia
non nde dent incontrare.

Gasi bella adattada
in persona adornada
non nd’esistit manc’una,
intesa e iscultada
e meda prezziada
ses pius de sa luna,
sola in mundu ses una
e det haer fortuna
chie ti det lograre.

Ses arca de Noè
e suspesu hat in se
su tou esaltamentu,
de su Chelu su Re
espost’hat tot’in te
su Nou Testamentu;
ogn’hora, ogni momentu
personas milli e chentu
ti solene pregare.

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Campanas isoltas – Custa poesia est istada iscrita dae Ziromine Zazzu de Piaghe in su 1977 e premiada in Putumajore.

Scritto da carlo moretti

A contivizu de Domitilla Mannu

CAMPANAS ISOLTAS

Tinnide subra ‘e ‘idda

a boghe manna,

o campanas isoltas

pro narrer a sa zente tramudada

chi su Gesus,

poveru fragelladu post’in rughe,

torr’est resucitadu

in custa Pasca.

 O frade de amore e de dolore,

non cumpresu sempre dai sos pius,

e como e tando,

dà un’ojada a sa terra

a bider cantos, a bider chie

a sos dissignos tuos

cun manna umilidade est pius a curtzu…

e naranos si b’at caminu

chi giutat custa vida

a campos fioridos de laores,

a calchi die de chelu…

chentza pretesa, a isperantzias noas.

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