Archivio della categoria ‘Cultura e arte’
Scritto da angelino tedde
Protagonisti: Pietro Canu e il prete Bachisio Usai.
Premessa
Abbiamo illustrato, utilizzando unicamente i regesti e qualche atto, vita quotidiana e morte a Chiaramonti negli anni 1826 e 1827. In sintesi ci siamo serviti di atti di compravendita di terreni, case e animali (e di
qualche capanna), acquisizioni di censi, trasferimenti degli stessi, redazione di testamenti di chiaramontesi o dei dintorni, che poi, come vedremo, non sempre moriranno dopo aver testato, ma che continueranno a vivere ancora per qualche anno.
Abbiamo conosciuto anche i protagonisti vincenti, in questo caso supponiamo gli acquirenti, e quelli perdenti, coloro che sono costretti a vendere, perché forse si erano indebitati con l’acquirente o forse perché avevano bisogno di liquidità per combinare altri affari. Abbiamo osservato anche con quali modalità si doveva redigere il testamento, cioè con una triplice preoccupazione: la salvezza dell’anima, la sepoltura del corpo, la destinazione dei beni. La disposizione sul luogo della sepoltura che poteva effettuarsi presso il cimitero della chiesa parrocchiale di San Matteo al Monte oppure sotto il pavimento negli oratori urbani di Santa Croce e della Vergine del Rosario o presso la Chiesa del Carmine attigua al Convento dei frati carmelitani, allora isolata dal centro abitato. Le salme, presumibilmente in una semplice bara di legno, venivano sistemate attraverso una scalinata nella cripta della chiesa, sotto il presbiterio o sotto qualche cappella laterale come nella chiesa del Carmine. Le diagnosi di morte non sono indicate negli atti, ma la tradizione parla di colpi apoplettici (ictus), di mal sottile (tubercolosi), di malattie gastro-intestinali, di arresti cardiaci e, per chi subiva degl’interventi chirurgici, di setticemia. C’era poi chi moriva d’incidente: incornate di tori, punture di vedova nera, cadute da cavallo, precipitando da alberi o da picchi rocciosi alla ricerca di qualche capra o altro animale da allevamento. Infine, vi erano casi di morte violenta: omicidi, suicidi, incidenti di caccia.
Cenni sul contesto storico europeo e italiano nel 1828:
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Scritto da carlo moretti
Poeta di Chiaramonti morto nel 1910, figlio del già noto poeta Bainzu Cossiga, “Su poeta christianu”.
1 Humanos, deh! cunfortade
un’alma posta de luttu!
Una Venus qu’ad succuttu
pianghet s’orfanidade!
2 Velada d’oscuru mantu
de sos annos in s’abrile
est Venus bella et gentile
versende amaru piantu;
sezzid’a sa tumba accantu
s’oggettu perdidu mirat,
non bidendelu suspirat,
pianghet s’orfanidade.
3 Mirade…! quanta est consunta
dai s’accerbu dolore!
Cuddu vermigliu colore
perdidu hat quale defunta.
Chissà quie l’hat compunta
ad piangher tant’et tantu?
Vanu no est su piantu,
pianghet s’orfanidade.
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Scritto da carlo moretti
Poeta di Chiaramonti, improvvisatore analfabeto molto fecondo d’idee, e spiccava anche in cantate bernesche.
Espugnada est sa muraglia
distrutt’est sa fortilesa,
chi hat factu cuss’impresa
devet giugher grand’iscaglia.
Sa muraglia est destruida
s’edifissiu est atterradu,
chie s’attaccu l’hat dadu
hat arriscadu sa vida;
senza corpu ne ferida
hat triunfadu in sa gherra
ch’hat distrutt’et postu in terra
una muraglia asi forte
chi inevitabile morte
pariat chi minettàda
a chie si b’accostàda
pro l’intimare a battaglia.
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Scritto da angelino tedde
Non abbiamo sotto gli occhi tutti i testamenti rogati a Chiaramonti nell’Ottocento, perché da quanto sta emergendo dalla loro lettura, sicuramente il testamento poteva essere consegnato, non solo al notaio del luogo di residenza, ma anche ad altro notaio e così per gli atti di compravendita e di altro tipo. In caso di malattia di questo e di un supplente notaio, come abbiamo già visto, poteva accogliere il testamento, nel rispetto dello stesso schema misto religioso e civile ad un tempo, lo stesso vicario parrocchiale.
Tutti i sudditi di Sua Maestà non potevano essere se non credenti per cui non si facevano problemi. L’alleanza fra il Trono e l’Altare funzionava talmente in sintonia che all’ora della Messa Grande o Alta, la domenica venivano chiuse, per ordine del Re, le stesse bettole. Chi poi non si recava a compiere il precetto domenicale veniva segnalato nel Registro dello Stato delle anime come inadempiente.
Per i ragazzi delle scuole normali e per gli stessi precettori benché religiosi vigevano gli obblighi mensili della Confessione e il conseguente accostamento alla Comunione e negli stessi giorni di scuola c’era l’obbligo della presenza alla Santa Messa. In genere si facevano due ore e mezzo di lezione la mattina e altrettanto il pomeriggio. Alla fine delle lezioni il precettore aveva l’ordine di far recitare l’Ufficio della Beata Vergine Maria.
Per non parlare dell’insegnamento della Dottrina Cristiana. Per coloro che non frequentavano la scuola c’era il parroco o uno dei suoi coadiutori o come a Ploaghe le Maestre della Dottrina Cristiana per il catechismo ai fanciulli.
A Chiaramonti i preti non mancavano, oltre al vicario parrocchiale Satta e al suo vice Cabresu, in paese erano presenti i sacerdoti Matteo Caccioni, Pietro Vincenzo Tedde, Bachisio Usai, l’ex presbitero carmelitano, oriundo bosano, Salvatore Masala, i tre carmelitani del Convento del Carmine. Per i chiaramontesi i curatori delle loro anime erano numerosi. Del resto come abbiamo visto, solo nel centro abitato c’erano due oratori (Santa Croce e Rosario) senza contare le chiese campestri di Santa Maria de Aidos, di Santa Maria Maddalena presso Orria Pitzinna e di Santa Giusta.
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Scritto da angelino tedde
Premessa
Nel 1827, nella Comune di Chiaramonti, come in tutti gli altri quasi 300 villaggi della Sardegna, la vita si
svolgeva soprattutto intorno al campanile di San Matteo al Monte verso cui le strade principali del paese tendevano a convergere, quali i carruggi, chiamati con vario nome: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa, piatta, carrela de su putu. Qualche sentiero campestre convergeva verso il Cunventu de sos Padres de su Carmine, detto appunto Caminu de Cunventu; altro carruggio saliva al contrario verso s’Oratoriu de su Rosariu, mentre dalla Piatta si scendeva verso s’Oratoriu de Santa Rughe e quindi a s’istradone che pericolosamente, a forma di serpente, da sa Rughe costeggiava la vasta e profonda conca, o depressione, di Putugonzu fino agli spuntoni di roccia alla periferia dell’allora centro abitato e poi proseguiva pericolosamente come sterrata lungo il pendio del monte per confluire nella sterrata prediale per Martis, passando per Erva Nana.
A sa Niera si stagliava superba, rispetto alle poche case basse adiacenti, quella che era stata il palazzo della nobile e grande possidente, mezzo chiaramontese e mezzo nulvese, donna Lucia Delitala Tedde, passato nelle mani agli oriundi ozieresi nobili Grixoni. Più a valle, a non molti metri di distanza dal palazzo Grixoni, si stagliava il palazzo dei possidenti Migaleddu che più tardi, con l’alleanza matrimoniale con un maresciallo dei carabinieri toscano, costituiranno la fortuna dei Rottigni, promotori come si sa della modernizzazione del villaggio tra Otto e Novecento. I beni di donna Lucia, valutati in 10 mila scudi, nel 1760 (probabile anno della sua morte violenta) erano stati devoluti, secondo testamento, dalla nobildonna, grazie all’assistenza spirituale di un gesuita, dopo l’esilio a Villafranca di Piemonte, al collegio gesuitico di Ozieri. I resti del patrimonio, dopo la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773, amministrati da una commissione apposita ozierese, che li dissiperà, giungeranno alla mensa vescovile di Sassari e successivamente, questi
resti dei resti, verranno devoluti alla costruzione dell’attuale Chiesa di San Matteo e della Santa Croce nell’area di sedime dell’abbattuto omonimo oratorio.
E probabile che sempre da Ozieri, all’epoca, fossero già insediati in paese, i Madau, quella che dalla seconda metà dell’Ottocento diverrà la più locupleta famiglia del villaggio, grazie all’apparentamento con i doviziosi Ruiu come documenterà il più ricco testamento dell’intero Ottocento tra gli atti rogati a Chiaramonti.
Nell’anno di cui esaminiamo gli atti vediamo agitarsi negli affari i Falchi e un certo Pietro Canu, benché in prima fila siano sempre membri del clero, seconda classe sociale privilegiata dopo in nobili, ma prima per dignità e per influenza carismatica sulle singole famiglie il cui ciclo della vita girava e sostava nella parrocchiale. D’altra parte il vicario e i suoi preti e i religiosi carmelitani coadiutori venivano utilizzati dal governo regio a molteplici funzioni civili che la pletorica assemblea comunicativa e i tre consiglieri col sindaco non erano in grado di svolgere.
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Scritto da carlo moretti
Idoli antropomorfi a schema di busto traforato
A questa varietà tipologica appartengono 44 statuine (nn. 81, 124). 43 sono scolpite su pietra: venti in marmo (nn. 81-92, 95-98, 119-120, 122123), ventidue in calcite (nn. 93, 100-118, 121) e una in calcare (n. 94). Una soltanto è plasmata in argilla (n. 124). Provengono: trentotto dalla provincia di Sassari, per l’86,36% (nn. 81-118) e sei, per il 13,36% dalla provincia di Oristano (nn. 119, 124). Il territorio del Comune di Sassari ne vanta ventinove (nn. 81-85, 91-114) ossia il 65,90%, quattro vengono dal Comune di Ossi (nn. 115-118) il 9,09%, tre da Alghero (nn. 86-88) il 6,81%, due da Portotorres (nn. 89-90),il 4,54%, due da Nurachi (nn. 119-120: 4,54%), due da Cabras (nn. 123-124: 4,54%) e una per ciascun comune ne hanno restituito Simaxis e Nuraxinieddu (nn. 121-123: ciascuno il 2,27%). Si rileva la forte concentrazione del luogo sacro di Monte

Fig.66. Sassari, necropoli ipogeica di Monte d'Accodi:Tomba II. Statuina femminile a placca traforata in marmo (scheda 98).
d’Accoddi: tredici statuine, cioè il 29,54%, tra “altare” (sette: nn. 104-110) e prossima tomba II (sei: nn. 98-103). Trentun idoli (nn. 70, 45%) sono stati rinvenuto in ipogei funerari, tutti nel Sassarese (nn. 81-103, 111-118). Sei (13,63%) vengono da raccolte superficiali in insediamenti neolitici dell’Oristanese (nn. 119-124) e sette sono stati messi in luce presso lo ziggurath di Monte d’Accoddi175.
I dati ambientali e statistici delle figurine a schema di busto traforato, meglio se spiegati a confronto con le situazioni degli idoli a schema di busto compatto, inducono alla constatazione di un momento culturale in mutamento, se non proprio mutato, e più recente nel tempo. Dico ciò non nascondendo che i dati sono incompleti e provvisori, tanto da poter rendere inefficace lo sforzo di trovare la chiave di lettura di una scrittura segreta difficilmente decifrabile. Dal confronto dei dati risultano evidenti le diversità tra le due tipologie figurative in fatto di estetica e di tecnica nonché di creatività, il che va di pari passo con le differenze di distribuzione e di allogamento delle statuine.
Mentre gli idoli a busto compatto toccano luoghi di tutte quattro le province sarde sino nel profondo interno, quelle a busto traforato si contraggono fortemente nello spazio geografico isolano, riducendosi a siti soltanto delle Provincie di Sassari e Oristano e di aree delle stesse contenute circa tra duecento e mille chilometri quadrati. Quanto alla localizzazione, se la prima categoria di idoletti trova posto in caverne naturali, ipogei, luoghi sacri e soprattutto villaggi (54,9%), col minimo numero degli ipogei (15,61%), la seconda categoria privilegia gli ipogei (70,45%), ma declassa al 13,63% gli insediamenti abitativi. Per di più va notato che le grotticelle artificiali con statuine a busto traforato sono tutte nel Sassarese e soltanto nella cintura di Oristano dove, al tempo degli idoli a schema di busto compatto operava brillantemente nella fabbrica di figurine di terracotta il centro di Cùccuru Arrìus dal quale non proviene più alcun idolo a busto traforato. Il che fa supporre il venir meno dell’attività del laboratorio, per mancanza di richiesta dei committenti più umili cui si confaceva l’acquisto del corrivo prodotto in argilla.
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Scritto da angelino tedde
Sguardi storici a cura di Angelino Tedde
Premessa
Dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo (1814), i sovrani europei avevano imposto, con fini strategie, la restaurazione del potere assoluto e l’alleanza fra il Trono e l’Altare.
Un’altra Europa sotterranea però covava come il fuoco sotto la cenere: massoni, carbonari e altre società segrete oltre che giovani pensatori del livello di Giuseppe Mazzini (Genova 1805-Pisa 1872) e giovani combattenti per la libertà come Giuseppe Garibaldi ( Nizza,1807- Isola di Caprera 1882) allo scopo di rovesciare i sovrani dai troni e imporre la democrazia sperimentata durante la rivoluzione francese.
L’Italia era divisa in 7 Stati: Regno di Sardegna (gli Stati dei Savoia), Regno lombardo Veneto (Austria), Ducato di Parma e Piacenza (Maria Luisa d’Austria, moglie di Napoleone) Ducato di Modena e Reggio(Asburgo d’Este), Granducato di Toscana (Asburgo Lorena), Stato della Chiesa (Pio VII), Regno delle Due Sicilie (Ferdinando I di Borbone). Da questa divisione dell’Italia erano passati 11 anni.
I Savoia, che già possedevano il Ducato di Savoia, il Principato del Piemonte, la Contea di Nizza, il Genovesato, dal momento in cui erano diventati re di Sardegna (1720), continuavano a governarla per mezzo di vicerè che si avvicendavano di triennio in triennio con residenza Cagliari. Tra i più noti e attivi viceré, dal 1735 al 1738, si era contraddistinto, per la sua determinazione repressiva Carlo Amedeo Battista Marchese di San Martino, d’Aglié e di Rivarolo, già severo comandante delle sabaude galere. Non se ne stette a dare ordini da Cagliari, ma a capo di un discreto contingente militare, visitò i villaggi più turbolenti dell’Isola, gettò nelle carceri ben 3000 pregiudicati, ne fece impiccare con rituali efferati 400 ed esiliò anche gl’intoccabili nobili divisi tra fautori della Spagna, dell’Austria e nuovi fautori del Piemonte. Le visite ai paesi dell’Anglona e della
Gallura lo videro severo nei confronti dei capifazione di Nulvi e di Chiaramonti (i Tedde e Delitala) che mandò al confino per un biennio. Più tardi ci volle l’opera missionaria del gesuita piemontese Giovanni Battista Vassallo dei Conti di Castiglione che abbandonato l’insegnamento universitario a Cagliari si diede a predicare la parola di Dio tutti i villaggi della Sardegna e a promuovere le paci tra famiglie rivali, tra le quali i Tedde e i Delitala di Chiaramonti e Nulvi, e altre della Gallura. Tra l’altro compose un catechismo e dei gosos ai santi patroni in sardo logudorese. Chiudiamo, per ora, questa finestra sul Settecento e torniamo all’Ottocento a cui si riferiscono gli atti notarili
Il primo secolo del dominio sabaudo
Nel corso di oltre cento anni (1720 -1826). i sovrani sabaudi avevano provveduto ad imporre un maggior ordine nel bilancio del regno; a vigilare sugli arbitri di oltre 300 feudatari sardi e spagnoli (assenti questi ultimi, ma rappresentati da appositi podatari); a restaurare le università di Cagliari e di Sassari, (1760-65), chiamandovi ad insegnare illustri studiosi di Terrafema; a restaurare le scuole inferiori (Umanità e Retorica), istituendo 7 classi che andavano dalla VII alla I , definibili classi boginiane); ad imporre l’uso dell’italiano sia nelle scuole accessibili dei collegi religiosi sia negli atti pubblici ed ecclesiastici; ad emanare l’editto delle chiudende per lo sviluppo dell’agricoltura, che appariva ai sovrani illuminati un modello economico più adatto alla “felicità dei sudditi” rispetto al modello scarsamente produttivo del pascolo brado; ad istituire, per la prima volta, nel 1823, le scuole normali triennali (elementari ante litteram) per insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto, la dottrina cristiana e il catechismo agrario ai ragazzi, allo scopo di dare a tutti i giovani sudditi un minimo di istruzione, e offrire ai talentuosi meritevoli, l’opportunità di proseguire gli studi medi e l’eventuale conseguimento di uno, di due, di tre o dei quattro gradi universitari (il triennale magisteriato, il biennale baccellierato, l’anno di licenza e, da ultimo, il curriculum massimo della laurea). In pratica le università sarde sfornarono maestri d’arte, bacellieri, licenziati, laureati nei tre corsi universitari esistenti: il più ambito Teologia, al secondo posto Leggi e al terzo Medicina, la cenerentola fra le tre lauree perché di scarse occasioni di carriera e di rimunerazione. Dopo quest’altra finestrella, torniamo alle neonate scuole normali, dette in piemonte comunali, nel Genovesato elementari, nome che poi, nel 1841, Carlo Alberto imporrà nei citati suoi 5 Stati, amministrati secondo le leggi proprie di ognuno, contrariamanete a quel che in genere si pensa, e purtroppo, alcuni storici distratti e improvvisati si scrivono.
Queste prime vere scuole popolari pubbliche, (anticipate dalle informali scolette parrocchiali con pochi privilegiati alunni), (catechismo e grammatica), furono messe a carico della Comunità, sotto la provvidenza del sindaco per i locali e le attrezzature e la sovrintendenza didattica e morale del parroco, per la vigilanza sui precettori che in genere erano i viceparroci o, se c’erano dei religiosi, questi ultimi. Solo in mancanza di sacerdoti, in poche piccole comunità, si ricorreva a scrivani, a segretari comunitativi, a chirurghi e altri graduati all’università. Le spese del funzionamento erano a carico della Comune o Comunità, costituite da assemblee comunitative e da tre consiglieri che coadiuvavano il sindaco (1791) nella propria casa, un abbozzo ancora grezzo e informe di quello che più tardi diventerà il Comune autentico (1848), l’unica istituzione paragonabile a quella attuale.
Per le spese delle scuole, se non c’erano lasciti, si affittava un terreno comunitativo e dal ricavato si pagavano le spese per i locali, per il precettore e per le attrezzature.
Torniamo però al 1826. Le campagne del territorio chiaramontese continuavano ad essere chiuse con i muri a secco e naturalmente chi più si poteva allargare si allargava, anche se non più di tanto, perché c’erano ancora i latifondi del feudatario spagnolo. Con la chiusure si rendeva più difficoltoso per la Comunità il diritto di legnatico, di acqua, di raccolta delle ghiande e altri prodotti per continuare a praticare “l’economia del maiale” come la chiamano gli studiosi. Per le semine c’erano ancora gli ademprivi, vale a dire sos padros, che gli abitanti utilizzavano con semine a rotazione e con disaffezione, per il frumento necessario per la sussistenza degli abitanti del borgo ai quali veniva dato in uso un appezzamento di terreno.
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