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	<title>Chiaramonti, il portale delle vostre idee &#187; grazia deledda</title>
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	<description>Il libero spazio per le vostre opinioni</description>
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		<title>LA DAMA BIANCA di Grazia Deledda</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vicino ad uno dei più pittoreschi villaggi del Nuorese, noi abbiamo un podere coltivato da una famiglia dello stesso villaggio. Il capo di questa famiglia, già vecchio, ma ancora forte e vigoroso, &#8211; strano tipo di sardo con una soave e bianca testa di santo, degna del Perugino, &#8211; viene ogni tanto a Nuoro per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/04/contadino.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2686" style="margin: 5px;" title="Contadino" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/04/contadino-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Vicino ad uno dei più pittoreschi villaggi del Nuorese, noi abbiamo un podere coltivato da una famiglia dello stesso villaggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capo di questa famiglia, già vecchio, ma ancora forte e vigoroso, &#8211; strano tipo di sardo con una soave e bianca testa di santo, degna del Perugino, &#8211; viene ogni tanto a Nuoro per recarci i fitti ed i prodotti del podere, e ogni volta ci racconta bizzarre storie che sembrano leggende, invece accadute in realtà tra i monti, i greppi, e le pianure misteriose ove egli ha trascorso la sua vita errabonda, e a molte delle quali egli ha preso parte&#8230; Egli si chiama zio Salvatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco dunque l&#8217;ultima storia che egli ci ha raccontato, che molti non crederanno, e che pure è realmente avvenuta in questa terra delle leggende, delle storie cruente e sovrannaturali, delle avventure inverosimili.</p>
<p style="text-align: justify;">Era una notte di maggio del 1873. In una capanna perduta nelle <em>cussorgias </em>solitarie del villaggio di zio Salvatore, due giovani pastori dormivano accanto al fuoco semi-spento. Fuori, vicino alla capanna, le vacche dormivano nell&#8217;ovile di pietre e di siepe, e la luna d&#8217;aprile, tramontando sull&#8217;occidente di un bel roseo flavo, illuminava la campagna sterminata, nera, chiusa da montagne nude, a picco. A un certo punto uno dei pastori si svegliò, e rizzandosi a sedere guardò se albeggiava. Visto che la notte era ancora alta ravvivò il fuoco, e, a gambe in croce restò un momento muto, immobile, tormentato da un pensiero; poi svegliò il compagno.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano entrambi bruni, simpatici e forti, ma il primo svegliato, che si chiamava Bellia, cioè Giommaria, era più alto e ben fatto, con una testa signorile che colpiva, e faceva chiedere se a chi apparteneva non era figlio di qualche ricco Don.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2684"></span></p>
<p style="text-align: justify;">- Antonio? &#8211; chiamò, scuotendo il compagno per svegliarlo.  - Che c&#8217;è? Cosa accade?&#8230; &#8211; rispose Antonio, balzando a sedere inquieto e con gli occhi spalancati. &#8211; Che cosa c&#8217;è?&#8230; &#8211; Nulla. Ti ho svegliato per dirti una cosa. Senti. È la terza notte che sogno il medesimo sogno. Io non credo ai sogni, ma perdio, quando si sogna per tre notti di seguito sempre la stessa cosa, c&#8217;è da pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">- Mi hai svegliato per ciò? &#8211; chiese l&#8217;altro con un sorriso scettico e di compassione. &#8211; Hai forse tu sognato che ti portavano alla forca? &#8211; No &#8211; esclamò Bellia senza scomporsi. &#8211; Senti. Mi appare sempre in sogno una signora vestita all&#8217;antica, così credo io perché le signore ora son vestite diversamente, con un mantello di velluto bianco che la copre da capo a piedi. Ha il volto bianco come il suo manto, e gli occhi neri, enormi, con sopracciglia arcuate, folte e congiunte, e i capelli, pure neri, attortigliati intorno alle orecchie&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Beh! Come le Olianesi! &#8211; esclamò Antonio con ironia, che si interessava poco a quel sogno e aveva molta voglia di riaddormentarsi. &#8211; È sempre la stessa&#8230; tre notti di seguito, comprendi? &#8211; Cosa diavolo ti fa? Sognare delle dame, perdio! &#8211; Aspetta. Mi guarda a lungo, con quegli occhi severi bellissimi che mi fanno paura e meraviglia, e mi dice: «Bellia, cammina, cammina! Va nei campi di San Matteo, presso il bosco, vicino al torrente. Troverai una pietra di granito, a dieci passi dal torrente, presso il primo albero del bosco, il più grosso che c&#8217;è. Leva la pietra: troverai un&#8217;altra pietra fissa al suolo. Leva anche questa e vedrai una croce di ferro posta attraverso ad un buco. Bellia, cammina  cammina, arriva oggi stesso: altrimenti i tuoi passi saranno perduti e il demonio s&#8217;impossesserà della tua fortuna».</p>
<p style="text-align: justify;">- Accidenti, che bel sogno! &#8211; gridò Antonio. Ma, nonostante la sua scettica ironia, egli sentì un brivido serpeggiargli per</p>
<p style="text-align: justify;">le reni. Nella sua infanzia aveva udito tante storie di tesori nascosti, custoditi dal diavolo che se ne impossessava, se dopo un certo tempo non venivano ritrovati, e nella sua prima giovinezza gli era accaduto un fatto strano di quel genere: una notte, fuggendo attraverso un bosco, inseguito dai carabinieri, perché allora egli latitava, imputato di un omicidio di cui più tardi era stato assolto, aveva veduto, al chiaro della luna, un mucchio di splendide stoffe, broccati, panni fini e sete, e due vasi pieni d&#8217;oro, e aveva chiaramente sentito una voce, uscente dal prezioso mucchio, dirgli: &#8211; Fermati, tutto è tuo, fermati! -.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, poco distante, egli udiva il passo dei carabinieri e gli era impossibile fermarsi: quindi proseguì la sua corsa. Scampato il pericolo, l&#8217;indomani tornò a quel sito, ma invece di stoffe trovò grandi pietre di granito nero in forma di pezze, e due tronchi bruciati che conservavano la figura di vasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad onta di tutto ciò egli, che credeva solo alla realtà delle cose, derise il proponimento di Bellia di recarsi, appena fatto</p>
<p style="text-align: justify;">giorno, al piano di San Matteo per cercare la pietra indicat a dalla bianca dama del sogno. Ma l&#8217;altro, che non prestava anch&#8217;esso molta fede ai sogni, ma che ad ogni modo voleva assicurarsi, restò nella sua decisione per tutto il resto della notte e sarebbe senza alcun dubbio partito, se all&#8217;albeggiare, entrato nell&#8217;ovile, non avesse trovato una delle sue migliori vacche, ammalata: era una bella vacca grigia, alta e intelligente, a cui Bellia voleva bene più che al resto delle sue vacche, e che chiamava col dolce nome di <em>Bella mia</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;improvviso malore di <em>Bella mia </em>gli fece scordare lo strano sogno e il progetto di recarsi al sito indicatogli dalla dama. Andò invece al villaggio e condusse con sé un vecchio pastore che conosceva e curava ogni più grave malattia del bestiame. Ma neppure zio Lallanu poté conoscere che razza di male fosse quello di <em>Bella mia</em>. Era un mistero: si sarebbe detto che la vacca era avvelenata o che avesse qualche spirito maligno in corpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Neppure il veterinario, neppure il medico condotto seppero dirne nulla. Tuttavia dopo qualche giorno <em>Bella mia </em>guarì improvvisamente, misteriosamente, come si era ammalata, e riprese a vagare tranquilla con le compagne, attraverso i campi freschi, tra i fieni odorosi di margheritine, con grande contentezza di Bellia che, naturalmente, non pensava più di andare lassù, nei piani rocciosi di San Matteo.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche tempo dopo, però, Bellia e Antonio, cambiando le vacche da un pascolo all&#8217;altro, passarono per caso lassù. Era un lembo bizzarro di paesaggio: campi deserti e selvaggi di montagna, pieni di roccie e di felci, circoscritti da boschi di elci secolari e chiamati <em>campi di San Matteo </em>da una chiesetta pisana distrutta, là vicina.</p>
<p style="text-align: justify;">I due pastori ricordarono il sogno o i sogni di Bellia, e Antonio fu il primo a proporre di guardare se c&#8217;era la pietra e l&#8217;albero sognato. Costeggiarono la riva del torrente asciutto, e arrivati vicinissimi al bosco, Bellia cambiò in volto di colore. Egli vedeva l&#8217;albero, il più grosso che si scorgesse, e vedeva la pietra di granito precisamente eguali come nel suo sogno!</p>
<p style="text-align: justify;">- Perdio! Perdio! &#8211; disse, bianco in viso e con gli occhi scintillanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si slanciò sulla pietra ma da solo non poté smuoverla, Antonio lo aiutò e, dopo molti sforzi, riuscirono a scostarla: sotto</p>
<p style="text-align: justify;">Bellia vide l&#8217;altra pietra, più piccola fissa al suolo, come la dama bianca del sogno aveva detto!</p>
<p style="text-align: justify;">Allora anche Antonio si turbò, e senza dir nulla, continuò ad aiutare il compagno che, livido, con le labbra frementi,</p>
<p style="text-align: justify;">smuoveva la terra con le mani, intorno alla pietra. Riuscirono a trar via anche questa, e si guardarono in viso, muti, stupiti, spaventati: là sotto c&#8217;era la croce di ferro del sogno, posta attraverso di un buco. Bellia gridò:</p>
<p style="text-align: justify;">- Lo vedi? Lo vedi?&#8230; -. Con uno sforzo supremo sradicò la croce dal suolo e introdusse il braccio tremante nel buco, e ne trasse un gran vaso di ferro arrugginito. Non è possibile descrivere la commozione dei due pastori, e specialmente quella di Bellia. Senza dubbio il vaso era pieno di oro e di perle, Dio santissimo&#8230; Dio santissimo!&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Con la leppa, specie di grossissimo pugnale a una lama, che i pastori nel Logudoro tengono quasi sempre infilata nella cintura, Bellia fece saltare il coperchio del vaso, e allora ricordò le ultime parole della dama: «Arriva oggi stesso altrimenti il demonio s&#8217;impossesserà della tua fortuna». Il vaso era pieno di carbone e di cenere, sino in fondo!&#8230; Inutile ripetere i commenti, la meraviglia, il terrore dei due giovani pastori. Restarono convinti che là esisteva un tesoro e che il demonio secondo la tradizione e la leggenda sarda, se lo era appropriato giacché al giorno preciso indicato da chi l&#8217;aveva nascosto (la dama bianca, di certo), Bellia non lo aveva levato di là. Ricordarono allora lo strano malore di <em>Bella mia</em>. Sì certamente era stato lo spirito dell&#8217;inferno a far ammalare la vacca prediletta di Bellia per impedirgli di recarsi a San Matteo.</p>
<p style="text-align: justify;">I due giovinotti dalla fantasia calda e immaginosa come tutti i forti sardi della montagna, credettero fermamente a ciò, e</p>
<p style="text-align: justify;">ripresero melanconici la loro via, dietro le vacche viaggianti, rimpiangendo il tesoro perduto, terrorizzati dal soprannaturale; e non dissero mai a nessuno questa arcana avventura, finché un fatto accaduto più tardi, non li convinse più fermamente nella loro credenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Passarono cinque anni. Bellia, ammogliato e già padre di una graziosa bambina, viveva tranquillamente, modestamente,</p>
<p style="text-align: justify;">sempre facendo il pastore, quando un bel giorno di maggio del 1878 fu avvisato dal pievano che si recasse in casa sua. Bellia, che aveva poca relazione col vecchio pievano andò subito a trovarlo, pieno di curiosità su ciò che poteva dirgli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pievano, di cui è inutile precisare il nome, morto dieci anni fa, l&#8217;attendeva nella sua piccola camera da letto, pulita e piena di luce; lo fece sedere vicino al suo seggiolone verde, poi andò egli stesso a chiudere la porta della stanzetta precedente, perché, ad ogni caso&#8230; le sue piccole nipoti erano così curiose&#8230; Maria specialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta. Prese tutte le precauzioni possibili, il pievano andò a sedersi nel suo seggiolone si accomodò gli occhiali e spiegò sul tavolo una carta gialla, vecchissima. Bellia provava un vago sentimento di timore, davanti a tutti i solenni preparativi del vecchio pievano, e sussultò quando esso, tutto ad un tratto, gli disse con serietà:</p>
<p style="text-align: justify;">- Questo foglio ti riguarda!</p>
<p style="text-align: justify;">Il pastore cercò una risposta adeguata; ma non trovandola credette bene di star zitto.</p>
<p style="text-align: justify;">- Io ho novant&#8217;anni, &#8211; proseguì il pievano, che pareva, sì, molto vecchio, ma che non dimostrava quell&#8217;età, levandosi gli occhiali e fissando Bellia coi suoi occhi chiari, che sembravano più buoni e lattei, sotto le sopracciglia bianche, &#8211; io ho novant&#8217;anni, figlio mio, e da circa settanta servo il Signore nel nostro villaggio. Non avevo ancora vent&#8217;anni quando celebrai la prima messa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Iddio lo faccia arrivare a cento! &#8211; esclamò Bellia.</p>
<p style="text-align: justify;">- &#8230; Lo stesso anno morì, vecchio esso pure, l&#8217;antico rettore della nostra chiesa, e pochi giorni prima di render l&#8217;anima al nostro Santissimo Creatore, mi disse: «Dopo la mia morte vi faranno senza dubbio pievano, quindi io devo affidarvi una grave missione. Sedete, che prima devo raccontarvi una storia». Io mi assisi al suo capezzale e, rimasti soli, il mio vecchio e venerato rettore mi narrò questo fatto:</p>
<p style="text-align: justify;">«Trentacinque o trentasei anni fa, cioè verso il 1773 ci era qui, in questo villaggio, un giovinotto della famiglia M. la quale vive tutt&#8217;ora. Era un giovine ricco, bello, notaio laureato, sposatosi poco prima a una damigella della città di Sassari, dove egli aveva studiato. La moglie si chiamava Donna Maria Croce M***, figlia di un gentiluomo genovese e di una dama sarda, molto ricchi, stabiliti a Sassari, dove essa era nata. Poteva avere un venticinque anni, ed era molto bella, ma di una bellezza piuttosto severa con grandi occhi neri e sopracciglia arcuate, e i capelli attortigliati intorno alle orecchie, alla fiamminga come diceva essa. Inoltre andava sempre riccamente vestita e usava portare un manto di velluto bianco.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse a causa del suo strano vestire, che la rassomigliava a una fata, e perché sapevasi che suo padre si dilettava di fisica e di astrologia e che essa pigliava parte ai suoi esperimenti, appena arrivò qui si sparse subito la voce che malignamente diceva:</p>
<p style="text-align: justify;">Donna Maria Croce se la intende con gli spiriti; Donna Maria Croce ha stregato Don Gavino, il marito, e lo ha costretto per forza di una magia a sposarla, e simili cose dell&#8217;altro mondo. Fatto sta che Don Gavino, prima di ammogliarsi con essa, faceva l&#8217;amore con un&#8217;altra ragazza del villaggio, di buona famiglia, sì, e anche bellina, ma povera come Gesù Cristo, chiamata Rosanna. Anzi, per non perder tempo, essendoci solenne promessa di matrimonio, Rosanna e Don Gavino si erano regalati una bella bambina. Fatto per cui la ragazza fu scacciata da casa sua, benché Gavino giurasse e spergiurasse di sposarla appena finiti gli studi.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece l&#8217;ultimo anno che passò a Sassari conobbe Donna Maria Croce: e vederla, innamorarsene, chiederla in isposa,</p>
<p style="text-align: justify;">sposarla e portarla quaggiù, fu tutt&#8217;uno. Rosanna ne fece una grave malattia, ma non disse una sola parola di lamento. Ma erano passati appena sei mesi che Don Gavino si era sposato, allorché una notte rientrando a casa sua un uomo lo afferrò e nel buio della via lo uccise a stoccate. Toccò allora a Donna Maria Croce ad ammalarsi: e appena guarita, data</p>
<p style="text-align: justify;">di anima e corpo a cercare chi fosse l&#8217;assassino del marito, riuscì a scoprirlo in un giovinotto innamorato perdutamente di Rosanna, che gli aveva promesso la mano di sposa purché uccidesse Don Gavino. Donna Maria Croce lo accusò: fu arrestato, ma mancando le prove materiali del delitto, non ostante il denaro e la potenza della bella vedova, fu rilasciato libero.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia la dama era sicura del fatto suo, e giacché la giustizia umana non la vendicava, decise di far vendetta da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno era passato dalla morte di Don Gavino, e in questo frattempo moriva anche il padre di Donna Maria Croce, lasciandola erede di un grosso patrimonio. Essa partì a Sassari, vendette tutto, poi ritornò qui. Il giorno di Pasqua Rosanna sposò. La chiesa era affollata, e tra la moltitudine spiccava Donna Maria Croce, vestita di nero, col manto bianco, e uno stiletto d&#8217;argento nella cintura, inginocchiata dietro la balaustrata dell&#8217;altare.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando diedi la benedizione agli sposi, la vidi alzarsi ritta, bianchissima in viso e gli occhi fiammeggianti. Rosanna e lo</p>
<p style="text-align: justify;">sposo erano appena scesi dai gradini dell&#8217;altare, allorché essa si slanciò su loro, e col suo stiletto pugnalò il giovine dicendo: &#8211; Vi rendo il vostro!&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Figuratevi il parapiglia, la confusione, le grida del popolo, e la scena che seguì. Rosanna svenne, poi si ammalò dallo spavento e morì dopo qualche mese, fra i più atroci rimorsi, giacché per causa sua erano morti due uomini. Donna Maria Croce fu arrestata, e benché a quei tempi la giustizia si facesse come si sia, non valse né l&#8217;oro, né le pratiche dei parenti, per diminuire la sua pena.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu condannata ad essere impiccata, e così fu.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di morire mi fece avvisare e si confessò. Poi mi disse di aver nascosto tutto l&#8217;oro tratto dalla vendita del suo patrimonio, nel bosco di San Matteo, presso la chiesetta, in un vaso di ferro a piè di un albero. E mi confidò di voler lasciare questo tesoro alla terza generazione di Rosannedda, la figlia di Rosanna e di Don Gavino, affinché ciò servisse di qualche alleviamento ai suoi peccati, dinanzi alla misericordia di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">- Questo è il mio testamento, &#8211; mi disse porgendomi una carta, &#8211; conservatela e alla vostra morte consegnatela al vostro successore, perché faccia altrettanto. Così dunque fino alla terza generazione di Rosannedda. Allora colui che avrà questa carta la consegni, pochi giorni prima della data indicatavi, al pronipote della fanciulla, ed egli vedrà il da farsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo avverta però di recarsi il giorno preciso, perché se tarderà un&#8217;ora sola tutto sarà invano&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Pregai la dama di spiegarmi questa frase, ma essa non volle dirmi nulla a proposito, epperò quel giorno, Dio mi perdoni, credetti anch&#8217;io che essa avesse qualche relazione col mondo soprannaturale, perché quando le chiesi: &#8211; E se Rosannedda muore senza erede? &#8211; mi rispose:</p>
<p style="text-align: justify;">- No! Si mariterà ed avrà una figlia che anch&#8217;essa piglierà marito dal quale avrà numerosa famiglia. Il figlio maggiore, in ultimo, avrà un figliuolo nei cui nomi ci sarà uno dei nomi miei. Questo è il destinato&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- E se, &#8211; domandai, &#8211; qualche altro cerca impossessarsi del tesoro?&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Invano! Solo colui che voglio io lo troverà, purché anch&#8217;esso arrivi in tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Donna Maria Croce non mi disse altro; mi consegnò la carta e da quel momento sino all&#8217;ora della morte non fece che pregare. Morì coraggiosamente, da buona cristiana, ed io la piansi come una figliuola. Come essa aveva predetto Rosannedda, dopo molti anni, si maritò ed ebbe una figlia che vive tutt&#8217;ora, ed è una bella ragazza anch&#8217;essa che voi senza dubbio conoscete.</p>
<p style="text-align: justify;">Io conservai il testamento di Donna Maria Croce, religiosamente, e mai mi venne il pensiero di accertarmi sulla verità di ciò che essa mi aveva confidato. Ora lo consegno a voi, secondo l&#8217;ordine suo, e voi farete altrettanto se, Dio non voglia, non arriverete a conoscere l&#8217;erede».</p>
<p style="text-align: justify;">- Ciò detto, &#8211; continuò il vecchio pievano, &#8211; il mio venerato precessore mi consegnò la carta che tu vedi qui, o Bellia.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo esso morì, ed io, a mia volta, custodî per ben settanta anni questo prezioso segreto che nessuno conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">Sempre secondo la predizione di Donna Maria Croce, anche io vidi la bella figlia di Rosannedda maritarsi e procreare</p>
<p style="text-align: justify;">una numerosa famiglia. Il maggior figlio giunto il suo turno, si ammogliò, e suo figlio sei tu, Bellia, o Giovanni Maria, che infatti hai uno dei nomi di Donna Maria Croce. Ecco giunto il tempo. Io ti consegno il testamento e tu, senza l&#8217;aiuto di nessuno, puoi benissimo metterlo in esecuzione!&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Io credo che sia troppo tardi! &#8211; esclamò Bellia, che durante il racconto aveva riflesso tutti i colori dell&#8217;arcobaleno, morsicandosi più di una volta le labbra per non dare in esclamazioni e per non mancare di rispetto al pievano, interrompendolo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Anzi è troppo tardi davvero!&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">- Come lo sai tu? &#8211; chiese il vecchio stupefatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Bellia raccontò la sua avventura di cinque anni prima. Al pievano sembrò di sognare; aggrottò le placide sopracciglia bianche, inforcò nuovamente gli occhiali e lesse per la centesima volta il testamento, poi esclamò:</p>
<p style="text-align: justify;">- Gesummio, Gesummio, cosa vuol dir ciò? Ecco che io ho seguito tutte le norme datemi; e qui c&#8217;entra senza dubbio il demonio.</p>
<p style="text-align: justify;">Senti il testamento: non è a dire che sia scritto in latino, né ispagnuolo e neppure in italiano. È scritto proprio in sardo, in logudorese. Leggilo tu stesso&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Bellia prese tremando la carta. Era un foglio di carta giallognola, grossissima, fregiata a ghirigori dorati. In un angolo c&#8217;era il sigillo del padre di Donna Maria Croce, con una corona da cavaliere e un D. un E. e un M. intrecciate a una piccola spada, una specie di stocco: il tutto in oro vecchio, un po&#8217; sbiadito dal tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il bizzarro testamento era davvero scritto in logudorese, con una calligrafia antica, grossa, incerta, tuttavia leggibile, e Bellia lo lesse a voce alta, sillabando, con l&#8217;accento che gli tremolava un poco: Diceva così:</p>
<p style="text-align: justify;">«Deo, sutta-iscritta, Donna Maria Rughe M***, viuda de Don Gavinu M***, declaro de lasciare in testamentu a su nepode de sa fiza de Rosannedda R***, fiza de Rosanna R*** e de su biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta s&#8217;alveru pius mannu de su buscu de Santu Matteu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae su riu; e chi andet a lu reguglire sa die 20 de maiu de s&#8217;annu 1878, poite si no non bi aghattat nudda, e chi preghet pro s&#8217;anima mea, e faghat narrer missas de suffragiu. Donna Maria Rughe M*** <em>viuda de </em>Don Gavinu M***»1.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe troppo lungo riferire tutti i commenti e le ciarle che Bellia e il pievano fecero. Per accertarsi meglio Bellia, il</p>
<p style="text-align: justify;">venti maggio, tornò a San Matteo e rifrugò sotto a tutti gli alberi, ma non trovò nulla. Per spiegare il mistero diabolico, il pievano mandò il testamento a tutti i suoi amici letterati, sacerdoti e laici, ma nessuno seppe dirne nulla. Finalmente la bizzarra carta capitò a un giovinotto del villaggio, nipote di zio Salvatore che studiava nel seminario di Nuoro, e che, oltre le altre doti, era un eccellente calligrafo. Ed egli spiegò l&#8217;enigma. L&#8217;ultimo otto del 1878 del testamento, non</p>
<p style="text-align: justify;">era già un otto, ma un tre. Le lineette del davanti erano fatte in modo da rassomigliarlo ad un otto, e così il vecchio pievano si era sbagliato di cinque anni nel dar l&#8217;avviso a Bellia!</p>
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		<title>Sulla montagna (Grazia Deledda)</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 17:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È una mattina d&#8217;agosto. Sull&#8217;ampio cielo, chiuso dalle linee sottili e frastagliate delle montagne, rese turchine dalla lontananza, passano grandi nuvole cenerine, come mandre di nebbia, che svaniscono sui lembi ancora limpidi d&#8217;azzurro. Siamo sul sentiero che mena alla montagna, prima di arrivare ai boschi. Nella notte ha piovuto: il terreno umido, ma senza fango, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/montagne-del-nuorese.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2013" style="margin: 5px;" title="Montagne del nuorese" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/montagne-del-nuorese-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>È una mattina d&#8217;agosto. Sull&#8217;ampio cielo, chiuso dalle linee sottili e frastagliate delle montagne, rese turchine dalla lontananza, passano grandi nuvole cenerine, come mandre di nebbia, che svaniscono sui lembi ancora limpidi d&#8217;azzurro.<br />
Siamo sul sentiero che mena alla montagna, prima di arrivare ai boschi. Nella notte ha piovuto: il terreno umido, ma senza fango, ha preso dei toni oscuri color tabacco; è attraversato da solchi serpeggianti lasciati dai rigagnoli, e da linee di pietruzze che sembrano di lavagna. Grandi massi di granito, nudi, bruciati dal sole, chiudono il sentiero. Nessun albero ancora: solo grandi macchie di lentischio, e campi di felci dalle foglie dentellate, ingiallite dal sole ardente.<br />
La gente sale lentamente il sentiero, a gruppi, o sparpagliata. V&#8217;è di tutto: uomini e donne, signore e paesane dal costume a colori fiammeggianti, con canestri ed involti: e bambini, quanti bambini! Tutti allegri, chiassosi, perché non sono ancora stanchi.<br />
Tutti su, su, a poco a poco, badando di non inciampare, di non lacerarsi le vesti, di non rompersi le scarpette, volgendosi ogni tanto ad ammirare il vasto paesaggio, ripigliando fiato. La brezza fresca, pregna di profumi di boschi umidi, scende dall&#8217;alto, viene a scompigliarci i capelli e le vesti.<br />
E si sale, si sale sempre: sotto quel cielo cinereo, nella luce opaca che vi scende, nessuna cosa, nessun colore ha una sfumatura, un luccichio; tutte le gradazioni sono distinte, tutti i profili sono nettamente disegnati: solo una<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/lecci.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2014" style="margin: 5px;" title="Bosco di lecci" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/lecci-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a> piccola chiesa bianca, alle falde del monte, pare che mandi delle ombre chiare intorno intorno.<br />
Entriamo nel bosco: è un bosco di elci secolari, grandissimi, che ergono al cielo le loro chiome maestose, lussureggianti di verzura, con un sussurro che pare mormori una sfida a tutti gli elementi, dalla procella furiosa dell&#8217;inverno al sole di fuoco dell&#8217;estate.<br />
Ciò che ci colpisce vivamente all&#8217;entrata del bosco è l&#8217;inebriante profumo che prima ci veniva leggero con la brezza: è un profumo forte, quasi acre, come di fieno o di polvere bagnata. Certi sbuffi paiono di sigaro, di caffè versato sul fuoco, di vernice umida: certi altri sono invece dolcissimi, come d&#8217;incenso e di mirra bruciati.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2011"></span>Come sono belli e pittoreschi i grandi alberi dai tronchi nodosi incavati, ricoperti di muschio, dalle chiome che, riunendosi, formano una volta mobile con tante gradazioni ondeggianti, dal verde giallo al verde rossastro, dal verde chiaro quasi bianco al verde scuro quasi nero! Tra le foglie dal dorso e dalle venature grigiastre, che cambiano di tono ad ogni scossa di vento, scendono grandi rami d&#8217;edera con le foglie eleganti di un verde molle e dorato, e da esse grosse gocciole d&#8217;acqua che scavano piccole fosse dove cadono.<br />
Ora i grandi massi di granito sono rivestiti da un mantello di muschio e le felci sono verdi, e un ruscello passa fra i giunchi, serpeggiante, come una trina di meandri verdognoli; ora il terreno è coperto da alte erbe e da radici muscose di alberi. L&#8217;orizzonte è tutto là, rinchiuso dal bosco, ove la luce piove dall&#8217;alto, come una penombra bianca, e le gocce d&#8217;acqua tremolanti su tutte le cose hanno un bizzarro scintillio, ma fuggente, ma cupo, come fossero di bronzo.<br />
<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/festa-nelle-montagne-sarde.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2015" style="margin: 5px;" title="Festa nelle montagne sarde" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/festa-nelle-montagne-sarde-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" /></a>Cominciamo ad essere stanchi: qualche bimbo geme, le paesane in costume hanno sciolto il loro fazzoletto, di cui rigettano indietro i lembi; i visi sono tutti rosei; il vento ha disfatto i ricci delle signore. Finalmente si è in cima! Sempre bosco: però la chiesetta, che è la nostra meta, non è fra gli alberi, ma su un terreno arido, sparso di pietre, di felci, di fieno secco e macchie di lentischio. Davanti alla chiesa, in basso, vi è una casetta bianca, e dietro il bosco.<br />
Sull&#8217;alto del cielo passa una nuvola strana, lunga, con linee rosse: pare un miraggio con le sue forme di cupole, di case e di alberi. Ad est, prima di ricominciare il bosco, vi è ancora un campo di pietre aride, un pozzo, una capanna rovinata e massi, sempre massi di granito; poi, in fondo, all&#8217;ultimo limite dell&#8217;orizzonte, quasi velata dall&#8217;immensa lontananza, una linea pura, disegnata sul confine del cielo; una linea che azzurreggia mollemente col suo colore glauco senza riflessi. È il Mediterraneo!<br />
Il sole brilla di tanto in tanto negli squarci del mantello di nuvole che copre il cielo e getta un bagliore d&#8217;oro su tutte le cose, un rapido luccichio che pare un lampo. Entriamo in chiesa: è una povera chiesetta col pavimento polveroso, con le pareti polverose, avvolta in una triste penombra cenerognola nella quale si disegna il cerchio di luce rossastra che getta una lampada ad olio; la linea bruna della balaustrata di ferro divide l&#8217;altare dal resto della chiesa. I gradini dell&#8217;altare sono ricoperti da una grossa stoffa a linee gialle.<br />
A destra v&#8217;è un piccolo cassettone rosso e una panca di legno bianco. L&#8217;altare non è arredato con ricchezza, ma lì tutto è pulito, lucido, e sul davanti, ombreggiate dal pizzo della tovaglia bianca, si notano due lettere a colori: V. M.: Vergine Maria.<br />
Lassù la Madonnina bruna bruna sorride tra i fiori vecchi, dietro un vetro reso opaco dal chiaro-scuro: sulla <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/festa-della-montagna-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-2018 alignright" style="margin: 5px;" title="Festa della montagna" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/festa-della-montagna-2-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a>parete è dipinta una tenda, e fiori dai colori e dal disegno sbiaditi. C&#8217;è un&#8217;ombra vagolante in un angolo: è quella di un vecchio, un poveretto dalle gambe lunghe lunghe, col dorso ricurvo; un corpo che vive in equilibrio, ricoperto di poveri abiti grigi.<br />
Egli prega, con le grandi mani secche giunte, col corpo dondolante. Un bimbo gli tira il grosso piede: egli non si muove. Gli tira il lembo lacero della giacchetta, e non si muove neppure.<br />
Dondola sempre: ha chiuso gli occhi: prega, pensa o dorme? Siamo in una cumbissia (così si chiamano le stanzette terrene che circondano la chiesa). La stanza è lunga, irregolare, bianca. Un pezzo di grossa tela ingiallita sta inchiodato al finestrino, perché non penetri il vento: la luce è scialba, fumosa, pregna degli odori caldi delle vivande: si pranza. Di solito si pranza sempre fuori, al fresco degli alberi; ma questa volta, poiché minaccia di piovere, si è apparecchiata la tavola dentro.<br />
Le tovaglie sono stese per terra; i piatti scintillano come se contenessero acqua; il vino tremola e rosseggia nei bicchieri, nelle bottiglie di vetro; colonnine di fumo caldo si alzano dai grandi vassoi colmi di vivande. Fra le masserizie, accanto a qualche cuscino bianco che pare damascato, stanno grandi cocomeri dal verde lucido e cupo, dalle piccole venature gialle, e grappoli d&#8217;uva dal verde-oro e dal nero turchiniccio.<br />
Siamo diciassette intorno a questa mensa democratica: nell&#8217;ombra della porta risplende un visino di bimba pallida, bionda, dagli occhi azzurri: un tipo di madonnina, mentre in piena luce, vicino al suo fucile dalla canna lucente, c&#8217;è un viso barbuto e bruno di pastore.<br />
Nel pomeriggio si balla. Il cielo è ancora cinereo, la brezza fresca passa sugli alberi, che si scuotono con un fruscio d&#8217;acqua scrosciante. Intorno intorno stanno legati, ai tronchi, cavalli di tinte diverse, dal nero al color caffè e latte: cavalli alti ed eleganti e ronzini dagli occhi di ciuco, semichiusi e melanconici.<br />
Un giovine, semi sdraiato fra due pietre, suona una fisarmonica dalle note stridenti, tristi od allegre secondo i passi. Ci sono gruppi di signori e signorini e gruppi di paesane con la bocca schiusa al sorriso; e una fila di signore e signorine dalle alte pettinature; un arcobaleno di vestiti, costumi, scialletti avvolti intorno alla vita.<br />
Le coppie danzanti però sono poche, e la polvere quasi indistinta che sollevano i loro piedi striscianti si sperde giù, tra il fitto degli alberi. Il cielo getta un cupo pallore sui visi, sulle vesti; niente animazione; solo un leggero bisbiglio e il suono della fisarmonica; e il susurro del vento che passa sull&#8217;alto del bosco.<br />
<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/ballo-sardo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2020" style="margin: 5px;" title="Ballo sardo" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/08/ballo-sardo-300x218.jpg" alt="" width="300" height="218" /></a>Ma ogni tanto passa come un guizzo di luce rosea e tremolante: forse è il riflesso della larga e graziosa gonnellina colorrosa di una ballerina.<br />
E si ritorna.<br />
Siamo di nuovo nel bosco: e si scende allegramente, perché è stata una giornata quasi noiosa. Il cielo pare una lugubre volta di bronzo, immobile, senza una linea che vari. Dalla cima della montagna scendono le ultime note della fisarmonica, mentre l&#8217;eco triste ripete il cupo brontolio dei tuoni lontani. Fra gli squarci del bosco si vedono le cime delle montagne che chiudono l&#8217;orizzonte, flagellate da lampi rossi che s&#8217;incrociano come lame di spade di fuoco. Piove: eppure tutto è bello così, perché velato come da una garza d&#8217;argento: sembra un paesaggio lontano di cui non si distinguano bene che le more nere luccicanti tra i rovi, e le foglie delle felci che paiono di vetro giallo.<br />
La pioggia passa, le nuvole si sciolgono, grandi nembi di cielo azzurro illuminano l&#8217;atmosfera.<br />
Un occhio di fuoco appare in lontananza. È il sole fra le nubi che, prima di tramontare, ci manda un ultimo sorriso, un ultimo scintillio così vivido che pare una pioggia di diamanti. Sul cielo, sul bosco, sulle montagne passa un bagliore di fiamma che incanta. Poi il sole tramonta, lasciando dietro di sé un solco luminoso; un mantello di porpora e d&#8217;argento.<br />
E viene il crepuscolo con le sue ombre cineree: nella valle brillano i fuochi di lontani pastori, e sul cielo, ove al raggio del sole sparvero le nubi, appaiono le prime stelle della sera. I cavalli scendono galoppando dalla montagna e spariscono giù come macchie brune. I grilli mandano il loro primo stridio dal ritmo monotono, e i massi, gli alberi, le macchie di lentischio assumono nell&#8217;ombra strane forme nebbiose, d&#8217;immensi fantasmi,  di rovine, di giganteschi nuraghes, di torri nere e misteriose.<br />
Siamo scese: ci sediamo stanche e silenziose, ravvolte nei nostri scialli e guardiamo la montagna, la valle, l&#8217;orizzonte. Il cielo è limpido, la terra bruna, e su tutte le cose regnano i primi silenzi della notte.</p>
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		<title>Macchiette (Grazia Deledda)</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 20:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Albeggia. Sul cielo azzurro cinereo d&#8217;una dolcezza triste e profonda, curvato sull&#8217;immenso paesaggio silenzioso, passano sfiorando larghi meandri di un rosa pallidissimo, via via sfumanti nell&#8217;orizzonte ancora oscuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, s&#8217;inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate d&#8217;ombra, selvaggie e deserte. Non un casolare, un albero, una greggia, una via. Solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: center;">I</h4>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/alba.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1845" style="margin: 5px;" title="Alba" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/alba-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Albeggia. Sul cielo azzurro cinereo d&#8217;una dolcezza triste e profonda, curvato sull&#8217;immenso paesaggio silenzioso, passano sfiorando larghi meandri di un rosa pallidissimo, via via sfumanti nell&#8217;orizzonte ancora oscuro. Grandi vallate basse, ondeggianti, uniformi, s&#8217;inseguono sin dove arriva lo sguardo, chiazzate d&#8217;ombra, selvaggie e deserte. Non un casolare, un albero, una greggia, una via.<br />
Solo viottoli dirupati, muricciuoli cadenti coperti di musco giallo, un rigagnolo dalle acque color di cenere stagnanti fra giunchi di un verde nero desolato, e bassi roveti, estese macchie  di lentischio le cui foglie riflettono la luce cilestrina dell&#8217;alba.<br />
Dietro, sull&#8217;altezza bruna del nord biancheggiano grandi rupi di granito grigio e la cinta di un cimitero.<br />
La croce nera disegnata sul cielo sempre più roseo, domina le vallate deserte: e pare l&#8217;emblema del triste paesaggio senza vita stendentesi silenzioso sotto la curva del cielo azzurro-cinereo.<br />
Albeggia.</p>
<h4 style="text-align: center;">II</h4>
<p style="text-align: justify;">Sotto il bagliore ardente della meriggiana la cantoniera bianca dal tetto rosso, tace, dorme: le finestre verdi guardano pensose sullo stradale bruciato dal sole, e giù dal cornicione di un turchino slavato calano frangie <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/cantoniera.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1846" style="margin: 5px;" title="Cantoniera" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/cantoniera-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>d&#8217;ombra d&#8217;una freschezza indescrivibile. Lo stradale bianchissimo, disabitato, dai mucchi di ghiaia sprizzanti scintille al sole, serpeggia per una vasta pianura coperta di boschi di soveri.<br />
In lontananza, alte montagne a picco, velate di vapori azzurri e ardenti, chiudono in circolo l&#8217;orizzonte infuocato. Sotto l&#8217;aria ferma, irrespirabile, nello splendore piovente dal cielo di metallo, i soveri nani, lussureggianti, proiettano corte penombre verdastre sul suolo arido, sui massi, tappezzati di borraccine morbide come peluche. Una fanciulla è coricata appunto su uno di questi massi, supina, le braccia e le gambe semi-nude.<br />
La sua persona esile e ben fatta spicca sul verde tenero di quel tappeto naturale, e i fiori rossi di broccato del suo corsetto un po&#8217; lacero sanguinano nella penombra del bosco. Nel caldo asfissiante del meriggio, nel costume consunto e misero, stuona meravigliosamente la carnagione della fanciulla, di una bianchezza fenomenale, tanto più che sotto il fazzoletto giallo si vedono dei capelli nerissimi, e sotto le palpebre stanche due occhi di un nero-cenerognolo foschi e impenetrabili.<br />
Chi è? Impossibile saperlo: ella non fa il minimo movimento nel languore spossato del caldo, e forse sogna, forse dorme, bianca e silente come la cantoniera vicina, sotto il bagliore ardente della meriggiana.</p>
<h4 style="text-align: center;"><span id="more-1840"></span>III</h4>
<p style="text-align: justify;">Il sole tramonta: dal villaggio in festa giunge un rumore confuso, vago e lontano, sino alla stanzetta tranquilla della casa del contadino.<br />
La finestra è aperta sul poggiuolo di mattoni crudi su cui tremola alla brezza del tramonto una povera pianticella di basilico, che pare sorrida anch&#8217;essa, benché sola e dimenticata, fra la letizia dei casolari neri e del cielo d&#8217;oro. Oh, i luminosi orizzonti! La vallata verde circonda il villaggio, e la vegetazione in fiore olezza e risplende fra la nebbia ignea del sole al declino.<br />
<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/tramonto.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1847" style="margin: 5px;" title="Tramonto" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/tramonto-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Dal piccolo poggiuolo di mattoni crudi si domina una viuzza strettissima e altre casette piccine, annerite dal tempo, i tetti muschiosi, via salienti sino al vecchio maniero spagnuolo, la cui facciata di stile moresco rosseggia in viso all&#8217;ovest, gli spalti cadenti perduti fra gli splendori del cielo, come il ricordo della triste dominazione aragonese nella luce dei nuovi tempi.<br />
Nella casetta più vicina al poggiuolo la porticina nera è chiusa, ma al di fuori sta appesa una corona di fichi diseccantisi e sul davanzale della finestruola un gatto dalla schiena tutta abbruciacchiata contempla solennemente sulla via, dove passa solo una donnina in costume, dal viso color di rame, allacciandosi bene il corsetto di panno giallo e di velluto viola cesellato.<br />
Dentro la stanzetta del poggiuolo un giovine, anch&#8217;esso in costume, piglia il caffè. Ha posato la chicchera verde sulla cappa di una specie di vecchio camino, e ritto dando le spalle alla finestra, beve a centellini la prediletta bevanda.<br />
È malato, ma sul suo viso biondo, pallidissimo, da convalescente, sta dipinta un&#8217;intima voluttà, il benessere di chi si riaffaccia pieno di speranza alla vita, dopo una lunga malattia.<br />
Il letto di legno, dalle coperte di percalle a fiorami arabeschi, basso e duro ma con una fisionomia tranquilla, tipica, diremo quasi sonnolenta, le sedie grigie, il rozzo guardaroba rosso, la cassa nera di legno scolpito a strani fiori e animali antidiluviani, la tavola coperta da un tappeto bianco, adorna di vassoi e chicchere, tutto sorride intorno al giovine contadino convalescente, nella pace beata della povertà felice, nella luminosità del tramonto di rosa. In alto, sulle pareti tinte di calce, una innumerevole fila di quadretti a vivi colori scintillano soavemente nel polviscolo d&#8217;oro, e i vecchi vetri della finestra ardono come lastre di orpello al riflesso del sole che tramonta.</p>
<h4 style="text-align: center;">IV</h4>
<p style="text-align: justify;">E cade la notte! Nella chiesa miracolosa, nel famoso santuario ove la folla immensa è passata senza lasciare traccia alcuna, la penombra si addensa, livida, fredda e piena di mistero.<br />
In fondo, dai finestroni bizantini, piove un acuto albore azzurro sul pavimento di mattoni a mosaico il cui smalto ha vaghi riflessi d&#8217;acqua stagnante: in alto, sull&#8217;altare bianco, una lampada di cristallo vermiglio spande tremoli chiarori rossastri che scendono e salgono sui fiori pallidi, sui candelabri dorati, sulle colonnine doriche di diaspro della nicchia coperta da un panneggiamento cereo a marezzi azzurri, di damasco.<br />
Superbe treccie nere, tutte nere, narratrici di romanzi e di drammi immani o pietosi, gioielli d&#8217;oro e d&#8217;argento, <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/note-sul-sagrato.jpg"><img class="size-medium wp-image-1848 alignright" style="margin: 5px;" title="Notte sul sagrato" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/note-sul-sagrato-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a>stupende membra di cera, mani di vergini cristiane di una suprema e morbida soavità, e colli bianchissimi ed eleganti da veneri greche, pendono sulle pareti gialle e polverose.<br />
Qui ancora troviamo una fanciulla, ma non è più la popolana sopita nel meriggio del bosco. È signora: vestita di bianco, inginocchiata sui gradini dell&#8217;altare, la fronte sulla balaustrata, le mani strette convulsivamente una con l&#8217;altra nel fervore della preghiera.<br />
Le pieghe morbide del suo lungo vestito dalle alte maniche alla Margherita di Valois, cadono al suolo con abbandono artistico da statua, e biancheggiano soavi nella penombra rossastra della lampada notturna.<br />
Il volto pallido della fanciulla, i grandi occhi castanei e profondi esprimono una disperazione straziante, cresciuta dalla tetra melanconia del crepuscolo morente.<br />
Oh, qual grazia chiedono mai quegli occhi al santo miracoloso nascosto dietro la cortina di damasco come un re orientale? Ecco, ella s&#8217;alza al fine, e uscita sulla spianata si ferma immobile davanti al parapetto che guarda nella valle.<br />
Sul cielo tinto di croco e di smeraldo si elevano i monti neri e la luna spunta fra le loro creste frastagliate. La rena della grande spianata scintilla ai primi raggi della luna, e il villaggio si profila laggiù, fra le agavi grigie e i pioppi argentei della valle, mentre il santuario spicca sul cielo violaceo del nord, coi due grandi finestroni bizantini che paiono due strani occhi di bronzo smaltati al riflesso dell&#8217;oriente fatto splendido dall&#8217;alba della luna.<br />
Dietro, le terre di mezzanotte, immense campagne opime, valli dirupate in cui rugghia il torrente, e montagne sulle cui cime domina la leggenda, si stendono vaghe e indistinte come un sogno, nella luce vaporosa dell&#8217;ultimo crepuscolo, e i forti borghi solitari riposano fra i lentischi cinerei della pianura o su i greppi neri delle rupi scoscese.<br />
La fanciulla bianca guarda al nord, e grandi visioni misteriose, sogni arcani e profondi le attraversano gli occhi pensosi perduti nell&#8217;estrema lontananza; e il suo volto pallido, il suo vestito marmoreo paiono d&#8217;argento nella nivea luminosità della luna sempre più bianca e fulgida a misura che cade la notte.</p>
<h4 style="text-align: center;">V</h4>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;alta notte plenilunare tre cavalieri passano al galoppo attraverso il sentiero delle montagne rocciose. La canna dei loro fucili brilla alla luna, e i cavalli nitriscono nel profondo silenzio del paesaggio sublime.<br />
Lontano, le nuvole salgono dal mare di madreperla sottilmente pennellato nell&#8217;estremo orizzonte, salgono lente sul cielo d&#8217;orpello del plenilunio, azzurre e diafane sul fondo bianco dell&#8217;infinito.<br />
Sulle cime delle alte montagne rocciose la neve disegna un profilo iridato, fantasmagorie marmoree e miniature d&#8217;oro degne dei versi d&#8217;Heine, ma le quercie annose fremono al vento di tramontana che susurra tetre leggende e storie di sangue fischiando fra le gole dirupate e le grotte di granito.<br />
<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/night_sky_by_petr28.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1849" style="margin: 5px;" title="Notte di plenilunio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/06/night_sky_by_petr28-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Il sentiero asprissimo attraversa tortuoso le rupi immani e i macigni neri che assumono fantastiche forme di torri gotiche rovinate e di dolmen coperti d&#8217;edera e di rubi, reso più pericoloso e pittoresco dalla luce della notte. Sotto il bosco i raggi della luna piovono a fasci, come getti di diamanti, proiettando aurei arabeschi e damaschinature orientali sulle felci bionde ondulate dal vento: attraverso le quercie brune il cielo lunato ha un aspetto così incantato coi suoi gemmei splendori che richiama al pensiero i cieli impossibili delle novelle da fate; e i ciclamini, i verbaschi, l&#8217;usnea dei tronchi impregnano l&#8217;aria d&#8217;un acuto profumo da foresta tropicale. Oltre i tre cavalieri che attraversano il sentiero, neri, muti, avvolti nei loro cappotti bruni dal cappuccio a punta, come cavalieri erranti da epopea medioevale, un piccolo mandriano con la sua greggia popola ad un tratto la solitudine infinita delle montagne.<br />
Seduto sotto una rupe, insensibile al vento che fischia nel limpido plenilunio, guarda le pecore pascolanti nella notte chiara, intento al loro tintinnio monotono e melanconico vibrante fra i burroni erbosi e le pietre muscose, fra le eriche selvaggie e i tronchi divelti dalla procella.<br />
Il piccolo mandriano è brutto, il volto oscuro come l&#8217;albagio del suo ferraiuolo, ma nei suoi occhi cuprei dal bianco azzurrino e l&#8217;iride piena di un languore profondo, splende un raggio pensoso che è tutta una rivelazione: forse il piccolo pastore è già poeta e nell&#8217;interno della sua mente vergine e selvaggia come le montagne rocciose su cui scorrono i suoi giorni deserti, gusta più che qual siasi artista colto e fine la poesia ineffabile, piena di voluttà sovrumane e spirituali; del silenzio azzurro dell&#8217;alta notte plenilunare.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Contos de foghile &#8211; Il fanciullo nascosto &#8211; Seconda parte &#8211; (Grazia Deledda)</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 09:09:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fuori, ad una estremità e all&#8217;altra della strada dritta, animata in quell&#8217;ora da torme di ragazzi, si vedevano due cime di monti, nera quella a destra sullo sfondo rosso del crepuscolo, azzurra quella a sinistra, sul cielo pallido, con una grande luna d&#8217;oro sopra. Ma come nelle altre sere Bainzeddu, con le sue brachine sporche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fuori, ad una estremità e all&#8217;altra della strada dritta, animata in quell&#8217;ora da torme di ragazzi, si <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/bambini-di-orgosolo-foto-di-de-martiis-plinio.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-969" style="margin: 7px;" title="Bambini di Orgosolo - Foto di De Martiis Plinio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/bambini-di-orgosolo-foto-di-de-martiis-plinio-300x293.jpg" alt="" width="300" height="293" /></a>vedevano due cime di monti, nera quella a destra sullo sfondo rosso del crepuscolo, azzurra quella a sinistra, sul cielo pallido, con una grande luna d&#8217;oro sopra. Ma come nelle altre sere Bainzeddu, con le sue brachine sporche e il corpettino di velluto lacerato, non si staccava dal gruppo degli altri ragazzini per avvicinarsi al nonno e cercare di strappargli il bastone con ambe le manine aspre, facendo forza indietro, coi bei dentini stretti e i grandi occhi azzurrognoli scintillanti sotto la frangia dei capelli selvaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nonno però non s&#8217;inquietava; pareva sapesse che il ragazzo era già nascosto e aspettasse la fine dell&#8217;avventura. In tutto il pomeriggio non aveva aperto più bocca; neppure quando venne la nuora, sul tardi, per prendere il ragazzo, disse una parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo non c&#8217;era.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre, piccola e affaticata come una servetta, si affacciò alla porta per chiamarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Baì? Bainzé? -</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;asinello, dentro, si fermò ascoltando. Il ragazzo non rispose. La madre tornò nella cucina, andò nel cortile, salì nelle camere di sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">- Bainzé? Bainzeddu? -</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-967"></span>Nessuno rispondeva.</p>
<p style="text-align: justify;">Fu di nuovo chiamato nella strada, verso il monte nero a destra, verso il monte azzurro a sinistra: ogni volta l&#8217;asinello si fermava ascoltando, e nel silenzio della mola la voce della madre risuonava più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Accorsero i ragazzi della strada, poi quelli dell&#8217;altra strada ancora; le donne si affacciarono alle porte e ai ballatoi; scesero e s&#8217;accostarono al nonno coi bambini lattanti in braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno aveva veduto Bainzeddu; o, sì, tutti l&#8217;avevano veduto, chi la mattina, chi nel pomeriggio, chi pochi momenti prima, chi sopra un cavallo di canna, chi con una trottola in mano. Ma, per il momento, nessuno sapeva dove fosse. Le donne, si sa, cominciarono subito a fantasticare; i ragazzi ascoltavano curiosi, col dito dentro il naso; i bambini lattanti, profittando dello smarrimento generale, facevano il fatto loro tentando di strappare i bottoni della camicia o gli orecchini o anche i capelli delle loro mamme: solo il nonno guardava tranquillo, anzi con una lievissima aria di ironia: guardava e giudicava tutti, anche i lattanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la piccola madre d&#8217;un tratto s&#8217;acchetò. Sapeva cosa pensare. Bainzeddu era già stato nascosto da Paulu, e la cognata era lì, alta e lieve, col bel viso giallo, composta e fredda come una santa di cera, con le mani entro le spaccature del davanti della gonna; era lì per cominciare la commedia. Era una donna brava a fingere, la cognata: non tutti però lo sapevano. Eppure la madre non poté resistere dal dire:</p>
<p style="text-align: justify;">- Sarà venuto da voi, il mio Bainzeddu &#8211; e quando la cognata l&#8217;assicurò, davanti a tutti, che da tre giorni non vedeva il ragazzo, pensò: &#8211; Come sa fingere bene!</p>
<p style="text-align: justify;">Lei non sapeva fingere così bene; era sicura che Bainzeddu stava dallo zio, tuttavia cominciava a sentire un misterioso tumulto in fondo al cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">- Babbo, babbo, &#8211; disse attaccandosi al vecchio, &#8211; l&#8217;avete mandato voi per qualche commissione da Paulu? -</p>
<p style="text-align: justify;">Egli alzò sdegnoso e infastidito l&#8217;omero per scacciarla come aveva fatto con Antoni Paskale, e movendo appena le labbra le disse una sola parola, ma una sola parola così atroce che la fece arrossire e drizzare sulla schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella sua vergogna davanti a tutti ella comprese solo che aveva fatto un&#8217;imprudenza bestiale a chiedergli, davanti a tutti, se il ragazzo era stato mandato dallo zio. Nel suo segreto, però, in fondo all&#8217;anima, sentì qualche cosa di oscuro, un pentimento che non era solo per l&#8217;imprudenza commessa. Certo, il ragazzo era stato mandato dallo zio e là nascosto; ma non bisognava dirlo; bisognava saper fingere, ed ella si sforzò a fingere bene come la cognata, ricominciando a chiamare il ragazzo, avanzandosi di qua e di là per la strada, affacciandosi a tutte le porte e ai muricciuoli degli orti. E pure essendo oramai certa che il figlio era ben nascosto e contento nel famoso nascondiglio, provava angoscia a non ritrovarlo. La coscienza le balzava su, anche a lei, a <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/nuoro-via-foto-di-ballero-antonio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-970" style="margin: 7px;" title="Nuoro Via - Foto di Ballero Antonio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/nuoro-via-foto-di-ballero-antonio-300x194.jpg" alt="" width="300" height="194" /></a>morsicchiarla a tradimento come un gatto che gioca e poi si stanca di giocare e morde sul serio.<br />
La gente tutta usciva sugli usci: domande fra curiose e ansiose correvano da un capo all&#8217;altro delle strade. Le donne chiamavano i loro ragazzi, paurose che anche essi fossero scomparsi. E la piccola madre, seguita dalla grande cognata il cui viso d&#8217;ambra s&#8217;era un poco sbiadito, afferrava i ragazzi al passaggio e domandava loro:</p>
<p style="text-align: justify;">- Hai veduto il mio Bainzeddu? -</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti lo conoscevano e lo avevano veduto: uno disse candidamente che forse era caduto nel pozzo, un altro che forse era giù in fondo al ciglione dietro la chiesa, dov&#8217;era il nido della civetta.</p>
<p style="text-align: justify;">- Andiamo a cercarlo -.</p>
<p style="text-align: justify;">Andarono. E lo chiamarono dall&#8217;alto del ciglione; poi i più grandicelli e i più svelti scesero. Vi fu un momento di silenzio, durante il quale si udì distintamente giù nella valle l&#8217;usignuolo che cantava con tante variazioni che pareva fossero otto usignuoli.</p>
<p style="text-align: justify;">La luna illuminava l&#8217;erba di velluto; e il parapetto dello spiazzo della chiesa, sull&#8217;alto del ciglione sembrava una montagna, con tutte le teste nere delle donne affacciate sul cielo d&#8217;argento. La madre e la cognata si spingevano a guardare dall&#8217;interstizio per lo scolo delle acque, in una posizione pericolosa: e aspettavano serie come se davvero i ragazzi dovessero ricondurre su Bainzeddu tenendolo per le braccia.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;improvviso un uomo arrivò di corsa: si sentiva il suo ansito e qualche cosa battere entro le sue tasche. Si fermò di botto dietro le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ebbene? E cos&#8217;è stato? Dov&#8217;è il ragazzo? -</p>
<p style="text-align: justify;">- È stato che è scomparso e non si trova Antoni Paskà! &#8211; disse la madre con rimprovero, pure guardando l&#8217;uomo in attesa ch&#8217;egli ammiccasse per rassicurarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Egli non ammiccò ed ella, d&#8217;un tratto, si mise a urlare chiamando il figliuolo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Me l&#8217;hanno portato via &#8211; gridava. &#8211; Me l&#8217;hanno nascosto i nemici. Che le loro viscere siano arse come stoppie!&#8230; -</p>
<p style="text-align: justify;">- Se qualcuno ha toccato il ragazzo guai all&#8217;ultimo dei suoi capelli &#8211; minacciò Antoni Paskale, levandosi la berretta e sbattendola contro il parapetto. &#8211; Donne, ritiratevi, ci penserò io.</p>
<p style="text-align: justify;">- Come sa fingere bene! &#8211; pensava la madre, e per fingere bene anche lei, imprecò più forte.</p>
<p style="text-align: justify;">La gente, intanto, accorreva da tutte le parti e un nugolo di ragazzi si versò sul ciglione, giocando e ridendo e chiamando Bainzeddu.</p>
<p style="text-align: justify;">- Ti sei nascosto sotto una pietra? -</p>
<p style="text-align: justify;">- Ti ha mangiato la lucertola? -</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le madri li chiamarono, colte a poco a poco da una vera angoscia, e quelle che riuscivano ad afferrare per mano i loro ragazzi li riconducevano a casa come se un pericolo li minacciasse. Una <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/donne-di-oliena-con-bambino-foto-di-ballero-antonio1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-972" style="margin: 7px;" title="Donne di Oliena con bambino - Foto di Ballero Antonio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/donne-di-oliena-con-bambino-foto-di-ballero-antonio1-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>donna osò finalmente pronunziare un nome.</p>
<p style="text-align: justify;">- Juanne Bellu, squartato sia&#8230; -</p>
<p style="text-align: justify;">Seguì un altro momento di silenzio generale; e di nuovo si sentì il canto dell&#8217;usignuolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Antoni Paskale spinse le zie per le spalle, verso casa, imponendo loro di tacere. E tutti, donne e ragazzi, seguivano, per la strada erbosa, neri alla luna come un gregge di ritorno dal pascolo.</p>
<p style="text-align: justify;">A notte alta la madre e due vecchie parenti stavano nel cortile della casa, col portone socchiuso, aspettando. Il nonno s&#8217;era accovacciato sulla stuoia, in cucina, all&#8217;ombra del forno grande simile ad un nuraghe; e non si moveva, ma di tanto in tanto mugolava lievemente, come un mastino che prevedesse un assalto di nemici alla casa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ragazzo non era ricomparso; e a poco a poco una strana follia aveva preso la madre. Ella credeva sempre che il cognato Paulu avesse nascosto Bainzeddu, come s&#8217;era d&#8217;intesa, ma che tutti fingessero, intorno a lei, per costringerla a rappresentare meglio la sua parte di madre disperata. E nello stesso tempo sentiva d&#8217;ingannarsi e il dubbio, anzi a momenti la certezza, che il ragazzo fosse scomparso davvero le toglieva la ragione.  Allora un senso di vertigine la investiva; ma nel turbinìo dei pensieri uno gliene rimaneva fermo come un pernio intorno al quale si aggiravano tutti gli altri: che Dio la castigasse con quel terrore della sua malvagità di aver acconsentito all&#8217;intrigo infernale dei parenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il peggio è che le donne rimaste con lei non sapevano nulla di questo intrigo ed erano convinte che Juanne Bellu avesse nascosto il ragazzo: e una proponeva alla madre di andare subito dalle autorità a denunziare il colpevole, e l&#8217;altra invece di supplicarlo a restituirle subito il figliuolo.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Ella già si rifugiava un poco in quest&#8217;ultima idea quando arrivò Antoni Paskale. Non correva, adesso, Antoni Paskale, ma il rumore dei suoi passi aveva qualche cosa di minaccioso. Si sentivano i chiodi dei suoi scarponi battere sul selciato; spinse con violenza il portone, e il suo viso, alla luna chiara come un sole d&#8217;argento, apparve bianco di dolore e d&#8217;ira repressa. La madre lo guardò e sentì freddo al cuore: sentì che il ragazzo era scomparso davvero. Da quel momento fu vinta da un delirio d&#8217;angoscia. Uscì nella strada e guardò qua e là, poi si mise a correre: Antoni Paskale la rincorse, l&#8217;acchiappò come una farfalla, con due dita sole, la riportò nel cortile, chiuse il portone, la spinse in cucina e chiuse la porta. Ma non si poteva parlare bene perché le parenti erano di fuori e ascoltavano.</p>
<p style="text-align: justify;">- Nonno, &#8211; disse il giovane, &#8211; datemi la chiave di cantina: devo parlare con questa pazza: e venite anche voi, se volete -.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio, insolitamente, non fece resistenza; appoggiò la mano aperta alla stuoia e si alzò, nero, pesante, seguendo il nipote che aveva preso di sopra il forno il lumicino d&#8217;ottone; e scesi i sette scalini aprì.</p>
<p style="text-align: justify;">Apparve la cantina, nera e fredda come una miniera: si sentiva il rosicchiare dei topi. La madre si appoggiò al gancio della porta, non potendo più andare avanti, ma cominciò a gridare inviperita:</p>
<p style="text-align: justify;">- Se non mi dite subito la verità vado dalla Giustizia e dico tutto, e faccio buttare giù la casa di Paulu, che sia maledetta fino all&#8217;ultima pietra. Ditemi subito che il ragazzo è là: dimmelo subito, Antoni Paskà; ti dico di dirmelo! -</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi occhi fosforescenti sembravano davvero quelli d&#8217;una pazza, tanto che il giovane, spaventato, ebbe per un attimo l&#8217;idea di dirle che il ragazzo era nel nascondiglio di zio Paulu; poi scosse vigorosamente la testa e affermò la verità.</p>
<p style="text-align: justify;">- È inutile fare scandali, donna! Il ragazzo non si trova in nessun posto. -</p>
<p style="text-align: justify;">Ella cadde lunga distesa, col viso a terra, rigida come una spada; ma non era svenuta: piangeva e domandava perdono a Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">- Signore, Signore! Voi mi castigate bene. È giusto, è giusto&#8230; E voi, babbo, uccidetemi&#8230; passatemi sulla schiena col vostro calcagno&#8230; -</p>
<p style="text-align: justify;">Il vecchio guardava, nell&#8217;ombra, grande, con la sua barba lunga, terribile eppure umano come il Dio vendicatore dell&#8217;Antico Testamento. E Antoni Paskale non si vergognava di tremare, con un senso di freddo nelle ossa, ancora in sudore per le lunghe corse inutili fatte in ogni angolo del paese, e le ricerche nei pozzi e nei dintorni. Anche lui imprecava a bassa voce contro zio Paulu; e l&#8217;idea che i Bellu, saputo dell&#8217;intrigo, avessero fatto a tempo a nascondere davvero il ragazzo, per burlarsi più che per vendicarsi degli avversarî, gli dava un tremito d&#8217;umiliazione rabbiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">- Alzati, &#8211; ordinò alla donna, toccandole i piedi col piede, &#8211; non fare pazzie. Il ragazzo, certo, non è poi morto e lo si troverà. Bisogna piuttosto nascondere te, adesso. Alzati, perdio! -</p>
<p style="text-align: justify;">Telène si alzò a sedere, ma rimase accoccolata sul pavimento, con le spalle gonfiate da un continuo singultare infantile.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nonno intanto aveva cambiato posto al lume, deponendolo sopra il coperchio d&#8217;un orcio; e accanto il tino alto con le ombre delle stanghe del pigiatoio sembrava un molino a vento. D&#8217;un tratto egli batté tre volte col bastone, sul tino; e dentro i colpi echeggiarono come in una casa vuota. Allora quei due, la donna e il nipote, credettero di sognare. Il visetto diabolico di Bainzeddu si affacciava nel vuoto fra l&#8217;orlo del tino e l&#8217;arco del pigiatoio: e rideva, nell&#8217;ombra, come la luna nella notte. La madre lo guardava di giù, a bocca aperta, abbagliata: Antoni Paskale si curvò di qua e di là per cercare qualche cosa da buttargli contro: non trovando altro gli scagliò la berretta che rimase attaccata all&#8217;anta del pigiatoio.</p>
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		<title>Contos de foghile &#8211; Il fanciullo nascosto &#8211; Prima parte &#8211; (Grazia Deledda)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 14:38:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il complotto si fece, come tutte le riunioni importanti che i parenti Coìna dovevano avere fra di loro, se a queste era necessario che assistesse il nonno, appunto nella cantina del nonno Bainzone. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il nonno Bainzone era stato sempre un uomo giusto, di buona coscienza: ormai vecchio e quasi impotente passava i giorni accanto alla sua porta, come un idolo di legno messo lì a guardia della casa. Non parlava mai: passava il suo </span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/anziani-in-abito-tradizionale.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-950" style="margin: 7px;" title="Anziani in abito tradizionale - Foto di Ballero Antonio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/anziani-in-abito-tradizionale-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" /></a><span style="font-family: Arial;">tempo a guardare e giudicare fra di sé la gente che attraversava la strada. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Viveva con la figlia minore, Telène, vedova d&#8217;un ricco massaio, e col nipotino Bainzeddu figlio di lei; ma continuamente gli altri figli e i nipoti e i pronipoti lo visitavano, specialmente per chiedergli parere e consiglio in certi gravi casi di coscienza, salvo poi a non dargli retta. Ma il solo pensiero che egli sapeva ciò che essi volevano fare, anche se ingiusto, sopratutto se ingiusto, acquetava la loro coscienza: così se qualcuno li rimproverava essi potevano rispondere pronti: il nonno non ha detto niente. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">E questo bastava, per acquetare tutti. Da qualche tempo, però, il nonno non rispondeva neppure alle loro questioni: li guardava e li giudicava, fra di sé, come la gente della strada, e il suo silenzio li incoraggiava maggiormente. Tutti i giorni qualcuno di loro veniva: se la conferenza era di lieve importanza si svolgeva davanti alla porta; se no il nonno doveva alzarsi, aiutato dal parente, attraversare lo stretto androne su cui davano le porte della cucina e della domo &#8216;e mola, la stanza della macina per il grano, scendere i sette scalini ed aprire la cantina. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Nella cantina si poteva parlare con tutta libertà, senza essere ascoltati dai vicini di casa e dai passanti; e poi si beveva.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Santone, coraggio, andiamo alla festa &#8211; gli diceva quel giorno battendogli lievemente le dita sulle spalle e conducendolo cautamente giù per i sette scalini Antoni Paskale, il più bello dei nipoti, un giovane alto e forte noto a tutti per la sua prepotenza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Seguivano gli altri, dal passo pesante. Erano tutti vestiti di nuovo, e alcuni un poco alticci perché un pomeriggio di festa, il giorno della Pentecoste.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il vecchio si lasciava portare, appoggiando la mano alla parete; ma il suo viso duro, nero, circondato da una grande barba giallastra che saliva fino alle tempia ove si confondeva coi capelli e con le folte sopracciglia a ricciate, e i grossi occhi gonfi, nerissimi, esprimevano una resistenza interna, un diffidare cupo, irriducibile. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Giunti alla porta della cantina parve esitare, prima di trarre la chiave che teneva sempre con sé; poi accorgendosi che Antoni Paskale tentava di frugargli in tasca si decise, e aprì tastando con le dita la serratura per trovarne il buco. La porta era grande e solida come un portone, fermata a metà, di dentro, con un lungo gancio di ferro arrugginito; l&#8217;altra metà si aprì, ne uscì un odore di sotterraneo, di formaggio e di vino, e apparve l&#8217;interno misterioso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Per tutti quegli uomini e quei giovani forti che seguivano il nonno, il luogo era stato sempre ancor più misterioso e attraente d&#8217;un ripostiglio che esisteva nella casa di uno di loro, Paulu, il primogenito del vecchio Bainzone; si diceva che questi teneva là dentro nascosto un tesoro e perciò non dava mai a nessuno la chiave; si diceva poi che chi entrava con un dispiacere ne usciva allegro, e questo era vero perché c&#8217;era del vino forte e una provvista d&#8217;acquavite. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Tutti i giovani, passando, toccarono il palo del gancio, col quale s&#8217;erano esercitati, da ragazzi, fuggevolmente, nei giorni in cui si rimetteva il vino e la porta rimaneva un poco aperta. La luce pioveva da un finestrino alto inferriato spandendo un chiarore argenteo sulle botti nere dalla faccia rossa, allineate come altrettante sorelle. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span id="more-947"></span><span style="font-family: Arial;">Oltre le botti c&#8217;erano grandi orci e brocche, mensole, mucchi di oggetti smessi, scale a piuoli, e in un angolo un tino alto come una torre con sopra un pigiatoio a quattro anse ancora violetto di mosto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/uomini-di-orgosolo-foto-di-martiis-plinio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-951" style="margin: 7px;" title="Uomini di Orgosolo - Foto di Martiis Plinio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/uomini-di-orgosolo-foto-di-martiis-plinio-300x295.jpg" alt="" width="300" height="295" /></a><span style="font-family: Arial;">Il primo a parlare, dopo che il vecchio sedette su uno scanno appoggiato al tino, fu Paulu il figlio maggiore, già pure lui anziano, coi capelli grigi. Gli altri si erano disposti qua e là, tutti in piedi però, chi appoggiato al tino ai lati del nonno, chi agli orci, coi visi illuminati da una luce vaga, lontana, che pareva più interna che esterna; un velo di pallore ove gli occhi sfolgoravano con più forte passione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Solo Paulu dava le spalle alla luce: parlava quieto, rivolto al padre, ricordando con brevi parole la storia di una inimicizia che tormentava la famiglia. A causa di una eredità mal divisa i Coìna erano in lite con certi Bellu, parenti per parte di madre: i soliti orrori funestavano le due famiglie: sgarrettamenti e uccisione di bestiame, incendi, vigne e alberi divelti. Ancora non erano arrivati al sangue cristiano, ma erano sull&#8217;orlo dell&#8217;abisso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Ambasciate con minaccie di morte andavano e venivano tutti i giorni; e il vecchio Bainzone aveva un bel vigilare la porta della sua casa onesta; le fondamenta erano rose e tutto minacciava di crollare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Ecco, se volete sentire l&#8217;ultima, &#8211; disse Paulu, senza mutare tono di voce, &#8211; l&#8217;avvocato ha mandato a dire che fra giorni esce la sentenza della Cassazione, che sarà favorevole a noi. Juanne Bellu, il caporione, dice che se questo sarà, troverà bene lui il modo di correggere la legge. E allora, padre, &#8211; aggiunse, chinandosi un poco davanti al vecchio, &#8211; questa scorsa notte mi ha segnato la porta con una croce di sangue. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il designato sono io: il primo frutto maturo a cadere sono io, il vostro figlio primogenito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il vecchio teneva gli occhi ostinatamente chini a terra: con le mani nere appoggiate forte agli orli dello scanno pareva ascoltasse, sì, ma aspettando un momento opportuno per alzarsi e andarsene senza rispondere. Antoni Paskale lo guardava dall&#8217;alto; poi guardò in giro i parenti e a ciascuno fece un cenno un poco beffardo di no: no, non s&#8217;illudessero; il nonno non avrebbe mai acconsentito.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">-Non c&#8217;è che un mezzo per salvarsi, &#8211; riprese il primogenito, chinandosi ancora di più sopra il vecchio, &#8211; far mettere dentro Juanne Bellu, finché esce la sentenza: così, se sta all&#8217;ombra, non si scalderà tanto -.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Gli altri risero; il nonno non sollevò neppure gli occhi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Arial;"><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span></span><!--[endif]--><span style="font-family: Arial;">Adesso ve lo dico, padre: ma non vi arrabbiate. Facciamo una cosa&#8230; -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">D&#8217;improvviso si sollevò senza poter proseguire: parve scoraggiato dall&#8217;attitudine del padre, e anche lui accennò di no. Forse la cosa pareva anche a lui impossibile. Ma Antoni Paskale aggrottò le sopracciglia, come per una minaccia, finta però; e con la mano sull&#8217;omero del nonno gli si chinò un po&#8217; all&#8217;orecchio, dicendo con voce di scherzo:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span style="font-family: Arial;"><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span></span><!--[endif]--><span style="font-family: Arial;">Nascondiamo Bainzeddu&#8230; -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il vecchio dovette capire subito di che si trattava perché arrossì e alzò l&#8217;omero per scacciar via con disprezzo il nipote: questi però calcò meglio la mano, e si sollevò scuro in viso. All&#8217;occorrenza era uomo da non esitare a essere forte anche contro il nonno testardo&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Be&#8217;, &#8211; riprese conciliante Paulu, &#8211; intendete di quello che si tratta, babbo! Non sono poi cose del diavolo! Nascondiamo dunque Bainzeddu spargendo la voce che dubitiamo ci sia stato preso e nascosto da Juanne Bellu, per vendetta </span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/uomini-di-orgosolo-2-foto-di-martiis-plinio.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-952" style="margin: 7px;" title="Uomini di Orgosolo - Foto di Martiis Plinio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/uomini-di-orgosolo-2-foto-di-martiis-plinio-300x295.jpg" alt="" width="300" height="295" /></a><span style="font-family: Arial;">Juanne viene messo dentro. Intanto arriva la sentenza, e lui, dentro, come dicevo, ha modo di masticare il pane del re e accorgersi che è molto duro. Avete inteso? -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Il vecchio aveva finalmente sollevato gli occhi lucidi e duri come perle e guardava suo figlio; due volte allungò l&#8217;indice verso di lui, due volte le sue labbra violacee tremarono fra la barba bianca; ma non pronunziò parola: riabbassò la testa e tornò a fissare l&#8217;ombra ai suoi piedi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Il ragazzo, s&#8217;intende, lo prendo con me, in casa mia &#8211; concluse Paulu intimidito. &#8211; Ho quel luoghicino&#8230; -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Eh! Eh!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Qualcuno raschiò, qualche altro tossì; tutti sapevano del famoso nascondiglio della casa di Paulu; una casa antica che </span><span style="font-family: Arial;">sua moglie aveva ereditato da uno zio ch&#8217;era stato lunghi anni bandito e s&#8217;era scavato quel nido come una talpa. Dunque non c&#8217;era da temer nulla per il ragazzo, che anzi avrebbe preso gusto a stare nascosto in quel &#8220;luoghicino&#8221;. Eppure Antoni Paskale, per spirito di contraddizione cominciò a dire:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Per me, lo porterei all&#8217;ovile, al monte, all&#8217;aria aperta: c&#8217;è modo di nasconderlo meglio lassù. Una volta, ricordate, babbo grande, stetti nascosto una settimana nelle grotte di Punta Marina; avevo otto anni! C&#8217;è acqua d&#8217;argento, là dentro, e il vento che brontola come in casa sua. Mentre una volta che sono entrato nel buco di casa vostra, ziu Pà, ho starnutito come un gatto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Ridevano tutti. Un cugino, senza sollevarsi dall&#8217;orcio a cui stava appoggiato, domandò coscienziosamente se la madre del ragazzo sapeva del progetto e lo approvava.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Lo sa! Lo sa! &#8211; disse con accento di noia un altro. &#8211; È una donna, Telène! -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- E chi dice che è un uomo? -</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Pareva che, in fondo, non tutti fossero pienamente d&#8217;accordo: sapevano tutti, in fondo, che zio Paulu sotto la sua calma nascondeva una rabbia tremenda per quella croce di sangue trovata sulla sua porta e che cercava un pretesto qualunque per far mettere in carcere Juanne Bellu. Si prestavano al gioco pericoloso di lui, ma la coscienza li morsicchiava un poco, senza che essi vi badassero poi tanto, li morsicchiava lievemente come un gatto che scherza.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Allora restiamo intesi così; voi, babbo, non fate osservazioni: è una cosa, poi, che farà bene a tutti. Io, stasera, </span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/donne-di-oliena-con-bambino-foto-di-ballero-antonio.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-953" style="margin: 7px;" title="Donne di Oliena con bambino - Foto di Ballero antonio" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/donne-di-oliena-con-bambino-foto-di-ballero-antonio-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a><span style="font-family: Arial;">mando mia moglie a prendere il ragazzo, o lo manda sua madre da noi per qualche commissione. Vedrete che la storia farà bene a tutti, così Dio mi giudichi &#8211; concluse cacciando i pollici nella cintura e sollevando il viso con soddisfazione. Gli pareva già di vedere il nemico legato e vinto. &#8211; È una cosa che farà bene a tutti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">- Allora, zio, tocchiamo il polso a quella donna panciuta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">La donna panciuta era la botte ove si conservava il vino migliore. Uno dei giovani andò e lasciò cadere il vino rosso spumante in una mezzina, e da questa cominciò a versarlo in un bicchiere che porse allo zio. Qualcuno lo spingeva di dietro e il vino traboccava sgocciolando fino a terra; gli altri giovani si davano dei pugni per scherzo e due cugini che si volevano molto bene stavano a guardare con le braccia gettate l&#8217;uno sul collo dell&#8217;altro. Antoni Paskale non aveva mai levato la mano dall&#8217;omero del nonno; questi però, quando il figlio gli offrì a sua volta il bicchiere sgocciolante, tornò a sollevare gli occhi; guardò Paulu dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, con le sopracciglia che gli tremavano per lo sdegno; poi si alzò dando un ansito che fece ammutolire tutti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial;">Cadeva la sera ed egli stava seduto davanti alla porta, silenzioso e accigliato. Dentro si sentiva ancora il rumore monotono della macina del grano e la voce esile di Telène che di tanto in tanto aizzava l&#8217;asino intorno alla mola: si lavorava ancora, dentro, sebbene fosse quasi sera e sera di festa.</span></p>
<h3 class="MsoNormal" style="text-align: center;">CONTINUA &#8230;&#8230;</h3>
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		<title>Contos de foghile &#8211; Il mago (Grazia Deledda)</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jan 2009 13:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura e arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Grazia Deledda: Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l&#8217;ultima, e guardava già per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell&#8217;estremo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Di Grazia Deledda:</h3>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;">Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l&#8217;ultima, e guardava già per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/sardegna2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-915" style="margin: 7px;" title="Sardegna" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/sardegna2.jpg" alt="" width="270" height="255" /></a>Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell&#8217;estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendenti ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d&#8217;oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;">In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di muschio giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;">Si chiamava Antonio. Anch&#8217;esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicita sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l&#8217;aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l&#8217;avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l&#8217;erede?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;"><span id="more-911"></span>Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;">Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; text-align: justify;">Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l&#8217;ultima speranza allorché un giorno un&#8217;amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese :</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Non sapete dunque, comare Sabì? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perchè&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Perché?&#8230; &#8211; chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Perché? &#8211; seguitò l&#8217;altra abbassando la voce. &#8211; Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti&#8230; e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Liberanosdomine! &#8211; esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l&#8217;altra proseguì, offesa dell&#8217;incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Dopo un&#8217;ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui bracie Saveria aveva posto a bollire il caffé, ell&#8217;era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->E&#8230; ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell&#8217;astio contro vostro marito!&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->All&#8217;imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? &#8211; domandò alla fine Saveria con grande serietà.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Nulla!&#8230; &#8211; rispose Antonio. &#8211; A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->è male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->è vero&#8230; è vero&#8230; ma! Vedremo! Domani gli parlerò.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Ah, se sciogliesse la magia!&#8230; &#8211; esclamò Saveria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l&#8217;indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l&#8217;incantesimo.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">E’ vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l&#8217;uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i geni che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d&#8217;oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Sulle prime Peppe fece il sordo, si mostrò anzi scandalizzato, come un artista a cui si proponga un affare che spoetizzi i suoi ideali; ma poi, visto realmente lo splendore del luigi, chissà donde il pastore lo aveva tratto! cedè a poco a poco e gridò:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Ebbene, sì! Lo faccio però per amicizia e pietà di Saveria; ma tu non lo meriti, tu che mi hai sempre deriso!&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Antonio protestò; Peppe allora l&#8217;avvertì di trovarsi l&#8217;indomani notte in un sito deserto della montagna, col fucile scarico, una tovaglia bianca e due ceri.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Antonio lasciò la moneta al mago e promise tutto; però, allorché trovansi nella strada oscura, minacciò col pugno la casa rovinata da cui era uscito e sogghignò:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Vedremo!</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">L&#8217;indomani notte fu il primo ad arrivare al convegno: era un sito orrido e dirupato reso fantastico dal chiarore croceo della luna al tramonto. Nella notte serena non spirava un alito di brezza, e i rovi fioriti, le liane nere e il musco olezzavano nel silenzio misterioso delle roccie illuminate dalla luna.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Il pastore depose il fucile che, secondo la raccomandazione di Peppe, non aveva caricato, la tovaglia, e i ceri su un masso e attese&#8230; Peppe non tardò. Le sue prime parole furono:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->è giusta l&#8217;ora! Mezzanotte -.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Stese la tovaglia su una larga pietra nuda e isolata dalle altre, fissò i ceri in terra e fece stendere bocconi, per un secondo, il pastore.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Quando si rialzò Antonio vide i ceri accesi e il fucile posto sulla tovaglia.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Cominciamo! &#8211; disse Peppe.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">E infatti cominciò a fare mille pantomime che Antonio seguiva con occhio torvo e con un sorriso di sdegno sulle labbra. Più che mai si sentiva in vena di deridere il mago; ma qual non fu il suo spavento quando Peppe rivoltosi alla pietra coperta dalla tovaglia, la interrogò in un linguaggio strano che probabilmente doveva passare per latino, e la pietra rispose, con voce flebile, lugubre, uscente di sotterra, nel medesimo linguaggio?&#8230; In pari tempo i ceri si spensero da se senza che tirasse vento o che Peppe si chinasse su di essi.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Si rivolse invece verso il pastore che tremava verga a verga e gli disse:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->La pietra mi risponde che&#8230; il fucile risponderà se la magia è sì o no sciolta!&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->- Come? &#8211; chiese Antonio richiamato in su dalla voce del mago.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Era scarico il tuo fucile?&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Sì perdio! &#8211; esclamò il pastore.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Ebbene, piglialo e spara in aria: se fa fuoco è segno che l&#8217;incantesimo è sciolto!</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Antonio, oramai preparato ad assistere a tutte le meraviglie del mondo ma non a quest&#8217;ultima, si accostò alla pietra parlante, prese il fucile e sparò&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Peppe cadde al suolo, senza emettere un solo gemito, col cuore trapassato da una palla.<span style="font-family: Batang;"><br />
</span>Invece di sparare in aria, Antonio lo aveva preso di mira&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Dopo il suo involontario delitto, perchè, nonostante tutto, credeva che il fucile non facesse fuoco, il pastore pensò di darsela a gambe ma poi rifletté che nessuno sapeva nulla di tutta questa faccenda, e&#8230; ripiegò la tovaglia, riprese i ceri e il fucile e ritornò al villaggio camminando sulle rupi in modo da non lasciare alcuna traccia dietro di se, e passò tranquillamente il resto della notte con la sua adorata Saveria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Sempre incredulo in fatto di magie, il forte pastore dai grandi occhi ardenti non seppe mai spiegarsi come la pietra avesse parlato, come i ceri eransi spenti e come il fucile aveva fatto fuoco; però nove mesi dopo ebbe la gioia di pigliare fra le sue braccia robuste un bel marmocchio di cui Saveria lo rese padre.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Allora si pentì amaramente di non aver sparato in aria; ma non potendo far rivivere il mago, si contentò di fargli dire una messa di suffragio nella vecchia chiesetta della montagna.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Contos de foghile &#8211; Ancora magie&#8230;&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 11:43:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura e arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Grazia Deledda: Zio Salvatore, il nostro vecchio fattore, cominci: - Figlioli miei, io non sono stato sempre agricoltore: ero nato per diventare qualcosa di grande, prete almeno, ma i casi e l&#8217;estrema povertà della mia buona mamma, non lo permisero. Tuttavia durante la mia fanciullezza feci il sagrestano nella nostra chiesetta di San Giuliano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Di Grazia Deledda:</h3>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Zio Salvatore, il nostro vecchio fattore, cominci:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Figlioli miei, io non sono stato sempre agricoltore: ero nato per diventare qualcosa di grande, prete <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/cucina-di-grazia-deledda.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-897" style="margin: 7px;" title="Cucina di Grazia Deledda" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/cucina-di-grazia-deledda-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>almeno, ma i casi e l&#8217;estrema povertà della mia buona mamma, non lo permisero. Tuttavia durante la mia fanciullezza feci il sagrestano nella nostra chiesetta di San Giuliano, e solo allorché, smessa ogni vocazione religiosa, pensai di ammogliarmi, mi scossi via il profumo d&#8217;incenso e di cera che esalava dalle mie vesti, e, vestitemi le ghette mi posi a lavorare la terra. Sentite dunque: era l&#8217;ultimo anno della mia&#8230; segrestania e ne contavo già ventidue.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Una sera di novembre, all&#8217;imbrunire, me ne stavo seduto al di fuori della nostra casetta, sul carro di un vicino, e guardavo in fondo alla via. Siccome faceva freddo nessuno si degnava tenermi compagnia, e anch&#8217;io, certo se non fossi stato spinto da un forte motivo, non sarei rimasto là. Vedevo i monti, già coperti di neve, tutti velati di nebbia, sentivo già dal cielo fosco stillare un&#8217;umidità gelata che trapassava il mio cappotto, e il vento freddo m&#8217;imporporava il naso, eppure non mi muovevo. Il campanile nero di San Giuliano, facendo di tanto in tanto capolino fra la nebbia e le tinte fosche dell&#8217;imbrunire, mi avvertiva esser l&#8217;ora di recarmi a sonar l&#8217;ave, eppure io restavo là duro, stecchito, immemore del mio dovere. Ciò che più mi tentava era l&#8217;allegro schioppettare del fuoco, dentro, nella nostra cucinetta calda ove mamma preparava un buon minestrone di fagiuoli con cavoli, un vero lusso sapete, aizzando ogni tanto con la sua voce tremula l&#8217;asinello che funzionava ancora, monotono e lento, intorno alla macina in un angolo della cucina. Guardavo ogni tanto il tetto basso e umido che fumava e il pensiero del buon fuoco accresceva il mio freddo, pure non mi muovevo, come fossi incantato. Ah, se, ero proprio incantato. Un&#8217;ora prima, all&#8217;uscita della novena, Graziarosa, mi aveva detto con mistero:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Compare Batò, devo parlarvi: attendetemi fra un&#8217;ora davanti a casa vostra.»</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Graziarosa parlarmi, darmi un convegno! Era una cosa che io non sognavo neppure: perché dovete sapere che, innamorato pazzo di lei, lei non mi aveva mai voluto ascoltare, anzi mi derideva chiamandomi: compare campanile! Come soffrivo Dio Santo! Graziarosa si credeva un gran che perché serviva in casa del Sindaco, il più ricco signore del paese, e accompagnava la padroncina Donna Daniela, a passeggio; era una bella ragazza, Graziarosa, con gli occhi verdi, e io ne andavo pazzo: ma lei non mi dava uno sguardo, anzi pretendeva di maritarsi con un signore! Figuratevi però che signore! Uno che avesse pantaloni, ecco, talché io, esasperato, quando lo seppi, le cantai persino sotto la sua finestra, una canzone infame:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;"><em>Teracas chi signoras bos cheries..</em></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/cortile-della-casa-di-grazia-deledda.jpg"><span id="more-895"></span><img class="size-full wp-image-898 alignleft" style="margin: 7px;" title="Cortile della casa di Grazia Deledda" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/cortile-della-casa-di-grazia-deledda.jpg" alt="" width="98" height="130" /></a>Essa minacciò di farmi bastonare da suo fratello: io stavo per farle comporre una poesia scandalosa da un poeta che scriveva così canzoni per l&#8217;uno e per l&#8217;altro mediante la ricompensa di sette pezzas , allorché mi diede il convegno, con buona grazia e chiamandomi insolitamente col mio vero nome.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Ecco perché, io che, ben potete figurarvi, l&#8217;amavo sempre, me ne stavo quella sera al fresco, trangugiandomi la nebbia e col naso rosso&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Come Dio volle Graziarosa arrivò: ritornava dalla fonte, le mani avvolte nel grembiale e il viso livido dal freddo. Appena la vidi mi alzai di scatto e le andai incontro palpitando e mormorando:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Che diavolo! Vi attendo da due ore, sapete. Ed ho da suonar l&#8217;ave!».<span style="font-family: Batang;"><br />
</span>Un sorriso beffardo le increspò le labbra: depose l&#8217;anfora su un muricciuolo e mi rispose, guardandosi attorno:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Altro che ave, compare mio! Si tratta di scudi. Volete guadagnarvene venti?&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">La fissai bene, e pensai: «A che vuol concludere?». Anch&#8217;io mi guardai attorno, ricordandomi la sua minaccia, e dubitando che il fratello fosse lì dietro il muro, ma non vidi nessuno. Solo a venti passi la mia casetta nera, fra la nebbia invadente e il crosciare minimo della nostra macina mossa dall&#8217;asinello, Graziarosa si accorse della mia&#8230; stavo per dire paura.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Su, &#8211; disse, facendosi seria, &#8211; non state a fare il matto. Non ho tempo da perdere. Ditemi se volete guadagnarvi venti scudi&#8230;».<span style="font-family: Batang;"><br />
</span>Assicuratomi che parlava sul serio e visto che potevo fare il galante senza correre alcun pericolo cominciai a far gli occhi languidi imbambolati, e risposi:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Comare Graziarò, se dite davvero, e se si tratta di farvi un piacere, parlate pure subito&#8230; Già, lo sapete, io sono pronto a gettarmi nel fuoco per voi: purché mi vogliate un po&#8217; di bene, io, senz&#8217;altra ricompensa, vado all&#8217;inferno&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Ufh!&#8230; &#8211; esclamò la ragazza fissandomi. &#8211; Siete un fanfarone! E non che andare all&#8217;inferno, ma scommetto che non mi farete punto il piacere che vi chiedo, che è poi per altri&#8230; Vi sono cento lire per me e cento per voi, senza contare l&#8217;amore che d&#8217;ora innanzi vi porterò&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Queste ultime parole mi entusiasmarono tanto che, non sapendo come meglio ringraziare Graziarosa, cercai farle qualche carezza, sembrandomi già di aver qualche diritto su di lei. Ma essa diede indietro dicendo:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Abbasso le mani, compà, o vi piglio a schiaffi&#8230; ohè!».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Brutto prologo del suo promesso amore! Siccome la notte avanzava e il vento strideva più forte fra la nebbia, Graziarosa proseguì:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Stanotte di certo la padrona mi manda via&#8230; E donna eh, da perdonarmi! Dunque facciamo presto. Prima però di dirvi di che si tratta bisogna mi giuriate che non svelerete mai nulla, acconsentiate o no, né che mai pronunzierete il nome mio se narrate questo fatto!».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Io, appunto perché sapevo che avrei fatto il contrario, conoscendo bene il mio carattere, proferii i più orribili giuramenti. Allora Graziarosa, a voce sommessa, mi fè noto ciò che voleva: era qualcosa di orrendo per me. Si trattava nientedimeno che di darle, mediante la sopradetta ricompensa di venti scudi e il suo futuro amore, un po&#8217; di olio santo!&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Diventai pallido nel pensare che mi credevano capace di tanto: tremai tutto allorché sentii che l&#8217;olio santo doveva servire per una magia; ma per quante preghiere facessi, Graziarosa non volle dirmi che sorta di magia fosse e per chi servisse. Naturalmente negai, con orrore e terrore, compiere questo sacrilegio, per quanto mi tentasse sempre la strana promessa dell&#8217;amore di Graziarosa e un pochino anche i cento franchi. Oh, avere cento franchi e saldare con essi l&#8217;unico debito che aveva la mamma sin dal tempo in cui era morto il babbo! Cento franchi! Erano per me un sogno, grande quanto quelli che mi dava la disperata passione per Graziarosa, ma averli a quel prezzo! Prima mi fossero piombati cento fulmini! Avrei ucciso meglio un uomo! E lo dissi francamente alla ragazza.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Vedete, avevo ragione io! E dicevate di andare all&#8217;inferno!&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Oh, chiedetemi tutto ciò che volete, ditemi di fare qualunque altro delitto e lo farò per voi, ma questo <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/deledda_sm.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-899" style="margin: 7px;" title="Grazia Deledda" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2009/01/deledda_sm.jpg" alt="" width="246" height="337" /></a>no, questo no, no, no&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Dopo lunga contesa Graziarosa se ne andò via pestando i piedi ed io rimasi come un sonnambulo, là, a occhi aperti senza veder nulla, con tanto di naso rosso fra la nebbia, chiedendomi se tutto non era una visione.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Quella sera a San Giuliano non si suonò punto l&#8217;ave, ed io non presi alcun gusto al minestrone di fagiuoli preparato dalla mamma, la quale mi disse:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Sei malato!». E volle farmi bere del latte caldo per farmi sudare!</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Circa un mese dopo, causa un gran temporale, rovinò il tetto a una casa vicina alla chiesa: la sventura volle che quella casa fosse appunto quella del nostro creditore che, povero come noi, ci scongiurò a pagarlo alla fine, dopo tanti e tanti anni.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Non avevamo neppure dieci franchi disponibili, sicché pregammo tanto il nostro creditore ad avere pazienza, ma come poteva pazientare quel povero diavolo con la casa scoperta? E in inverno? In breve: citò la mamma. Fu quella una brutta giornata per noi che non sapevamo neanche di che colore fosse l&#8217;usciere, che non avevamo mai posto piede, neppure come testimoni, in un tribunale. Ci sembrò una infamia, un&#8217;onta, tanto più che sapevamo di non poter assolutamente pagare.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">San Giuliano mio! Cercai ogni pertugio, pregai tutti, ma ahimè, se ora il denaro è morto allora era moribondo, e&#8230; non trovai un&#8217;anima che mi prestasse cento franchi. Bisognava dunque rassegnarci a lasciar fare spese e metterci all&#8217;asta le masserizie?</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Fra tanta disperazione una notte mi ricordai i cento franchi di Graziarosa, e, ve lo confesso, ero così desolato e disperato che per un momento ebbi il sacrilego pensiero di dare l&#8217;olio santo. Ripensai a che poteva servire, e ricordandomi che avevo sentito dire esservi certi signori che non credendo più in Dio e nei santi, per fare uno sfregio alla nostra Santissima Religione, usano battezzare asini, cani e simili animali, parodiando in orribile modo il Battesimo e adoprando il vero olio e acqua santa, mi sentii rizzare i capelli e mi chiesi come mai, per un solo minuto avevo deliberato di dar mano a questa perdizione.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Ma il pensiero del nostro malanno incalzava sempre più tenace e il demonio mi assaliva da ogni parte: oramai l&#8217;idea dei cento franchi di Graziarosa &#8211; non ricordavo punto la promessa del suo amore&#8230; &#8211; e delle nostre povere masserizie poste all&#8217;asta in pubblica piazza, onta e ludibrio estremo, mi si confondevano così nella mente, che mi posi fervorosamente a pregare per scacciare la tentazione! San Giuliano, San Giuliano mio, aiutatemi voi o sono perduto. Ma invano, invano! Quella notte il mio patrono doveva esser sordo o non udiva le mie preghiere causa il forte soffiare del vento&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Fatto sta che il demonio mi vinceva e nulla valeva a scacciarlo. All&#8217;alba ero ancora sveglio, lottando sempre contro quell&#8217;orrendo pensiero: alla fine mi rivolsi a Santa Barbara, ch&#8217;era la santa della mia povera mamma, e la pregai tanto tanto di salvarmi, se non per i miei meriti per misericordia di quella buona vecchia di mia madre, che mi esaudì. Ne son certo, è stata lei, Santa Barbara, a salvarmi, a inspirarmi, ad aiutarmi.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Zio Salvatore qui ci fece un lungo sermone che vi risparmio per quanto interessantissimo, poi proseguì, noi sempre attenti e curiosi:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 36pt; text-align: justify; text-indent: -18pt;"><!--[if !supportLists]--><span>-<span style="font-style: normal; font-variant: normal; font-weight: normal; font-size: 7pt; line-height: normal; font-size-adjust: none; font-stretch: normal; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"> </span></span><!--[endif]-->Fatto appena giorno mi recai in casa del Sindaco e chiesto di Graziarosa le dissi:</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Comare Graziarò, per quell&#8217;affare ho bene pensato, sapete&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Come? &#8211; disse lei spalancando gli occhi e attirandomi in un angolo remoto del cortile. &#8211; Acconsentite? Ma parlate piano».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Sì!» risposi, io pure stralunando gli occhi. E siccome volevo guadagnar molto, giacchè mi ci ero messo: «Ma sentite, lo faccio per voi, perché non posso più resistere&#8230; Se sapeste come vi amo! Se voi seguitate a fare così la crudele io me ne muoio, me ne muoio a dirittura&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Piano, compà&#8230; &#8211; mormorò la serva guardando con timore le finestre ancora chiuse dei padroni. &#8211; Se vi odono mi mandano via. A questo poi ci penseremo dopo&#8230; Ditemi dunque?&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Stasera passate in casa, tornando dalla fonte!&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Sul tardi Graziarosa infatti passò ed io le consegnai una piccola ampollina di olio. Vidi i suoi grandi occhi verdi scintillare allegramente e per poco non mi baciò. Nascosta ben bene l&#8217;ampollina mi consegnò un biglietto da cento lire che io, dopo molte finte cerimonie accettai. Quella sera cominciammo a parlare d&#8217;amore, e quella sera dal campanile nero di San Giuliano risuonò la più allegra ave maria che si possa immaginare, tanto allegra che non pareva ave maria.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Dopo qualche anno Graziarosa diventò mia moglie: solo allora volle confidarmi il segreto dell&#8217;olio santo.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Donna Daniela, la sua padroncina, che benché ricca era un tantino brutta e antipatica, innamorata da morirne di un suo cugino, bel giovine e laureato, viste riuscite inutili tutte le altre seduzioni, era ricorsa ad una famosa maga di un villaggio vicino.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Si procuri un po&#8217; d&#8217;olio santo, &#8211; rispose la maga, &#8211; e ne unga la fronte del giovine mentre dorme, una notte di luna piena, a mezzanotte precisa&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">Graziarosa, intima confidente di Donna Daniela, aveva subito pensato a me che, come sagrestano, potevo procurarle l&#8217;olio santo. Avuto questo, Donna Daniela, sempre a furia di denaro e di mistero, erasi una notte di plenilunio introdotta in casa del cugino e gli aveva unto la bellissima fronte mentre egli dormiva e la mezzanotte suonava.</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">La maga aveva detto che dopo questa operazione il cugino doveva anch&#8217;egli innamorarsi pazzamente di Daniela&#8230;</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«E invece?&#8230; &#8211; chiesi io a Graziarosa. &#8211; Il cugino?&#8230;».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Invece, &#8211; mi rispose lei con melanconia, &#8211; non solo non se ne innamorò, ma poco di poi partì per Cagliari e sposò un&#8217;altra ragazza».</p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 0cm 0cm 12pt 18pt; text-align: justify;">«Figuriamoci! &#8211; esclamai dando in una gran risata. &#8211; Sfido io! Quello che ti consegnai era semplice olio che di santità non conosceva neppure il nome!&#8230;».</p>
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		<title>Il dono di Natale &#8211; brano di Grazia Deledda</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 09:19:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia. Era una festa eccezionale, per loro, quell&#8217;anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco. Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.</span><span style="font-family: Verdana;"> Era una festa eccezionale, per loro, quell&#8217;anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un </span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/paese-sotto-la-neve.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-762" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/paese-sotto-la-neve-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><span style="font-family: Verdana;">giovane molto ricco.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d&#8217;alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.<br />
Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un&#8217;altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.<br />
Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-761"></span><span style="font-family: Verdana;">- Ben tornato, Felle.<br />
- Oh, Lia! &#8211; egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/focolare.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-763" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/focolare-300x229.gif" alt="" width="300" height="229" /></a><span style="font-family: Verdana;">Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l&#8217;amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d&#8217;occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- Che ci hai, qui? &#8211; domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. &#8211; Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, &#8211; aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: &#8211; e anche noi!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con bucce di arance e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un&#8217;aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.<br />
Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po&#8217; di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? &#8211; pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba </span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/arance.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-764" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/arance.jpg" alt="" width="296" height="296" /></a><span style="font-family: Verdana;">nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una </span><span style="font-family: Verdana;">specie di corpo di guardia intorno all&#8217;esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l&#8217;uomo che lo accompagnava. Quest&#8217;uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l&#8217;indipendenza d&#8217;Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E rimasero tutti scambievolmente contenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d&#8217;oro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.<br />
L&#8217;ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s&#8217;intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro.<br />
Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.<br />
Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d&#8217;occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini &#8211; disse a Felle: &#8211; anch&#8217;essi hanno diritto di godersi la festa.<br />
Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile.<br />
La notte era gelida ma calma, e d&#8217;un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.<br />
All&#8217;entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c&#8217;erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po&#8217; triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.<br />
Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- Oh, ragazzi, su, in fila.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/buon_natale_sm.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-765" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/buon_natale_sm-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><span style="font-family: Verdana;">E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.<br />
Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell&#8217;aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Dentro la chiesa continuava l&#8217;illusione della primavera: l&#8217;altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l&#8217;ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d&#8217;oro illuminava loro la via.<br />
Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.<br />
Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- Gloria, gloria &#8211; cantavano i preti sull&#8217;altare: e il popolo rispondeva:<br />
- Gloria a Dio nel più alto dei cieli.<br />
E pace in terra agli uomini di buona volontà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.<br />
All&#8217;uscita di chiesa sentì un po&#8217; freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l&#8217;odore d&#8217;arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l&#8217;uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d&#8217;arancio, perché l&#8217;anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un&#8217;asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.</span><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/arrosto.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-766" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/arrosto-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a><br />
<span style="font-family: Verdana;"> Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d&#8217;avorio: </span><span style="font-family: Verdana;">ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l&#8217;arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e </span><span style="font-family: Verdana;">mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.<br />
Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><br />
Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?<br />
Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov&#8217;era?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/bambino-natale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-767" style="margin: 7px;" title="Buon Natale e felice 2009" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/bambino-natale-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><span style="font-family: Verdana;">- Vieni avanti, e va su a vedere &#8211; gli disse l&#8217;uomo, indovinando il pensiero di lui.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.<br />
E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">- È il nostro primo fratellino &#8211; mormorò Lia. &#8211; Mio padre l&#8217;ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il &#8220;Gloria&#8221;. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.</span></p>
<p class="text" style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: Verdana;">(Brano di Natale di Grazia Deledda )</span></em></p>
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		<title>Contos de foghile &#8211; Nostra Signora del Buon Consiglio [9]</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 09:40:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Contados]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e arte]]></category>
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		<description><![CDATA[“Leggende sarde” di Grazia Deledda, a cura di Dolores Turchi, Roma, Newton Compton Editori, 1999, collana Italia Tascabile, 8 Oggi, miei piccoli amici, voglio raccontarvi una storia che vi commuoverà moltissimo, e che, se non vi commuoverà, non sarà certamente per colpa mia o delle cose che vi narro, ma perché avete il cuore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a title="Contados - Leggende sarde" href="http://www.ztaramonte.it/word/category/contados/" target="_self"><span style="font-size: 8pt; font-family: Verdana;"><strong>“Leggende sarde” di Grazia Deledda, a cura di Dolores Turchi, Roma, Newton Compton Editori, </strong></span></a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></span><span><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a title="Contados - Leggende sarde" href="http://www.ztaramonte.it/word/category/contados/" target="_self"><span style="font-size: 8pt; font-family: Verdana;"><strong>1999, collana Italia Tascabile, 8</strong></span></a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/grazia-deledda.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-733" style="margin: 7px;" title="Grazia Deledda" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2008/12/grazia-deledda.jpg" alt="" width="162" height="227" /></a><span style="font-family: Verdana;">Oggi, miei piccoli amici, voglio raccontarvi una storia che vi commuoverà moltissimo, e che, se non vi commuoverà, non sarà certamente per colpa mia o delle cose che vi narro, ma perché avete il cuore di pietra.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">C&#8217;era dunque una volta, in un villaggio della Sardegna per il quale voi non siete passati e forse non passerete mai, un uomo cattivo, che non credeva in Dio e non dava mai elemosina ai poveri. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Quest&#8217;uomo si chiamava don Juanne Perrez, perché d&#8217;origine spagnola, ed era brutto come il demonio. Abitava una casa immensa, ma nera e misteriosa, composta di cento e una stanza, e aveva con sé, per servirlo, una nipotina di quindici anni, chiamata Mariedda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span id="more-727"></span><span style="font-family: Verdana;">Mariedda era buona, bella e devota quanto suo zio era cattivo, brutto e scomunicato. Mariedda possedeva i più bei capelli neri di tutta la Sardegna, e i suoi occhi sembravano uno la stella del mattino, l&#8217;altro la stella della sera.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Don Juanne voleva male a Mariedda, come del resto voleva male a tutti i cristiani della terra; e, potendo, le avrebbe cavato gli occhioni belli; ma per un ultimo scrupolo di coscienza non voleva farle danno; solo, quando essa ebbe compito i quindici anni, pensò di sbarazzarsene maritandola a un brutto uomo del villaggio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ella però non volte acconsentire a questo infelice matrimonio, e il brutto uomo del villaggio, per vendicarsi dell&#8217;umiliante rifiuto, una notte sradicò tutte le piante del giardino di don Juanne e pose sulla soglia della casa, ove Mariedda e lo zio abitavano, un paio di corna e due grandissime zucche; e ogni notte passava sotto le finestre cantando canzoni cattive.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Impossibile descrivere l&#8217;ira di don Juanne, e l&#8217;avversione che d&#8217;allora cominciò a nutrire contro la povera Mariedda. Basta dire che un giorno la prese con sé nella stanza più remota della casa, e le disse: «Tu non hai voluto per marito Predu Concaepreda (Pietro Testadipietra). Beh! Ma siccome tu devi assolutamente maritarti, preparati a sposare me».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">La poveretta rimase, come suol dirsi, di stucco, poi esclamò:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Ma come va quest&#8217;affare? Voi non siete mio zio? E da quando in qua gli zii possono sposar le nipoti?».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Tu sta zitta, fraschetta! Io ho dal papa il permesso di sposarmi con chi voglio, anche senza prete. E ho deciso di ammogliarmi con chi mi pare e piace. Tu pensa bene ai fatti tuoi. O quell&#8217;uomo del villaggio, o me. Ti lascio una notte per deciderti.» E se n&#8217;andò chiudendola dentro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Appena sola, Mariedda si mise a piangere e a pregare fervorosamente Nostra Signora del Buon Consiglio, perché l&#8217;aiutasse e la ispirasse. Ed ecco, appena fatto notte, le apparve una donna bellissima, tutta circondata di luce, vestita di raso e di velo bianco, con un mantello azzurro e un diadema d&#8217;oro simile a quello della regina di Spagna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Donde era entrata?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda non poteva spiegarselo, e stava a guardar a bocca aperta la bella Signora, quando questa le disse con voce che sembrava musica di violino: «Io sono Nostra Signora del Buon Consiglio, ed ho sentito la tua preghiera. Senti, Mariedda: Chiedi a tuo zio otto giorni di tempo, e se in capo a questi egli non avrà deposto il suo pensiero, chiamami di nuovo. Conservati sempre buona, e mai ti mancherà il mio aiuto e il mio consiglio».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ciò detto sparve, lasciando nella stanza come una luce di luna e un odore di gelsomino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda, che provava una viva gioia, pregò tutta la notte; e il domani chiese a suo zio otto giorni di tempo. Sebbene a malincuore, don Juanne glieli concesse; intanto, perché non fuggisse, la teneva sempre rinchiusa in quella stanza remota, nella quale perdurava la luce di luna e l&#8217;odore di gelsomino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Passati però gli otto giorni, le chiese se si era decisa, ché lui voleva assolutamente sposarla il giorno dopo. Rimasta sola, Mariedda si rimise a piangere e pregare, ma tosto ricomparve quella Celeste Signora, che ora aveva un vestito di broccato d&#8217;oro e un diadema di perle come quello della Regina di Francia. «Dormi, Mariedda, e non temere», le disse con voce che pareva musica di rosignuolo. «Prendi questo rosario, che ha virtù di guarire i malati, e nella fortuna non dimenticarti di me, se non vuoi che t&#8217;incolga sventura.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E sparì, lasciando nella stanza una luce d&#8217;aurora primaverile e una fragranza di garofani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda non aveva potuto dire una sola parola. Speranzosa ed estasiata baciò il rosario di madreperla lasciatole dalla divina Signora, se lo pose al collo e si addormentò tranquillamente senza chiedersi che cosa l&#8217;indomani sarebbe avvenuto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ma l&#8217;indomani ella si svegliò sotto un roveto, vicino ad una palude; e tosto pensò che colà doveva averla trasportata, durante il sonno, la sua Santa Protettrice.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Levatasi, recitò la solita preghiera, poi si avviò verso una città che si scorgeva in lontananza, tra i vapori rosei del bellissimo mattino. Cammina, cammina, vide un piccolo pescatore che, a piedi scalzi e con la lenza sulla spalla, si recava a pescare in certi piccoli stagni azzurreggianti là intorno. Gli chiese: «Bel pescatore, in grazia, come si chiama quella città?».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il pescatore non rispose, ma si mise a cantare: Io pesco anguilla, e do la caccia all&#8217;oca; Quella città laggiù si chiama Othoca [10].</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Be&#8217;», pensò Mariedda, «siamo ad Oristano.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Cammina, cammina, entrò in città, e subito si diede a cercar una casa in cui potesse entrar come serva; ma inutilmente. Dopo tre giorni e tre notti di viavai da una porta all&#8217;altra, morente di fame e di stanchezza, non aveva ancora trovato padrona. Ma non disperava; e pregava, pregava sempre la bella Signora del Buon Consiglio, perché l&#8217;aiutasse.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ora, al quarto giorno, passando davanti al palazzo reale, vide molta gente che parlava sommessa, pallida in volto e piena di dolore. «Bel soldato», chiese ad un giovine armigero, triste anch&#8217;egli come il resto della folla, «che cosa avviene?»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Sta per morire il figlio del Giudice di Arboréa, e nessun medico può più salvarlo.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il Giudice era il re di Arboréa; quindi il figlio era il principe reale, il più bel cavaliere di tutta la Sardegna. Mariedda fu scossa dalla dolorosa notizia e stava per dire un&#8217;Ave per il principe moribondo, quando, toccando i grani del suo rosario si ricordò con gioia che questo possedeva la virtù di guarire i malati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Senza dir nulla, attraversò la folla e riuscì a penetrare nel reale palazzo; ma un capitano delle guardie la fermò, e le chiese con arroganza cosa voleva.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Vengo a guarire don Mariano, il principe malato», ella rispose umilmente. «Ho una medicina meravigliosa che fa guarire anche i moribondi.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Allora il capitano arrogante la introdusse presso il Giudice, un vecchio re dalla barba lunga fino alle ginocchia, al quale Mariedda dové ripetere le sue parole. Il Giudice restò commosso dalla bellezza della piccola sconosciuta, e più per la sua promessa, ma le disse: «Bada, fanciulla dagli occhi di stella, se tu c&#8217;inganni, noi ti troncheremo la testa».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«E se salvo il principe?»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Ti daremo ciò che vorrai.» Ciò detto introdusse egli stesso Mariedda presso il principe morente. Era tempo. Ancora pochi istanti e tutto era perduto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ma la nipote di don Juanne Perrez mise il rosario intorno al collo del principe e, inginocchiatasi sulla pelle di cervo stesa davanti al letto, pregò fervidamente.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Allora tutti gli astanti, bianchi in volto e pieni di meraviglia, videro un miracolo straordinario. Don Mariano riapriva gli occhi, i begli occhi castani dalle lunghe ciglia. A poco a poco le sue guance diventarono rosee come il fior degli oleandri dei giardini reali; la sua fronte rifulse di vita; sorrise; si alzò dicendo: «Padre mio, io rinasco. Chi mi ha salvato?».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il Giudice piangeva di gioia, piangeva tanto che la sua barba gocciolava di lagrime come un albero bagnato dalla pioggia.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Ecco!», rispose, sollevando Mariedda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Tu devi essere una fata», disse il principe, abbracciandola. «I tuoi occhi hanno una luce di luna. Tu sarai la mia sposa.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Infatti, poco tempo dopo, cioè appena giunsero dalla Francia e dalle Fiandre i vestiti di broccato che stavano ritti da sé, tanto oro e argento avevano, e i veli e i manti per Mariedda, essa diventò Giudicessa d&#8217;Arboréa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ed era tanto felice che cominciò a dimenticare la raccomandazione di Nostra Signora del Buon Consiglio, cioè di pregarla e ricordarla sempre, anche nella buona fortuna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Dopo un anno Mariedda aveva interamente dimenticato la sua Celeste Protettrice: il rosario miracoloso stava appeso nella reale cappella, fra altre reliquie e la Giudicessa scendeva raramente nella cappella, passando invece il tempo tra feste, cacce, tornei, e fra i canti e i liuti, e le mandole dei trovadori, che non mancavano nella corte degli Arboréa.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ora avvenne che gli Spagnoli invasero il regno di Arboréa, e don Mariano, lo sposo di Mariedda, dovette partire col suo esercito per difendere le sue terre e cacciare gl&#8217;invasori. Partì e lasciò Mariedda presso a diventare madre di un bel principino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Addio, bella amica», le disse baciandola in fronte, prima di montare sul suo gran cavallo bianco dalla gualdrappa rossa, «sta di buon animo, e fa che al mio ritorno trovi un nuovo principino bello e forte come&#8230;»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Come te, bell&#8217;amico! », rispose donna Mariedda con orgoglio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Durante la guerra, don Mariano stette lungo tempo lontano dalla sua capitale, dal vecchio padre, dalla sposa, e questa, qualche mese dopo la sua partenza, divenne madre di un bellissimo bambino. Questo bambino era tutto color di rosa, e aveva i piedini e le manine che sembravano fiori.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Bisogna sappiate, però, che vi era chi aspettava ansiosamente il giorno della nascita del bellissimo bambino, per demolire tutta la felicità della Giudicessa donna Mariedda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Era don Juanne Perrez. Sentite.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Dopo la separazione dalla nipote, egli aveva cominciato a odiarla ferocemente, giurando di vendicarsi. Ma per quante ricerche facesse nel Logudoro e nelle terre vicine, nessuno aveva mai veduto né sentito parlare della fanciulla dagli occhi di stella; e don Juanne già cominciava, con malvagia gioia, a creder che se l&#8217;avesse portata via il demonio; quando, recatosi ad Oristano per le feste in occasione delle nozze del principe, vide con meraviglia e dispetto, che la sposa era Mariedda!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Allora egli cosa fece? Tornò nel suo villaggio, vendé tutto quanto possedeva, e vendé persino la sua anima al diavolo, perché lo aiutasse nella vendetta; e si vestì da medico, con una lunga barba bianca, e una zimarra nera. Si vestì così perché in un vecchio libro aveva letto che talmente vestiva Claudio Galeno, un antico dottore. Così travestito, don Juanne Perrez se n&#8217;andò nuovamente ad Oristano, spacciandosi per un medico arrivato da Alemagna, e che aveva studiato a Ratisbona.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E tanto disse e tanto fece, che lo accettarono per medico di Corte. Mariedda non lo riconobbe punto. Perciò, quando nacque il bellissimo bambino più sopra accennato, fu chiamato il falso medico; e il falso medico, che aspettava questa occasione per vendicarsi, nascose il bellissimo bambino, e lo sostituì destramente con un cagnolino nero, brutto e rognoso, che teneva pronto. E fece quest&#8217;azione vigliacca con tanta destrezza, che neppure Mariedda se ne accorse.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Don Juanne non uccise il bellissimo bambino, ma lo lasciò morir di fame; perciò ancor oggi, in molti punti della Sardegna, la fame vien chiamata Monsiù Juanne, in memoria di questo fatto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Intanto nella Corte Reale si era immersi nel massimo dolore e spavento, perché mai si era vista una cosa simile; e Mariedda aveva la febbre dal dispiacere e dall&#8217;umiliazione. Pazienza fosse stata una popolana a diventar madre di un cagnolino nero, brutto e rognoso, Santo Iddio! la cosa sarebbe stata passabile, perché in quei tempi esistevano le streghe che si maritavano col diavolo, e da questi orribili matrimoni potevano nascere anche cagnolini e scorpioni: ma una Giudicessina, che aveva vestiti di broccato, i quali stavano ritti da sé tant&#8217;oro e argento portavano!&#8230;</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Basta; la cosa fu scritta a don Mariano che, per la prima volta in vita sua, pianse di dolore. E forse egli avrebbe perdonato Mariedda; ma sparsasi nel campo spagnolo la notizia destò tale ilarità e tante beffe a danno del principe nemico, che egli salì su tutte le furie, e scrisse al suo Maggiordomo che tosto pigliasse la Giudicessina col suo mostriciattolo e la portasse lontano, lontano, in luogo donde non potesse far ritorno, poiché egli la ripudiava.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Il Maggiordomo obbedì; e una notte la povera Mariedda si vide trasportata lontano lontano, in una campagna deserta e silenziosa. Fra le braccia ella stringeva il cagnolino, al quale aveva posto un grande amore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Lasciata sola in quella campagna deserta e silenziosa, in quell&#8217;ora tremenda di disperazione, ella ricordò finalmente il suo passato, ricordò Nostra Signora del Buon Consiglio, e cadde al suolo piangendo, chiedendo misericordia e perdono.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Allora, come nella stanza buia e remota della casa di don Juanne, ecco si fece una gran luce d&#8217;oro, e in essa apparve la Madonna col vestito bianco e il manto azzurro e il diadema simile a quello della Regina di Spagna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Mariedda, Mariedda», disse con voce soavissima, che consolò la povera afflitta, «tu ti sei dimenticata di me, e per ciò sventura t&#8217;incolse. Ma io non abbandono gli afflitti, e sono la madre dei dolorosi» Con la fronte al suolo Mariedda piangeva e pregava.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Mariedda», continuò la Madonna, «cammina, cammina. Troverai una casa che sarà tua, e dove nulla ti mancherà. Vivi là finché sia giunto il tuo giorno e non dimenticarti più di me.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ciò detto sparve. Sulle desolate campagne si sparse una luce di sole nascente, le siepi fiorirono, i ruscelli brillarono; un soave profumo di puleggio passò per l&#8217;aria, e una fila di merli dal becco giallo cantò su un muro vicino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Quando sollevò la fronte dal suolo, Mariedda si trovò fra le braccia non più il cagnolino nero, ma un bellissimo bambino tutto color di rosa, le cui manine e i cui piedini sembravano fiori. Per un momento pensò di tornarsene in Corte con quel bellissimo bambino; ma le parole di Nostra Signora del Buon Consiglio le stavano fitte in mente: e tosto riprese a camminare attraverso la grande pianura improvvisamente fiorita.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Cammina, cammina e cammina, dopo lunghe ore si trovò davanti una bella casetta verde, nascosta in un boschetto d&#8217;aranci e rose. Dagli aranci pendevano grosse palle d&#8217;oro, e dalle rose salivano grandi fiori di corallo. Mariedda picchiò.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Una serva vestita in costume, con la sottana di scarlatto fiammante, il corsetto di broccato verde-oro e un gran velo bianco in testa, aprì e disse inchinandosi:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Siete voi la padrona che s&#8217;aspettava?».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Sì», rispose Mariedda sorridendo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E da quel giorno, infatti, essa fu la padrona di quella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose. Nessuno passava mai là vicino; il mondo era lontano, lontano, eppure nulla mancava mai nella casetta: c&#8217;era sempre il pane che sembrava d&#8217;oro; l&#8217;acqua che sembrava d&#8217;argento; il vino che sembrava sangue; l&#8217;uva che sembrava grappolo di perle; la carne che sembrava corallo; l&#8217;olio che sembrava ambra; il miele che sembrava topazio; il latte che sembrava neve. E infine tutte le cose.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda era felice: pregava sempre, e aspettava il giorno promesso, nel quale sperava rivedere lo sposo diletto. Intanto il bellissimo bambino, che si chiamava Consiglio, cresceva come i piccoli aranci del boschetto, e rideva e correva su cavalli di canna, ai quali, sebbene non avessero che la coda, faceva eseguire rapidissimi volteggi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Scorsero cinque anni. Un giorno, finalmente, passò vicino alla casetta verde una comitiva di cacciatori, che si erano smarriti in quelle campagne disabitate, e chiesero ospitalità a Mariedda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Immaginatevi voi il batticuore, la sorpresa e la gioia di Mariedda nel riconoscere il suo sposo nel capo di quei cacciatori smarriti!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Ecco giunto il giorno!», pensò trepidando. Ma non si fece conoscere, perché era alquanto cambiata e vestiva in costume. Però accolse graziosamente i cacciatori, fra i quali eravi anche don Juanne, il medico del diavolo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Tutti furono incantati della buona accoglienza e della bellezza di Mariedda e di Consiglio. A tavola don Mariano, che sedeva accanto alla padrona, le raccontò la sua sventura, e le disse che si era pentito del suo atroce comando, che aveva fatto cercare la povera sposa per tutti i monti e le valli di Sardegna, e che, non avendola potuta ritrovare, ora egli era l&#8217;uomo più infelice della terra, tormentato dai rimorsi e dalle ricordanze.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda fu intenerita da questo racconto, e decise rivelarsi prima che i cacciatori partissero. Intanto accadde questo fatto straordinario, che dimostrò come la giustizia di Dio si riveli nelle più piccole cose. Sentite. Un cucchiarino d&#8217;oro del servizio da tavola era caduto per terra. Consiglio, che giocherellava attraverso le sedie, lo raccolse, e introdottosi sotto la mensa, così giocando, lo pose dentro la scarpina di marocchino ricamata di don Juanne. Poi se n&#8217;andò via, e dalla serva fu posto a dormire.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Quando si venne a sparecchiare, si notò la mancanza del cucchiarino d&#8217;oro, e questo non si poté rinvenire in alcun posto. «Bel signore», allora disse Mariedda al principe, «io ho dato ospitalità a voi ed ai vostri cavalieri.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Perché dunque mi si paga così?» E raccontò l&#8217;affare del cucchiarino d&#8217;oro, che, senza dubbio, era stato rubato da qualcuno dei cacciatori. Don Mariano salì su tutte le furie, e traendo la spada, gridò: «Cavalieri, qualcuno da qui ha rubato. Confessate la vostra onta o ve ne pentirete amaramente!».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Tutti negarono: don Mariano riprese: «Bene, bei signori! Frugherò io stesso le vostre persone, e guai al traditore indegno, che ha così ricompensato l&#8217;ospitalità di questa nobile dama. Lo trapasserò con la mia spada».</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Detto fatto. Frugò tutti i cacciatori, e trovò il cucchiarino d&#8217;oro nella scarpina di marocchino ricamato di don Juanne. Invano questo si protestò innocente. «Messere», gli disse il principe, «voi morrete per mia mano.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">E stava per ucciderlo, quando Mariedda impietosita, chiese grazia per lui, e si rivelò con grande contentezza del principe. Commosso da questa scena, don Juanne si gettò ai piedi della nipote, che lo aveva salvato, e confessò le sue colpe.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Mariedda e il principe lo perdonarono; solo, in penitenza, gl&#8217;imposero di viver sempre nella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose, perché si pentisse ed espiasse i suoi peccati nella solitudine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Non sappiamo se egli veramente si sia pentito: sappiamo però che egli non si mosse più di là; mentre Mariedda, Consiglio col suo cavallo di canna, la serva col suo costume e il suo velo, don Mariano e tutti gli altri cacciatori tornarono alla Corte, dove furono accolti con grandi feste, e dove vissero lungamente felici. Mentre passavano vicino agli stagni, quel pescatore che aveva cantato quando Mariedda veniva la prima volta ad Oristano, questa volta cantava così: </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Uccelli che volate, che volate,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">In compagnia di me,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Andate e ritornate,</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Fatto han la pace la regina e il re.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Note:</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-family: Verdana;">[9] Leggenda pubblicata presso R. Sandon, Palermo, 1899.</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><em>[10] Antico nome di Oristano.</em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
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		<title>Contos de foghile &#8211; San Michele Arcangelo [8]</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 09:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Leggende sarde” di Grazia Deledda, a cura di Dolores Turchi, Roma, Newton Compton Editori, 1999, collana Italia Tascabile, 8 La mercantessa d&#8217;uova, zia Biròra Portale, viaggiava recando un cesto d&#8217;uova da Orotelli a Nuoro. Era una notte d&#8217;agosto, pura e luminosa come una perla. Sulla grande distesa della pianura di stoppia, la luna gettava una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a title="Contados - Leggende sarde" href="http://www.ztaramonte.it/word/category/contados/" target="_self"><span style="font-size: 8pt; font-family: Verdana;"><strong>“Leggende sarde” di Grazia Deledda, a cura di Dolores Turchi, Roma, Newton Compton Editori, </strong></span></a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></span><span><strong><strong><strong><strong><strong><strong><a title="Contados - Leggende sarde" href="http://www.ztaramonte.it/word/category/contados/" target="_self"><span style="font-size: 8pt; font-family: Verdana;"><strong>1999, collana Italia Tascabile, 8</strong></span></a></strong></strong></strong></strong></strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">La mercantessa d&#8217;uova, zia Biròra Portale, viaggiava recando un cesto d&#8217;uova da Orotelli a Nuoro. Era una notte d&#8217;agosto, pura e luminosa come una perla. Sulla grande distesa della pianura di stoppia, la luna gettava una luce viva ed eguale; il cielo era azzurro quasi come di giorno, e solo ad oriente l&#8217;orizzonte appariva vaporoso, velando le montagne che sembravano nuvole sorgenti dal mare.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Zia Biròra viaggiava di notte perché viaggiava a piedi, e viaggiava a piedi perché i guadagni del suo commercio erano tanto esigui da non permetterle di viaggiare a cavallo. Figuratevi che tutti i capitali del suo commercio, assai fragili invero, stavano dentro quel cestino intessuto di canne che ella recava sul capo: duecento uova. Ogni tre giorni zia Biròra, comprava duecento uova, le disponeva nel cestino, fra la paglia, e si metteva in viaggio per Nuoro. Col guadagno viveva tre giorni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span id="more-691"></span><span style="font-family: Verdana;">Da anni ed anni ella faceva quel mestiere. A Nuoro, dove con la scusa di vendere le uova chiedeva qualche volta anche l&#8217;elemosina, tutti la conoscevano, e divenne anche più popolare per il caso strano accadutole una notte d&#8217;agosto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Ella dunque viaggiava, attraversando la pianura, illuminata dalla luna, per i sentieri tracciati fra le stoppie, nelle tancas così melanconicamente poetiche, perfettamente disabitate e deserte.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">A che pensava? È un po&#8217; difficile dirlo, perché i suoi pensieri non avevano nesso: erano piuttosto frammenti di pensieri, brani di idee semplici che si sperdevano in uno sfondo incolore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Sì, zia Biròra, che non era mai stata una donna allegra, quella notte provava una grande melanconia; si sentiva stanca; aveva sonno e non poteva riposare. Era stanca, stanca di quel suo viaggio che durava da trent&#8217;anni e non finiva mai.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Inoltre aveva come il presentimento d&#8217;una vicina disgrazia; ma giammai avrebbe creduto dovesse succederle così presto, così, fra dieci minuti, fra cento, fra dieci passi. Ecco, nel salire un piccolo rialzo che dai campi metteva sullo stradale, la vecchia mercantessa scivolò e cadde. Blum! fece il cestino, e le uova scricchiolarono e una cascata di paglia bagnata e di gusci bianchi inondò il piccolo rialzo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">La vecchia si rialzò, guardò pallida, stordita come se avesse ricevuto una mazzata sul capo. Tutto, tutto era perduto. Ella era rovinata per sempre. Si sedette sul rialzo e cominciò a piangere accoratamente, come una bimba di dieci anni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Da qualche minuto stava così immersa nel suo dolore piangendo e lamentandosi ad alta voce, quando udì una voce sonora risuonare alle sue spalle.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Donna!», diceva la voce, «Che cosa vi è capitato? Perché spaventate coi vostri pianti i tranquilli viandanti notturni?» La vecchia guardò e vide, fitto sull&#8217;orlo dello stradale, circonfuso dalla luminosità lunare, un bellissimo giovine signorilmente vestito. Sulla spalla egli teneva un ricco fucile, la cui canna arabescata brillava alla luna.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Zia Biròra lo credette un cacciatore e gli raccontò il miserevole caso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Da trent&#8217;anni», disse, «da trent&#8217;anni io viaggio, di giorno e di notte, per guadagnarmi un tozzo di pane. Ah, come sono misera! Non mi era giammai capitato di cadere: ma ora invecchio, le gambe si piegano, il sonno mi sorprende. Come farò ora?»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Non avete parenti?»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Nessuno, nessuno. Vivo sola come le fiere. Come farò ora? Quando chiedo l&#8217;elemosina mi dicono: Perché non avete lavorato? Ah, non sanno dunque che io ho lavorato più di qualsiasi altra creatura cristiana? Ecco, vedi i miei piedi? Vuoi vedere i miei piedi, giovine cacciatore?» E preso un piede con entrambe le mani ne rivolse la palma verso lo sconosciuto. Costui si chinò a guardare, e vide quella povera palma di piede ridotta ad una specie di cuoio grossissimo, nero, screpolato, qua e là macchiato di sangue.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«È orribile», mormorò, come fra sé, «una povera vecchia camminare così.»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Zia Biròra era troppo furba per non profittare della pietà del viandante, sperando ch&#8217;egli le desse una buona elemosina, e riprese a narrargli le sue disgrazie, esagerandole magari un tantino. Egli ascoltava, pensoso, pizzicandosi il mento adorno d&#8217;una graziosa fossetta. Ad un tratto s&#8217;udì un passo di cavalli, in lontananza, nel silenzio dello stradale. Lo sconosciuto ascoltò intensamente, mentre traeva il portafogli dalla tasca interna della giacca. In un attimo prese un biglietto di banca, lo diede alla vecchia, rimise il portafogli, e sparì. Parve che il terreno l&#8217;avesse inghiottito, e zia Biròra provò uno strano sentimento di terrore, ma di terrore arcano, misto a gioia profonda. Senza avvedersene si trovò inginocchiata, col biglietto fra le mani giunte.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">«Egli era un angelo», pensava, «era San Michele Arcangelo. Dio sia lodato: Egli non abbandona i poveretti. Questo è certamente un biglietto da venticinque lire: io sono salva, la mia vecchiaia è assicurata. San Michele Arcangelo sia benedetto. Era lui! Era lui!»</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Si trascinò sulle ginocchia, baciò il suolo dove lo sconosciuto aveva posto i piedi, e pregò. In questa posizione la sorpresero due paesani che passavano a cavallo e che la credettero svenuta. La chiamarono, ed uno di essi smontò da cavallo. Ella si rialzò e raccontò la storia, dicendo d&#8217;aver veduto San Michele Arcangelo che le aveva fatto l&#8217;elemosina. La credettero pazza, le chiesero di far vedere il biglietto, e le dissero, meravigliati che era un biglietto da cento lire.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Poi passarono oltre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Cento lire! La vecchia credette d&#8217;impazzire davvero: cominciò a ridere e piangere nello stesso tempo, picchiandosi il petto, gettandosi per terra e baciando nuovamente il posto ove lo sconosciuto s&#8217;era fermato.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;">Qualche tempo dopo, zia Biròra, che continuava a negoziare le uova, viaggiando però a cavallo, si trovò per caso, a Nuoro, davanti alla Corte d&#8217;Assise. Si discuteva un famoso processo contro un bandito accusato di omicidi, grassazioni, vendette, rapine. La vecchia mercantessa entrò anch&#8217;essa e si mescolò alla folla dei curiosi. Ad un tratto fra questa folla s&#8217;elevarono grida, esclamazioni, mormorii. Che è, che non è? Era la vecchia che nel bandito crudele aveva riconosciuto il suo San Michele Arcangelo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Note:</em></p>
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<p><!--[endif]--></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana;"><em>[8] Questa leggenda e la seguente &#8220;San Michele Arcangelo&#8221; sono state tratte da Onoranze a Grazia Deledda, a cura di M. Ciusa Romagna, Nuoro-Cagliari, 1959.</em></span></p>
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