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	<title>Chiaramonti, il portale delle vostre idee &#187; Archeologia</title>
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	<description>Il libero spazio per le vostre opinioni</description>
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		<title>AJO in Anglona passizzende in Tzaramonte su degheotto de maiu</title>
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		<pubDate>Thu, 15 May 2014 10:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2014/05/Ajo-a-Tzaramonte.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-4120" title="Ajo a Tzaramonte" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2014/05/Ajo-a-Tzaramonte.jpg" alt="" width="698" height="960" /></a></p>
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		<title>Le falsificazioni sulla cosidetta &#8220;scrittura nuragica&#8221; di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Nov 2012 07:43:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e arte]]></category>
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		<category><![CDATA[scrittura nuragica]]></category>

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		<description><![CDATA[Scrivo questo mio breve pezzo dietro richiesta di una persona amica. In Sardegna c’è una attenzione vivissima e quasi morbosa per la civiltà nuragica. Questa attenzione deriva dal fatto che, almeno in una forma in buona parte inconsapevole, i Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante e più glorioso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Scrivo questo mio breve pezzo dietro richiesta di una persona amica.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sardegna c’è una attenzione vivissima e quasi morbosa per la civiltà nuragica. Questa attenzione deriva dal fatto che, almeno in una forma in buona parte inconsapevole, i Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante e più glorioso dell’intera storia della Sardegna. Per questo motivo di fondo tutti i Sardi sono istintivamente portati a <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/11/Nuraghe-Ruju.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3905" style="margin: 5px;" title="Nuraghe Ruju" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/11/Nuraghe-Ruju-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>simpatizzare con chi sostiene che anche i Nuragici avevano una loro “scrittura nuragica nazionale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una ventina di anni fa nel nuraghe Tzricottu del Sinis è stata trovata una targhetta metallica che, in una delle sue facce, porta chiarissimi “disegni ornamentali”, simili ad arabeschi. Intervennero due amanti di cose sarde, insegnanti medi, i quali dichiararono al pubblico che quei disegni in realtà erano i segni di una “scrittura nuragica”, mai conosciuta e riconosciuta prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Intervenne subito un archeologo il quale dimostrò – in modo del tutto convincente – che quella targhetta risale non all’epoca nuragica, bensì a quella bizantina e faceva parte dell’armatura di un militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente c’era stato dunque un grosso abbaglio da parte dei due insegnanti. Uno di questi – anche per tentare di stornarlo da sé – andò avanti con la sua tesi pubblicando anche un libro nel quale c’è pure il disegno di altre tre targhette simili alla prima, ma anche lievemente differenti. Senonché, a mio fermo giudizio, queste altre targhette non sono altro che veri e propri “falsi”. Esse infatti non fanno altro che seguire il disegno della prima, ma con lievi variazioni interne. E si tratta chiaramente di un “falso” fanciullesco, dato che presuppone che la seconda targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della prima, la terza targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della seconda e della prima, la quarta targhetta una iscrizione sovrapposta a quella della terza, della seconda e della prima. E tutto ciò presuppone un gioco di inserimenti di iscrizioni che non potrebbe trovare posto neppure nei giochi di in una rivista di enigmistica. Che queste ultime targhette siano altrettanti “falsi” è dimostrato pure dal fatto che esse non sono state mai mostrate ad alcuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Messisi sulla strada ormai aperta delle “falsificazioni”, alcuni individui hanno finito con l’avere anche fastidi giudiziari rispetto a ciottoli fluviali che sarebbero stati trovati sulla riva del Tirso e che presenterebbero segni di scrittura etrusca.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3904"></span>Da qualcuno di questi individui, per telefono e senza farsi riconoscere, io ho avuto una offerta di fotografie contenenti “iscrizioni etrusche” (ormai si sapeva che io mi interessavo a fondo di “lingua etrusca”). Io non abboccai, dato che sono ben al corrente del fatto che fioriscono in Toscana, in Umbria e nel Lazio settentrionale, “falsari di oggetti etruschi” che offrono agli acquirenti ignari, e questi oggetti tanto più sono apprezzati se riportano scritte anch’esse “false”. Io feci al mio interlocutore anonimo alcune domande sulle supposte “iscrizioni etrusche” e compresi subito che ero di fronte a un inganno e a un tentativo di imbroglio. Per il quale il mio interlocutore aveva chiesto la modica somma di 20 mila euro…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la strada delle “falsificazioni archeologiche e linguistiche” pure in Sardegna era stata ormai aperta, favorita immensamente anche dal ricorso al disponibilissimo “internet”. E infatti da una decina di anni in qua furoreggiano, soprattutto in qualche blog ospitale ed interessato, numerose riquadri di alfabeti e figure di scritte nuragiche, fornite delle necessarie lunghe didascalie. Si tratta però di “falsi”, nient’altro che di “falsi”, ripresi dai numerosissimi siti dell’internet, che possono ritrovare e riscontrare tutti coloro che sappiano e abbiano la pazienza di interrogare a dovere i generosi siti internet.</p>
<p style="text-align: justify;">Però ovviamente questi “falsi” sono sottoposti al cambio di connotati, nel senso che possono appartenere ad una delle numerose lingue del mondo antico, ma, mutatis mutandis, sono presentati come “alfabeto o scrittura dei Nuragici”. Quando è opportuno le figure originali di scritture orientali subiscono qualche spostamento o inversione o ritocco; tutte operazioni che in internet si possono effettuare con estrema facilità e senza lasciare alcuna impronta digitale…</p>
<p style="text-align: justify;">È possibile scoprire questi “falsi” ed anche evitare facili imbrogli a proprio danno? Sì, è possibile in questo semplice modo: invitare i propositori di queste “scritte nuragiche” a presentare la fotografia di un bronzetto o vaso nuragico che risulti esposto in uno dei numerosi musei archeologici della Sardegna e che dunque sia stato ufficialmente riconosciuto come “reperto autentico” dagli archeologi autorizzati. Poi farsi mostrare la esatta corrispondenza di segni incisi in quei bronzetti o vasi con le lettere di quello che i propositori dicono essere l’”alfabeto nuragico”, corrispondenza anche di sole 5 o 6 lettere appena.</p>
<p style="text-align: justify;">Se questa dimostrazione di “corrispondenza di segni ad altrettante lettere” non fanno, i propositori in questione sono nient’altro che “falsari”, falsari della buona fede dei Sardi.</p>
<p style="text-align: justify;">E approfitto dell’occasione per mettere in guardia i Sardi, amanti della nostra storia, dai “falsari di oggetti nuragici”, anche forniti di “segni di scrittura nuragica”, che ormai circolano numerosi anche in Sardegna. Sono stato chiaro sulle modiche somme che richiedono agli ingenui che siano disposti ad acquistarli?</p>
<p>Massimo Pittau</p>
<p>www.pittau.it</p>
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		<title>La scrittura nuragica mai esistita di Massimo Pittau</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Nov 2012 09:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nei giorni scorsi, nel sito web della giornalista dott.a Rina Brundu, ogliastrina ma residente in Irlanda, il signor Franco Pilloni ha scritto testualmente di me: «Fra i tanti meriti del prof. Pittau non posso tacere che anch’egli, come i vecchi archeologi che proclamarono nuraghe=fortezza, si stia arroccando sulle proprie posizioni, senza dare spazi e sufficiente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nei giorni scorsi, nel sito web della giornalista dott.a Rina Brundu, ogliastrina ma residente in Irlanda, il signor Franco Pilloni ha scritto testualmente di me: «Fra i tanti meriti del prof. Pittau non posso tacere che anch’egli, come i vecchi archeologi che proclamarono nuraghe=fortezza, si stia arroccando sulle proprie posizioni, senza dare spazi e sufficiente attenzione al nuovo che sta venendo fuori specialmente in fatto di scrittura in Sardegna risalente al Bronzo Finale e al Primo Ferro, in pratica dall’VIII secolo a.C. a risalire sino al XII e forse anche <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/11/pittau.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-3888" style="margin: 5px;" title="pittau" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/11/pittau.jpg" alt="" width="207" height="148" /></a>oltre. Mi pare che, invece che usare la propria scienza-esperienza per aiutare ad interpretare quei reperti sicuramente scritti venuti fuori dal terreno degli scavi, usi e approfitti della sua autorità per negare ciò che anche le persone non addentro all’epigrafia vedono e constatano: certi cocci o reperti di vario genere sono proprio “scritti”.- Saluti e auguri al prof. Pittau con cui, pur non conoscendoci di persona, ho spesso incrociato opinioni e che rispetto, anche quando polemizziamo».<img title="Continua..." src="http://www.angelinotedde.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify;">Se io rispondo a questo intervento dell’amico Pilloni non lo faccio tanto per replicare a un appunto non fondato che egli mi ha mosso, quanto perché la questione nel presente sta interessando parecchio i Sardi: «È mai esistita una scrittura propriamente ed esclusivamente nuragica oppure non è mai esistita»?</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, sull’argomento io non mi sono “arroccato dietro la mia autorità”, ma al contrario ho fatto preciso riferimento a una mia effettiva “scienza-esperienza”. Io della lingua dei Nuragici, cioè dei suoi relitti, mi sono interessato fin dagli inizi della mia carriera di linguista e precisamente da più di 6O anni. E questo mio così lungo interesse ha portato anche alla pubblicazione di un’intera mia ampia opera intitolata «La Lingua Sardiana o dei Protosardi» (Cagliari 2001, Gasperini edit.), nella quale ho studiato circa 350 vocaboli di quasi certa matrice nuragica. Di recente poi ho pubblicato un’altra ampia opera intitolata «I toponimi della Sardegna – Significato e origine, 2 Sardegna centrale (Sassari 2011, Editrice Democratica Sarda, EDES), nella quale ho studiato circa 2.300 toponimi pur’essi di quasi certa matrice nuragica. Due anni prima, nell’altra mia opera «Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama» (Sassari I ediz. 2008, II ediz. 2009, EDES), avevo pubblicato una Appendice intitolata «I Sardi Nuragici e la scrittura», nella quale mi lusingo di avere dimostrato che i Sardi Nuragici o Protosardi hanno di certo adoperato la scrittura, ma non una scrittura propria, cioè “nazionale” ed esclusivamente “nuragica”, bensì, col passare del tempo, la “scrittura fenicia”, quella “greca” e quella “latina”.</p>
<p style="text-align: justify;">A chi da una decina d’anni sta invece affermando di avere individuato una “scrittura nuragica”, io ho opposto parecchie volte queste obiezioni, alle quali non è stata mai data una risposta adeguata:</p>
<p style="text-align: justify;">1) Molte di quelle che sembrano “lettere di un alfabeto nuragico” non sono altro che segni ornamentali (come quelli della placchetta di Tzricottu).</p>
<p style="text-align: justify;">2) Altri sono semplici disegni oppure simboli e nient’affatto “lettere di un alfabeto”.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Non è stata mai trovata e mostrata una sola “sequenza di lettere della scrittura nuragica”; tanto meno è stata trascritta nelle lettere dell’”alfabetico fonetico internazionale”; tanto meno ne è stata data la “traduzione in italiano”; tanto meno ne è stata mostrata una qualsiasi connessione coi relitti della lingua nuragica che già possediamo e conosciamo.</p>
<p style="text-align: justify;">4) Per spiegare quei segni o disegni o simboli, supposti lettere di un alfabeto, sono stati chiamati in causa tutti gli alfabeti del mondo antico, sumerico, aramaico, elamitico, paleocananeo, ugaritico, minoico, ecc. Ma che c’entrano tutti questi alfabeti? Io e tutti i Sardi vogliamo vedere l’”alfabeto nuragico”, se esiste, e nient’affatto quello sumerico o quello minoico, ecc.!</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3887"></span>È molto importante precisare che in effetti non esiste alcun motivo di rammarico e di complesso di inferiorità per noi Sardi nella circostanza che i Nuragici non si sono mai creata una loro “scrittura nazionale”, differente da tutte le altre. Si deve infatti tener presente che in realtà neppure quei geniali e civili popoli dell&#8217;antichità che sono stati i Greci, gli Etruschi e i Romani, si sono creati ex novo un loro proprio alfabeto nazionale, dato che &#8211; come molti sanno &#8211; i Greci hanno preso l&#8217;alfabeto dai Fenici, gli Etruschi dai Greci e i Romani dagli Etruschi. Gli stessi Fenici non si sono creati dal nulla il loro alfabeto, ma è certo che se lo sono creati sul modello di altri alfabeti di popoli del vicino Oriente, Sumeri ed Egizi in testa. Perché mai attendersi e pretendere dunque che i Nuragici si creassero un loro &#8220;alfabeto nuragico nazionale&#8221;, quando in effetti nessun altro popolo antico può vantarsi di essersi creato tutto da sé e dal nulla questo strumento di cultura, il quale di certo costituisce una delle più grandi e insieme delle più difficili invenzioni dell&#8217;umanità? Invenzione molto difficile, a creare la quale hanno contribuito vari popoli antichi e numerose generazioni di uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">All’amico Pilloni io segnalo un fatto importante: tutti i linguisti di professione (e tali sono in primo luogo quelli che insegnano una disciplina linguistica nell’Università) sono ben al corrente di una importante circostanza: esistono nel mondo tre sole aree in cui risulta che sia stato creato dagli uomini, in maniera del tutto indipendente, un alfabeto differente dagli altri: I) La “Mezzaluna verde”, fra i fiumi Tigri ed Eufrate e il Nilo; II) La Cina meridionale; III) Il Centro America (Messico e Perù). Ebbene, se fosse vero che è stata dimostrata l’esistenza di una “scrittura nuragica”, del tutto differente dalle altre, indubbiamente la notizia avrebbe rimbalzato da una Università all’altra di tutto il mondo, interessando vivamente tutti i linguisti, dato che, dunque, avremmo individuato una quarta area del pianeta dove sarebbe stata inventata un’altra scrittura del tutto differente dalle altre, la Sardegna antica appunto. Ma, tutto al contrario, non c’è stato alcun linguista di professione di nessuna Università del mondo che abbia abboccato alla notizia di una scrittura del tutto nuova, quella nuragica.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti c’è stato un solo linguista di professione che si è interessato della notizia, e questo sono io. Ed io l’ho fatto non per “arroccarmi dietro la mia autorità”, bensì in base ad una mia effettiva e specifica “scienza-esperienza” di fatti analizzati e studiati da più di 60 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Massimo Pittau</p>
<p style="text-align: justify;">www.pittau.it</p>
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		<title>Quaderno 3 dei villaggi abbandonati della Sardegna a cura di Marco Milanese &#8211; Presentazione in sala consiliare a Chiaramonti</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2012 09:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È documentato che dall’alto al tardo medioevo l’isola era popolata da numerosissime ville (chi sostiene 745 e chi oltre mille) che tra il secolo XIII e XIV furono abbandonate o quantomeno persero le caratteristiche abitative precedenti per diventare veri e propri villaggi di epoca moderna con un maggior numero di abitanti, ma assai ridotte rispetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/02/Locandina-QUAVAS-3.jpg"><img class=" wp-image-3759 alignleft" style="margin: 5px;" title="Locandina QUAVAS 3" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/02/Locandina-QUAVAS-3-220x300.jpg" alt="" width="132" height="181" /></a>È documentato che dall’alto al tardo medioevo l’isola era popolata da numerosissime ville (chi sostiene 745 e chi oltre mille) che tra il secolo XIII e XIV furono abbandonate o quantomeno persero le caratteristiche abitative precedenti per diventare veri e propri villaggi di epoca moderna con un maggior numero di abitanti, ma assai ridotte rispetto alle ville medievali (circa 290/300).</p>
<p style="text-align: justify;">Le ville in genere potevano avere da dieci a cento fuochi fiscali  e da 40   a 400 abitanti  che pagavano le tasse.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra Orria Pithinna era una di queste ville identificata dall’équipe di Marco Milanese nelle tanche che guardano il fianco ovest di Santa Maria Maddalena e che degradano da Monte Columba. Presso la villa scorreva il rio Iscanneddu secondo gli storici, probabilmente dotato di un mulino ad acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Il villaggio era situato in un crocevia di strade che conducevano a Tatari e a Piaghe a Oesteana de monte (Osilo) a Nugulbi e poi verso Ampurias e Coghinas. Diciamo pure che la villa aveva buone a proficue localizzazioni stradali agricole, aziendali, con abbondanza di terreni seminativi, pascolativi e animali e boschi.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo si aggiungano uomini e donne liberi e servi di nobili imparentati, con i giudici di Torres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La villa di Orria Pithinna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’anno del Signore 1135 quasi sicuramente la nostra villa esisteva come ricordava il toponimo, i documenti storici, e <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8681.jpg"><img class="alignright  wp-image-3814" style="margin: 5px;" title="100_8681" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8681-300x225.jpg" alt="" width="205" height="153" /></a>confermano oggi le ricerche archeologiche. All’epoca, dall’altra parte della strada, vale a dire sullo spiazzo che contiguo a sos Renalzos, sito della chiesa e non solo, esistevano fattorie, terreni, boschi, animali e uomini liberi e servi della famiglia dei giudici di Torres. Non sappiamo in che rapporti fossero gli abitanti della villa con la famiglia De Thori, ma di certo nel villaggio abitavano servi legati ad essa da vincoli di servitù e quindi di lavoro e uomini liberi capeggiati dal majore de villa e da altri pochi notabili che la governavano. Esisteva anche la chiesetta parrocchiale del villaggio, intestata a san Nicola, in linea con l’area di sedime dove 70 anni più sarà edificato il monastero.</p>
<p style="text-align: justify;">La chiesa era  retta dal parroco che di certo non aveva da compilare l’anagrafe parrocchiale non ancora istituita. I servi e liberi nascevano e morivano senza lasciar traccia di sé, a meno che non finissero per svariati motivi negli atti notarili dei condaghi o fossero componenti della famiglia giudicale di Torres.</p>
<p style="text-align: justify;">L’abbondanza di seminativi e pascoli che la valle ampia offriva comprendendo in essa la più ricca e abitata di Orria Manna; la presenza forse di un altro mulino ad acqua più a monte, non molto lontano dall’esistente chiesa di Santa Giusta da cui scaturiva un’abbondante sorgente di acqua, inoltre la collina di sos Renalzos forse piantata a vigna,  i boschi più in alto nei pressi de sa Serra e sicuramente nella zona di Nicu, davano agli uomini e alle donne della villa l’opportunità di vivere con una certa agiatezza a patto che si rispettassero le consuetudini.</p>
<p style="text-align: justify;">Una delle tante donne che si recava solitamente a lavare i panni presso il rio, una mattina d’inverno, raccontò alle altre d’aver sentito proprio dalla sorella della protagonista questo fatto</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La nascita alla Storia di Orria Pithinna</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’anno del Signore millecentrotrantacinque, forse in una notte di gennaio, a cavallo, percorrendo i tratturi che dall’abbazia di Salvennor, portavano verso Osteana de Montes e Nugulbi, e poi deviavano verso la chiesa di Santa Giusta, Petru de Flumen bussò alla porta della sorella di Maria Pira che abitava  nel primo rione della villa di Orria Pithinna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8694.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3815" style="margin: 5px;" title="100_8694" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8694-300x225.jpg" alt="" width="209" height="158" /></a>La donna, sui 50 anni, aprì, riconobbe al lume di stearica il volto stanco e la pancia tondeggiante della sorella. La fece entrare insieme all’accompagnatore, la invitò a sdraiarsi sul letto di legno con materasso di paglia ed esclamò:</p>
<p style="text-align: justify;">- Che ti è successo Maria?</p>
<p style="text-align: justify;">La donna non rispose, ma Petru de Flumen, uomo libero, originario di Villa Alba, anche lui residente a Salvennor, disse:</p>
<p style="text-align: justify;">-  Sta per sbocciare il fiore che abbiamo seminato a primavera inoltrata, ma tu sai io sono un uomo libero e la consuetudine impedisce che io la sposi. Credo che fermandoci da te fino al parto potremo poi, in barba al priore di Salvennor, sposarci e vivere serenamente.-</p>
<p style="text-align: justify;">- Incosciente, rispose Giusta, sai bene che i monaci di Savennor non accetteranno di buon grado questo matrimonio, essendo lei di pertinenza del monastero. Potevate evitare queste cose e tu già sei uomo di mondo. Maria è serva della chiesa e i suoi frutti appartengono alla stessa chiesa. Di certo il parroco di Santu Nicolau non benedirà le vostre nozze.</p>
<p style="text-align: justify;"> I procuratori di Salvennor in men che non si dica, sapendo che io abito in questa villa, non si faranno attendere anche perché qui è un crocevia di passaggio e dai quattro punti cardinali arriva gente che riferirà dove vi siete rifugiati!-</p>
<p style="text-align: justify;"> Una settimana dopo, nacque un maschietto e anche di fronte all’evidenza il parroco di Santu Nicolau non volle sposare i due fuggiaschi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo Maria allattava il bambino e la sorella la nutriva come la loro condizione permetteva, pentolame molto grezzo, brocche mal rifinite, mestoli di sughero e legna, non mancava una cassapanca per il pane e nicchie scavate nel muro rustico per sistemare la provvista del lardo. Solo la biancheria di lino locale sembrava dare splendore a quella casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3813"></span>La stessa casa piccola e bassa con tegole grezze, porta di legna e spioncino scorrrevole, per vedere i passanti e i  visitatori rivelavano la povertà della proprietaria, da tempo resa libera da ogni servitù.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tracciato del piccolo villaggio di circa 40 famiglie e 120 abitanti aveva conservato il disegno dell’antica villa romana, di tempo in tempo abbandonata e poi ripopolata. Nelle campagne circostanti non mancava la legna, l’acqua del rio Badu Olta e i campi di grano sia pure di proprietà di vari liberi che offriva ai servi a giornata l’opportunità del pane per tutto l’anno. Nel bosco gli arbusti nutrivano le capre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il maiale dava il lardo e il pollaio era abbondante. La caccia e la pesca dalle piscine dava il resto. Il commrtcio in forma di scambio merce per merce non mancava dato che la piccola villa era il crocevia di passaggio per Thatarie-Piaghe, Osteana de Monte e Nugulbi, Castelgenovese e Coghinas.</p>
<p style="text-align: justify;">Non passò un mese che il procuratore della chiesa di Salvennor, Costantino De Tori, arrivato anche lui a cavallo con due servi, bussò alla porta dei fuggiaschi, incontrò gli occhi di Maria che allattava il bambino e poi scovò anche Petru de Flumen.</p>
<p style="text-align: justify;">-   Vi dichiaro in arresto. Tu Petru sei libero e rimarrai libero,ma tu Maria e tuo figlio sei serva  del monastero di Salvennor e dovrai ritornare lì con tuo figlio, appartenente anche lui al monastero. A te Petru se rispetterai le consuetudini ti darò in moglie una delle mie figlie della tua stessa condizione. Quando mai ti è venuto in testa di rubare Maria alla chiesa di Salvennor.</p>
<p style="text-align: justify;">-   Sellate i cavalli e alla spiccia  si parte per Salvennor!-</p>
<p style="text-align: justify;">Le lacrime rigarono il volto di Maria e scesero sul viso del figlio che allattava, Petru la guardò con uno sguardo di rassegnazione. Montarono lesti tutti a cavallo e ripresero la via del ritorno lungo la sterrata che conduceva a Montes e poi a Salvennor.</p>
<p style="text-align: justify;">I peccati di primavara si piangono in inverno, quelli di gioventù in vecchiaia diceva il proverbio.</p>
<p style="text-align: justify;">Maria si avviò rassegnata al suo destino e Petru al suo. Lei serva al monastero. Petru. dopo l’alzata di testa, doveva restare nel suo rango e già sognava di impalmare la  figlia migliore del procuratore Costantino De Tori. .</p>
<p style="text-align: justify;">Il tempo vola anche nelle ville dell’Anglona, pesti e carestie non sono calamità rare, perché in questi tempi la morte era sempre in agguato e non sempre le erbe medicamentose risanavano tutti i mali.  D’altra parte non dimentichiamo che  sorella Morte, come a quei tempi la chiamava san Francesco (1182-1226), con i cicli  di peste imperversava di tempo in<a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8692.jpg"><img class=" wp-image-3816 alignright" style="margin: 5px;" title="100_8692" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8692-300x225.jpg" alt="" width="248" height="185" /></a> tempo da oriente a occidente, per cui le ville in cui il passaggio dei pellegrini era più frequente, spesso venivano decimate.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1135, però, ad Orria Pithinna non si stava male e la situazione dovette migliorare quando la nobildonna Maria De Thori, zia del giudice di Torres, Comita II, nel 1205 donò all’Eremo e al Monastero toscano (zona di Arezzo) di Camaldoli le due chiese di Santa Maria di Orria Pithinna e di Santa Giusta più uomini liberi, servi, terreni, boschi e animali in gran numero.</p>
<p style="text-align: justify;">I monaci non ci pensarono due volte e arrivarono sul posto per prendere possesso dei beni donati. In primo luogo edificarono il monastero almeno per ospitare una decina di monaci più il priore e, rimisero  a nuovo o restaurano o riedificarono, secondo lo stile dei confratelli di Salvenor e di Saccargia, la loro chiesa utilizzando la vicina Rocca Ruja che incombe sul rio Iscaneddu e ricavando i blocchetti calcarei presumibilmente da su Crastu Biancu non molto lontano nei pressi di Santa Giusta.</p>
<p style="text-align: justify;"> I nuovi arrivati sono laboriosi e del resto hanno servi e serve, animali di ogni genere e qualche novità tecnica per cui gli abitanti della villa instaurano buoni rapporti come si usa fare con i nuovi arrivati, sebbene nel tempo non manchino degli screzi come avviene tra confinanti.</p>
<p style="text-align: justify;"> La storia della villa e del monastero procedette indipendentemente l’una dall’altro dal punto di vista fiscale, in quanto è documentato che tanto  la villa quanto il monastero pagavano le decime per proprio conto.</p>
<p style="text-align: justify;"> Diamo ora uno sguardo alla chiesetta che essi costruirono, si tratta di una chiesa ad una sola navata, la volta che incombe nell’aula è a botte, l’abside è semicircolare, la facciata è a capanna e la porta è archiacuta. Il pavimento  costruito probabilmente in blocchi di trachite grigia che nei dintorni non mancava e dello stesso materiale risultano i gradoni su cui potevano sedersi i monaci per recitare l’ufficio del Signore. Con lo stesso materiale edificarono sicuramente il monastero al cui centro era posizionata la chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sempre nel monastero ci fu la serenità come si rileva dal frequente cambio del priore. La chiesa nel 1335 fu ampliata con le due cappelle laterali che non appaiono architettonicamente in armonia col resto della costruzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna dire che in riferimento a questo ampliamento si hanno notizie epigrafiche e possiamo dire che i muri parlino con uno straordinario numero di epigrafi e simboli nonostante l’imperfetta abilità del lapicida. Tra l’altro si legge che l’opera fu ultimata nel 1323; del 1335 è la scritta sul maestro <em>Petrus Cothu</em> e sul priore committente <em>frater Cenus</em>. Altra epigrafe accenna ad un probabile sepolcro di san Eutedio, un santo misterioso che non si riscontra in nessun elenco ufficiale dei santi e che potrebbe essere stato un santo monaco venerato localmente. Non essendo stata sottoposta a scavi stratigrafici né l’aula della chiesa né tantomeno la zona perimetrale non si è trovato il sepolcro di questo santo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tanto il villaggio quanto il monastero assistettero nel tempo al passaggio di numerosi pellegrini diretti alla venerazione dei sepolcri della cattedrale di Torres: San Gavino, San Proto e San Gianuario. Maestranze, fedeli e pellegrini hanno lasciato impronte di calzari e di simboli di vario genere che l’epigrafista ha inserito in una ricca tabella.</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito si visiti la grotta chiesa di san Michele di Monte Sant’Angelo in Puglia, un epigrafista ci potrebbe stare una vita a decifrare i tanti segni, simboli e impronte che i pellegrini e i crociati diretti verso la Terrasanta hanno lasciato.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i pellegrini anglonesi e galluresi non scherzavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di concludere questa breve relazione di un lavoro ampio e complesso un breve cenno vorrei fare al contributo di Alma Casula sulla storia dei restauri promossi dalla soprintendenza e un cenno all’esame storico stilistico di Aldo Sari. Nel primo contributo è presente una ricca documentazione fotografica e la storia di quanto si è progettato e fatto per il recupero della chiesa e per salvarne i pregi. Nel secondo oltre alla descrizione storico-artistica nel contesto dello sviluppo delle costruzioni romaniche pisane presenti in Sardegna vengono individuate le peculiarità di questa chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">La vitalità della società post giudicale dei Doria emerge dai cartulari o atti notarili del notaio Francesco da Silva, esaminati da Alessandro Soddu, dove traffica un mondo di artigiani, commercianti, imprenditori, proprietari terrieri di varie origini: bonifacini, genovesi e sardi. Emergono matrimoni a sa sardisca e a sa pisanisca, intendendo con ciò alla sarda e all’italiana. Servi, liberi e membri dell’ambiente dei Doria che decisamente dominano non soltanto nella loro capitale sarda, Castel Genovese ma in tutto il territorio di loro pertinenza fino all’arrivo del Catalano-Aragonesi che metteranno in crisi la loro egemonia. Tanto la villa quanto il monastero entrarono in crisi sicuramente per i vari cicli di peste che si verificarono tra il XIII e il XIV secolo, come avvenne del resto in tutta la Sardegna, in particolare per quanto riguarda gli abitanti di Orria Pithinna, si presume che si spostarono in un primo tempo a Bidda Noa e con l’incastellamento diedero vita man mano al borgo di Chiaramonti. Gli stessi monaci, essi stessi decimati, abbandonarono il monastero e i loro possedimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8696.jpg"><img class="alignleft  wp-image-3817" style="margin: 5px;" title="100_8696" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/100_8696-300x225.jpg" alt="" width="214" height="160" /></a>L’equipe di Marco Milanese oggi meritatamente con un monte ore di scavi quasi incalcolabile, con un altrettanto numero di pubblicazioni e con una ben meritata fama in Italia e all’estero, sul nostro territorio ha dato inizio a un lavoro il cui valore è incommensurabile se i chiaramontesi sapranno trarne profitto e se gli amministratori comunali sapranno recuperare con sagacia i fondi sia per gli scavi stratigrafici della villa sia per gli scavi più avanzati sul monastero e sulle chiese che vanno eseguiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gianluigi Marras, Maria Cherchi e Giuseppe Padua allievi del professore e giovani promesse sul campo dell’archeologia, in questo loro contributo offrono una magistrale dimostrazione della loro abilità e dell’autenticità della scuola del grande maestro descrivendo i confini della villa e i materiali reperiti. Che posso dire poi del bravissimo Giuseppe Piras epigrafista.</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Soddu già attivissimo in un settore fecondo qual è quello della società ed economia medievale ci presenta un affresco dai colori vivaci sugli operatori economici che pullulano a Castelgenovese..</p>
<p style="text-align: justify;">Dulcis in fundo arriviamo al nostro grande amico, noto e quasi di famiglia Mauro Maxia, che per oltre trent’anni ha solcato l’Anglona e la Gallura, spingendosi anche in Corsica e che ha prodotto lavori fondamentali e di alto livello senza i quali l’èquipe avrebbe trovato grandi difficoltà a mandare avanti i lavori archeologici. Vada a Mauro il nostro plauso per il suo contributo su Orria Pithinna, per ogni toponimo e nome che abbellisce la nostra terra e la nostra storia. Infine è giusto riconoscere che egli è stato l’anticipatore di quegli studi e scavi che continueranno, che verranno portati avanti dagli storici e dagli archeologi nel nostro territorio per far più chiara luce di quegli abitanti che possimo considerare i nostri antenati di quasi mille anni fa.</p>
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		<title>L’Istituto Comprensivo “F. Pais Serra” di Nulvi Con la  collaborazione del Comune di Chiaramonti vi invita a partecipare:</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 06:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ztaramonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola e educazione]]></category>
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		<category><![CDATA[archeologia medievale]]></category>
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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/locandina-scuola.jpg"><img class=" wp-image-3808 aligncenter" title="locandina scuola" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/06/locandina-scuola-770x1024.jpg" alt="" width="735" height="977" /></a></p>
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		<title>Quaderno 3 dei villaggi abbandonati della Sardegna a cura di Marco Milanese</title>
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		<pubDate>Wed, 30 May 2012 07:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>angelino tedde</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[memoria e storia]]></category>
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		<category><![CDATA[giuanluigi marras]]></category>
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		<category><![CDATA[quavas 3]]></category>
		<category><![CDATA[villaggi medievali abbandonati]]></category>

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		<description><![CDATA[Il primo giugno, a Chiaramonti, nella sala consiliare, verrà presentato il quaderno 3 dei villaggi abbandonati della Sardegna, da Angelino Tedde, alla presenza degli autori che interverranno, per meglio illustrare il tema specifico di questo quaderno stampato a Firenze nel c. a, dal titolo Villaggi e monasteri. Orria Pithinna. La chiesa, il villaggio il monastero. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il primo giugno, a Chiaramonti, nella sala consiliare, verrà presentato il quaderno 3 dei villaggi abbandonati della <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/02/Locandina-QUAVAS-3.jpg"><img class="alignright  wp-image-3759" style="margin: 5px;" title="Locandina QUAVAS 3" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/02/Locandina-QUAVAS-3-220x300.jpg" alt="" width="155" height="212" /></a>Sardegna, da Angelino Tedde, alla presenza degli autori che interverranno, per meglio illustrare il tema specifico di questo quaderno stampato a Firenze nel c. a, dal titolo <em>Villaggi e monasteri. Orria Pithinna. La chiesa, il villaggio il monastero</em>. Autori sono prof. Marco Milanese, curatore del quaderno e ormai noto archeologo medievista, (Malcu Nostru), i dottori di ricerca Maria Cherchi, Gianluigi Marras (Nostros su matessi), Giuseppe Padua, archeologi medievisti, prof. Mauro Maxia (De totu s&#8217;Anglona e Caddura), onomasta, dott. Giuseppe Piras, epigrafista, dott. Alma Casula (Femina Nostra), storica dell&#8217;Arte, e direttrice del compendio museale del Canopoleno per conto della soprintendenza,prof. Aldo Sari,storico dell&#8217;Arte, prof. Alessandro Soddu-Chiaramonti (a sa castigliana), storico medievista.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di un&#8217;équipe a livello universitario che ha portato avanti una rigorosa ricerca sul villaggio abbandonato e sulla chiesa e il monastero di Orria Pithinna ubicati in agro di Chiaramonti. Con una metodologia raffinatissima, gli studiosi,  hanno fatto parlare le pietre (laterizi, ceramiche, calcare e argilla) non prima d&#8217;aver consultato la letteratura sull&#8217;argomento. Presumibilmente il villaggio risale al XII secolo mentre il monastero e la contigua chiesa di Santa Maria Maddalena in tempo successivo. La villa non sorse sicuramente per la presenza del monastero, ma esistette probabilmente  prima e sicuramente si gestì con chiara indipendenza dai Monaci Camaldolesi di origine Toscana. La presenza di una chiesetta nel villaggio, con un parroco, e il distinto pagamento delle decime, rispetto al monastero, lascerebbero intendere questa ricostruzione dei fatti.<img title="Continua..." src="http://www.angelinotedde.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2314.jpeg"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" title="images-23" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2314.jpeg" alt="" width="115" height="87" /></a>La prima notizia del villaggio di Orria Pithinna è dovuta alla fuga di Maria Pira, serva della Chiesa di Salvennor, presso Codrongianos, e del di lui aspirante marito Padro  Flumen di Viddalba. I due amanti si erano rifugiati invano nel piccolo villaggio di Orria Pithinna, per realizzare il loro sogno d&#8217;amore. Ma l&#8217;amore tra una serva ed un uomo libero non era di facile combinazione. Si precipitò nel villaggio il Procuratore Gasantine de Thori che riacciuffò per conto dei padroni la serva e promise all&#8217;aspirante marito una delle figlie. Insomma c&#8217;è il tanto da farne un romanzo giallo-rosa. Basta chiedersi come andarono le vicende dei due.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie a questa fuga apprendiamo da un condaghe l&#8217;esistenza di Orria Pithinna, fuga benedetta anche se infelice nell&#8217;esito.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;intrattenimento culturale si svolgerà nella sala consiliare del noto villaggio di Chiaramonti dove <a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2414.jpeg"><img class="alignright" style="margin: 5px;" title="images-24" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2414.jpeg" alt="" width="124" height="93" /></a>presumibilmente confluirono, a tappe gli abitanti di Orria Pithinna e di altre ville, quando sul Monte, chiamato dai Doria Claramonte, a quanto pare, per onorare dei nobili consuoceri della famiglia catalana del Claramaunt o Clermont. Gli stessi Doria costruirono il castello (1348-50) e vi s&#8217;incastellarono con il loro santo protettore San Matteo apostolo, attirando nei pressi gli abitanti di numerose ville, forse d&#8217;origine romana, per dar luogo al riottoso borgo di Chiaramonti che guarda torvo come un&#8217;aquila rapace la bella e vasta anglona, per depredarla.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fortuna non si vive più di pecore e capre e maiali, altrimenti Chiaramonti sarebbe il paese più dovizioso dell&#8217;Anglona, grazie al suo blasono di ladru.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2512.jpeg"><img class="alignleft" style="margin: 5px;" title="images-25" src="http://www.angelinotedde.com/wp-content/uploads//images-2512.jpeg" alt="" width="70" height="82" /></a>Lasciamo da parte le celie e pensiamo alla produzione  scientifica che da al paese di Chiaramonti un prezioso apporto storico di notevole pregio.</p>
<p style="text-align: justify;">La compianta Prof.ssa Ginevra Zanetti che voleva restaurare la Chiesa vendendo cartoline sorriderà sicuramente dal Cielo.</p>
<p data-ft="{&quot;type&quot;:1,&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}">In concomitanza con la presentazione del libro avranno luogo presso il Centro Sociale di Chiaramonti anche le seguenti iniziative:</p>
<ul>
<li>h 16:00 Piano superiore, presentazione del Progetto &#8220;Impara l&#8217;arte&#8221;, sezione &#8220;Vivere nel medioevo&#8221;, progetto didattico delle classi IV e V Elementare e I Media, AS 2011/12, della sezione di Chiaramonti dell&#8217;Istituto Comprensivo &#8220;Pais Serra&#8221; di Nulvi, coordinato da Gianluigi Marras, da Maria Cherchi e Maria Antonietta Solinas. in collaborazione con le insegnanti Bianca Maria Denanni, Pierfranca Pinna e M.A. Arras.</li>
</ul>
<ul>
<li>h 16:45, aula consiliare, proiezione di un filmato realizzato dalla I Media della sezione di Chiaramonti dell&#8217;Istituto Comprensivo &#8220;Pais Serra&#8221; di Nulvi</li>
</ul>
<p data-ft="{&quot;type&quot;:1,&quot;tn&quot;:&quot;K&quot;}">Ci si riserva di fornire ulteriori informazioni al merito siete tutti invitati a partecipare</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scuola Estiva di Archeologia Medievale</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 10:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Utilità comune]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia medievale]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentazione della Scuola: La Cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Sassari, in collaborazione con il Comune di Siligo (SS) e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le provincie di Sassari e Nuoro, organizza la 2° Scuola Estiva di Archeologia Medievale (SEAM) dal 18 giugno al 21 luglio 2012, nel cuore (Meilogu= Luogo di mezzo) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><center><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/05/testata-arche.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-3782" title="testata arche" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2012/05/testata-arche-1024x413.jpg" alt="" width="717" height="289" /></a></center></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Presentazione della Scuola:</strong><br />
La Cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Sassari, in collaborazione con il Comune di Siligo (SS) e la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le provincie di Sassari e Nuoro, organizza la 2° Scuola Estiva di Archeologia Medievale (SEAM) dal 18 giugno al 21 luglio 2012, nel cuore (Meilogu= Luogo di mezzo) della Sardegna nord-occidentale. Le attività di scavo archeologico si svolgeranno nel sito rurale di Bidda Noa, presso la chiesa di San Vincenzo Ferrer, dove sorgeva il villaggio medievale e postmedievale di Villanova Montesanto. La campagna di scavo intende continuare ad indagare i depositi archeologici medievali e postmedievali presenti nell&#8217;area, nonché acquisire sequenze stratigrafiche complete del sito anche per l’età protostorica, onde definire meglio la cronologia di occupazione. I partecipanti saranno chiamati a svolgere tutte le attività inerenti l’indagine archeologica, dallo scavo al rilievo, alla pulizia e schedatura dei reperti.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Destinatari:</strong><br />
La scuola si articolerà in due turni di due e tre settimane ciascuno e per ogni turno è prevista la partecipazione di 25 allievi (15 posti saranno lasciati a disposizione degli studenti). Il raggiungimento del numero minimo dei partecipanti non è vincolante per lo svolgimento della campagna. Oltre alle attività di scavo è previsto un ciclo di lezioni sul tema dell’archeologia medievale della Sardegna, tenute da docenti universitari e dai collaboratori della Cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Sassari, che si svolgeranno presso il Complesso Culturale “Bidda Noa”, ubicato nel comune di Siligo a breve distanza dallo scavo archeologico.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Partecipazione:</strong><br />
Saranno garantite a tutti i partecipanti: iscrizione alla Scuola; partecipazione alle lezioni di archeologia;vitto e alloggio gratuito; dotazioni di scavo; alloggio presso il Centro di aggregazione sociale a Siligo.<br />
Le domande di iscrizione, secondo il format scaricabile dai siti internet <a href="http://www.archeomedievale.uniss.it/" target="_blank">www.archeomedievale.uniss.it</a> e <a href="http://www.comunesiligo.it/" target="_blank">http://www.comunesiligo.it/</a>, dovranno pervenire all’indirizzo di posta elettronica <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">gianluigimarras@alice.it</span></span></span> entro il 20 maggio 2012. Per partecipare alla scuola non sono richieste esperienze precedenti di scavo archeologico, ma eventuali curriculum con esperienze pertinenti saranno tenuti in considerazione. L’ammissione alla scuola avviene su insindacabile giudizio degli organizzatori..<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dotazioni:</strong><br />
Le dotazioni di scavo saranno fornite dall’organizzazione. Ai partecipanti sono richieste alcune attrezzature di carattere strettamente personale: scarpe di sicurezza; guanti.<br />
Riconoscimenti:<br />
A tutti i partecipanti sarà rilasciato, al termine dello scavo, un attestato che certificherà la partecipazione alle attività di scavo. Sono inoltre riconosciuti i crediti formativi per un totale di 3 crediti per il I turno e di 4 per il II turno. Tali documenti saranno rilasciati dall’Università degli Studi di Sassari.<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direzione scientifica della Scuola:</strong><br />
Prof. Marco Milanese<br />
Ordinario di Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia Medievale, Università di Sassari. Docente di Metodologia della Ricerca Archeologica e di Archeologia medievale nelle Scuole di Specializzazione in Beni Archeologici delle Università di Cagliari e di Oristano<br />
<strong></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Segreteria della Scuola:</strong><br />
Dott. Gianluigi Marras<br />
Specializzato in Archeologia Medievale, Università di Pisa<br />
Collaboratore della Cattedra di Archeologia Medievale, Università di Sassari<br />
Tel. 347 9301717<br />
Email: <span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;"><span style="color: #ff0000; text-decoration: underline;">gianluigimarras@alice.it</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Le domus de janas di Su Murrone di Salvatore Tola &#8211; La Nuova Sardegna del 01.08.2011</title>
		<link>https://www.ztaramonte.it/word/2011/08/le-domus-de-janas-di-su-murrone-di-salvatore-tola-la-nuova-sardegna-del-01082011/</link>
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		<pubDate>Mon, 01 Aug 2011 13:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carlo moretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi cercava una guida dettagliata agli antichi monumenti dell&#8217;isola l&#8217;ha appena trovata nella collana «La Sardegna. I tesori dell&#8217;archeologia» che «La Nuova» sta finendo di pubblicare in questi giorni. Nei dieci volumi che le danno corpo sono descritti infatti non solo i «pezzi» più noti di questa grande collezione a cielo aperto, ma anche altri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/08/domus-de-janas-murrone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3325" style="margin: 5px;" title="Domus de janas - Murrone (Chiaramonti) - Foto Mario Unali" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/08/domus-de-janas-murrone-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Chi cercava una guida dettagliata agli antichi monumenti dell&#8217;isola l&#8217;ha appena trovata nella collana «La Sardegna. I tesori dell&#8217;archeologia» che «La Nuova» sta finendo di pubblicare in questi giorni. Nei dieci volumi che le danno corpo sono descritti infatti non solo i «pezzi» più noti di questa grande collezione a cielo aperto, ma anche altri meno celebrati, o messi in luce di recente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come le domus de janas di Su Murrone. Sono in territorio di Chiaramonti, ma per vederle non è necessario arrivare al paese.  Al chilometro 19 della Sassari-Tempio si apre la deviazione per Su Bullone. Si percorre un chilometro e mezzo di una stradella sino a quando, in una leggera discesa, si divide in due per poi ricongiungersi a fondo valle: nell&#8217;area al centro si trova la necropoli, che è stata scavata alla fine degli anni Novanta.  In origine c&#8217;era un banco di trachite in leggero pendio, cosa che gli scalpellini hanno dovuto scavare dei corridoi per poter disporre di una parete frontale nella quale aprire l&#8217;ingresso, e procedere poi allo scavo dei vani interni. L&#8217;esame dei reperti ha dimostrato che le sepolture sono state inaugurate nel corso del Neolitico recente, che va dal 3300 al 2500 avanti Cristo, e riutilizzate poi a più riprese, nelle Età del Rame e del Bronzo antico, sino all&#8217;epoca romana.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tombe messe in luce sono tre, tutte del tipo «centripeto», ossia con una camera principale sulla quale si aprono gli accessi alle sepolture singole. La più grande è quella detta «Tomba I». Si riconosce perchè a fianco del portello d&#8217;ingresso è scavata una nicchia, come per custodire una piccola statua. L&#8217;entrata è ristretta, ma vale la pena di compiere le manovre necessarie per vedere il soffitto del vano maggiore: riproduce infatti il tetto di un&#8217;abitazione dei vivi, con la trave centrale e tutte le travi minori laterali.</p>
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		<title>Studi sull&#8217;architettura dell’antica parrocchiale di San Matteo di Gianluigi Marras</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2011 12:22:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Marras</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e arte]]></category>
		<category><![CDATA[medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola e educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Utilità comune]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa parrocchiale s.matteo]]></category>
		<category><![CDATA[gianluigi marras]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni architettoniche]]></category>

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		<description><![CDATA[La parte più rimarchevole delle emergenze del sito è costituita dagli imponenti ruderi dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, che occupano l&#8217;angolo nord-occidentale del pianoro di Monte Cheja. Nonostante la solennità delle strutture mancano completamente studi architettonici e stilistici. Purtroppo la veloce degradazione di cui sono state oggetto, con il crollo e lo spoglio di molte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La parte più rimarchevole delle emergenze del sito è costituita dagli imponenti ruderi dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, che occupano l&#8217;angolo nord-occidentale del pianoro di <em>Monte Cheja</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante la solennità delle strutture mancano completamente studi architettonici e stilistici. Purtroppo la veloce degradazione di cui sono state oggetto, con il crollo e lo spoglio di molte murature, rende sempre più difficile la lettura del monumento. E se i recenti restauri hanno avuto il merito di bloccare (o rallentare?) il degrado e di consolidare la fabbrica, conseguenze non altrettanto positive ha avuto per l&#8217;analisi stratigrafica degli elevati. L&#8217;uso indiscriminato infatti di malte negli spigoli e nei punti di contatto fra i vari elementi architettonici, i rimaneggiamenti effettuati senza alcun rispetto delle tecniche originarie, donano si ai ruderi un candore piacevole a vedersi ma altresì appiattiscono e omogeneizzano le differenze originali.</p>
<p style="text-align: justify;">In ragione di tale inibizione, oltre che della difficoltà dell&#8217;esame autoptico ravvicinato di varie porzioni del monumento, quella qui proposta non può che essere un&#8217;indagine incompleta e problematica in molti punti.</p>
<p style="text-align: justify;">Si  espongono di seguito dapprima una breve descrizione stilistico-architettonica della chiesa e, di seguito, i risultati dell&#8217;analisi stratigrafica dell&#8217;elevato<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio stratigrafico è stato svolto secondo una campionatura che ha interessato circa il 60% delle strutture. La selezione è stata fatta sulla base di tutta una serie di ricognizioni non sistematiche, che hanno individuato una serie di problematiche e punti da controllare<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">La chiesa di San Matteo ha posto sin dall&#8217;inizio una serie di quesiti di seguito riassunti:</p>
<p style="text-align: justify;">1)          Si potevano individuare preesistenze architettoniche?</p>
<p style="text-align: justify;">2)          In caso affermativo, erano pertinenti a strutture civili o religiose?</p>
<p style="text-align: justify;">3)          Individuazione di eventuali fasi costruttive distinte della chiesa</p>
<p style="text-align: justify;">4)          Riconoscimento delle tecniche costruttive</p>
<p style="text-align: justify;">5)          Analisi delle dinamiche di cantiere.</p>
<p style="text-align: justify;">6)          Cronologie assolute</p>
<p style="text-align: justify;">A indagine, almeno parzialmente, conclusa si può affermare che i punti 1 e 3 hanno avuto una risposta soddisfacente, i punti 4 e 5 una spiegazione limitata mentre per il punto 2 si sono solo potute formulare delle ipotesi non verificabili se non con le tecniche dello scavo stratigrafico. Il punto 6 infine non ha avuto alcuna risposta, a causa della mancanza di qualsiasi indicatore cronologico assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad una prima osservazione il complesso architettonico (CA) è stato suddiviso in undici corpi di fabbrica (d&#8217;ora in poi CF):</p>
<div class="mceTemp mceIEcenter" style="text-align: justify;">
<dl id="attachment_3200" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig1.jpg"><img class="size-full wp-image-3200" title="Planimetria generale" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig1.jpg" alt="Planimetria generale" width="500" height="706" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Planimetria generale</dd>
</dl>
</div>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 1, costituito dalla torre campanaria;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 2, cappella laterale orientale addossata al CF 1;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 3, cappella laterale orientale a sud di CF 2;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 4, cappella laterale orientale a sud di CF 3;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 5, cappella laterale orientale a sud di CF 4;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 6, la prima cappella laterale occidentale rispetto all&#8217;ingresso;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 7, cappella laterale occidentale, a nord di CF 6;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 8, cappella laterale occidentale obliterata, a nord di CF 7;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 9, abside quadrangolare;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 10, navata centrale della chiesa;</p>
<p style="text-align: justify; padding-left: 150px;">§ CF 11, cappella laterale occidentale rasata, a sud di CF 6.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3194"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Descrizione </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il complesso chiesastico di San Matteo è un edificio che attraverso varie fasi costruttive giunge ad avere una sua fisionomia  ancora ben riconoscibile<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Presenta un&#8217;icnografia con grande navata centrale sulla base di un modulo quadrato raddoppiato (21*10 m)<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>, sei (originariamente otto) cappelle laterali  rettangolari e abside quadrata (lati di 5 m); la copertura era voltata a botte, con cinque arcate di sostegno in conci calcarei, poggianti su lesene e con capitelli all&#8217;imposta dell&#8217;arco (attualmente si possono leggere fino a questo livello solo le prime due arcate orientali).</p>
<p style="text-align: justify;">Le cappelle erano anch&#8217;esse coperte con volta a botte, molto più alta nel CF 2 rispetto alle altre; solo nella prima cappella orientale è conservata l&#8217;arcata d&#8217;ingresso, a sesto acuto, in lastre calcaree squadrate con capitello quadripartito che si continua all&#8217;interno in un listello.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig2.jpg"><img class="size-medium wp-image-3201  alignleft" style="margin: 5px; border: 0pt none;" title="Interno della chiesa" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig2-300x200.jpg" alt="Interno della chiesa" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sia la navata centrale che le cappelle erano pavimentate con lastroni in calcare, che presentavano problemi statici anche quando era in uso la chiesa. La pavimentazione, molto sconnessa, è attualmente coperta nel corpo centrale da uno strato di protezione ghiaioso ma è ben visibile nella prima cappella laterale a est, dove si leggono anche quattro sepolture privilegiate<a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>. Nell&#8217;abside e nell&#8217;ambiente di servizio fra questo e la torre si leggono invece due pavimenti differenti, il più antico in piastrelle in trachite, disposte in diagonale rispetto agli assi principali, e al di sopra (solo parzialmente nell&#8217;abside) uno strato di cocciopesto, con malta grigia (lisciata in superficie) e minuti frammenti di coppi.</p>
<p style="text-align: justify;">La facciata era a capanna, con paramento regolare di blocchi squadrati, portone a sesto acuto e rosone, abbattuta negli anni cinquanta del novecento perché pericolante. Lo stesso paramento regolare presentava la base quadrata nella torre rettangolare (intonacato era invece il cupolino ottagonale), sulle restanti murature esterne non sono state rinvenute tracce d&#8217;intonaco e queste, nelle foto d&#8217;archivio, appaiono nude.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;interno doveva invece presentarsi completamente intonacato in bianco-grigio e, nelle arcate e all&#8217;interno delle cappelle, sono ancora rilevabili (nonostante gli scialbi successivi) residui di pittura in rosso e in giallo.</p>
<p style="text-align: justify;">Testimonianze di decorazione scultorea sono nei listelli modanati delle cappelle orientati, costruiti con coppi frammentari posti di piatto, abbondantissima malta, intonaco e pittura in superficie, nei costoloni che reggevano la crociera dell&#8217;abside, che si dipartono da un capitello decorato (l&#8217;erosione non permette la <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/03/castello-semiintegro.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-2572" style="margin: 5px;" title="Chiesa San Matteo al monte semiintegra" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/03/castello-semiintegro-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a>lettura della scultura) e nel listello modanato litico, al di sopra di una fascia con ovoli, delle cappelle occidentali.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi erano altari, per lo più rasati, in tutti i corpi di fabbrica laterali; il principale era posto davanti all&#8217;abside, costruito con elementi litici vari e intonacato in tutte le superfici,  al di sotto dell&#8217;arcata d&#8217;ingresso, costruita in blocchi rifiniti con piccole semicolonne. Gli spazi fra la mensa e l&#8217;arco furono poi tamponati, permettendo l&#8217;ingresso all&#8217;abside solo dall&#8217;apertura che conduceva verso la torre campanaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il campanile, a base quadrata e conclusione cupolata ottagonale, aveva due ingressi a sesto acuto, così come i finestroni della cella campanaria, nelle pareti sono invece presenti piccole aperture quadrangolari per la luce.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;impianto planimetrico rimanda ad un generico contesto di XVI secolo a causa della presenza di grande navata centrale, cappelle laterali e abside quadrata<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>, sebbene siano abbastanza rare le volte a botte, sostituite di solito da crociere o volte raggiate.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad un ambito seicentesco o più probabilmente settecentesco sembra invece ascrivibile la parte ottagonale della torre; oltre l&#8217;esempio del S. Nicola in Sassari (1756), si possono ricordare anche altri vari esempi di questo modello, per esempio S. Pietro a Settimo San Pietro (CA), con ampliamento del 1627<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>,  Santa Chiara a Cossoine (1729)<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a> e S. Andrea a Giave (1701-1786)<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>.<br />
Nella tabella si mostra un quadro sinottico delle principali fasi costruttive:</p>
<table style="height: 254px;" border="1" cellspacing="0" cellpadding="0" width="990">
<tbody>
<tr>
<td width="96"><strong>Fase</strong></td>
<td width="72"><strong>Attività</strong></td>
<td width="453"><strong>Nome attività</strong><strong></strong></td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="3" width="96" valign="top"><strong>V</strong></p>
<p><strong> Crollo e spoglio</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>V.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Spoglio dei   blocchi calcarei</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>V.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Crolli per   cedimenti della natura e avvenimenti naturali</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>V.c</strong></td>
<td width="453" valign="top">Rasatura della   facciata</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="2" width="96" valign="top"><strong>IV Restauri</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>IV.a </strong></td>
<td width="453" valign="top">Distruzione CF   11</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>IV.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Restauri nella   torre</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="4" width="96" valign="top"><strong> III </strong></p>
<p><strong>Ampliamenti   della chiesa</strong></p>
<p><strong> </strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>III.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Obliterazione   CF 8</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Ampliamento   cappelle laterali</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.c</strong></td>
<td width="453" valign="top">Avanzamento   della facciata</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>III.d</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   parte ottagonale della torre</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="2" width="96" valign="top"><strong>II Impianto della chiesa</strong></td>
<td width="72" valign="top"><strong>II.a</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   torre quadrangolare</td>
</tr>
<tr>
<td width="72" valign="top"><strong>II.b</strong></td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   chiesa con le cappelle corte</td>
</tr>
<tr>
<td width="96" valign="top"><strong>I</strong></p>
<p><strong> </strong></td>
<td width="72" valign="top">
<h4><strong>I.a</strong></h4>
</td>
<td width="453" valign="top">Costruzione   struttura con la scala interna</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase I</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La parete ovest della torre campanaria è in parte costituita da un&#8217;Unità Stratigrafica Muraria (USM 45), alta diversi metri, larga 3,63 m, costruita con elementi litici calcarei non lavorati, con rari inserti di natura trachitica e di arenaria, legati con malta (non è stato tuttavia possibile riconoscere il legante originale a causa degli abbondanti e inopportuni restauri). Tale USM presenta al centro un&#8217;incavatura dove era inserita <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig3.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3203" style="margin: 5px;" title="Torre campanaria, prospetto est con strutture precedenti." src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig3-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>una scala, composta da blocchi calcarei squadrati e sommariamente lisciati (sebbene attualmente molto consunti), disposti a spirali e incolonnati in modo da generare una  colonna circolare centrale; di tale scala restano alcuni scalini alla base e tre in alto. A tale muratura si appoggiano a sud USM 46 e a nord USM 43, con in quali è netto il punto di appoggio; meno semplice è, a causa della distanza, riconoscere il rapporto con USM 57, che sembra appoggiarsi in alto e contemporaneamente soffrire di problemi statici. All&#8217;USM 45 si legano invece all&#8217;interno dell&#8217;edificio, verso ovest, altre due murature rasate che sembrano chiudere un ambiente quadrangolare, parzialmente obliterato dalla successiva pavimentazione. Nel prospetto occidentale interno della torre, durante una ricognizione non sistematica<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>, si riconoscono, al di sotto dell&#8217;USM -47 (la finestra inferiore del prospetto), l&#8217;USM 57 e quindi un paramento murario a conci calcarei squadrati, cui si appoggia il conglomerato di malta e litici da cui è attualmente costituito l&#8217;ordito murario.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra dunque di poter quindi leggere una struttura precedente all&#8217;impianto della chiesa, forse a pianta quadrangolare, con paramento esterno in lastre calcaree squadrate, sviluppata in altezza più che in estensione, che necessitava comunque di una scala interna, del resto del tutto simile a quella interna al campanile, che sembra esserle appoggiata in un momento successivo, forse, alla sua parziale distruzione. Neanche la tecnica costruttiva, pur con tutti i limiti dati dalla difficile leggibilità causata dall&#8217;appiattente restauro, pare differire in modo notevole da quella rilevata nel resto della chiesa.  Per i motivi sopra esposti non si è ancora giunti ad una conclusione convincenti, ma si propone la presenza nel sito o di una torre campanaria di fase precedente, oppure di una struttura verticale legata alle esigenze del castello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Fase II- Impianto della chiesa </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo insieme si sono raggruppate due attività distinte, relative all&#8217;impianto della torre campanaria quadrangolare e della chiesa, ipoteticamente sincroniche. Tuttavia proprio nei punti di contatto fra il CF 1 e il resto della chiesa non sono leggibili i rapporti stratigrafici; infatti  il punto dove si toccano il CF 1 e il CF 2, è obliterato da USM 15, relativa al momento successivo dell&#8217;allungamento delle cappelle. Invece il muro di collegamento fra il CF 1 e l&#8217;abside è rasato poche decine di centimetri prima dell&#8217;incontro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Costruzione torre quadrangolare</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La torre campanaria (CF 1) è la struttura maggiormente conservata dell&#8217;antica parrocchiale; i danni sono rilevabili soprattutto nella parte sommitale, dove è completamente crollato il cupolino e parzialmente rasate le aperture, e all&#8217;interno, con il collasso della scala originale (sostituita da una scalinata in metallo).</p>
<p style="text-align: justify;">Pur nell&#8217;impossibilità di un controllo diretto, si è preferito distinguere l&#8217;impianto della parte quadrangolare da quello del cupolino ottagonale per motivi di tecnica murarie e per confronti stilistici (ad esempio nel San Nicola di Sassari la porzione ottagonale è stata raccordata al campanile romanico, con delle piccole rampe piramidali, in tutto simili a quelle in esame, solo nel 1756<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pareti (che misurano 5,70 m) sono costruite con un potente conglomerato di litici (elementi in calcare, trachite, arenaria, ignimbrite e basalto, perlopiù tagliati o sommariamente sbozzati) e malta (costituita da calce, presumibilmente usata a caldo, con inclusi litici di piccole dimensione e raramente di laterizi). All&#8217;interno, nel prospetto orientale, rimane inoltre una trave lignea, residuo forse di una fase di costruzione. Il paramento esterno a vista è rivestito da lastre calcaree squadrate e lisciate (con occasionali tracce di martellina), poste a filari regolari in opera pseudo-isodoma, mentre l&#8217;interno è lasciato nudo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla torre si accede mediante due porte, l&#8217;una ad ovest per entrare direttamente dalla chiesa, e l&#8217;altra verso nord, entrambe a sesto acuto, con stipiti e imbotte rivestiti in lastre calcaree. Sono inoltre presenti due finestrelle nella parete occidentale, una a nord e due ad  est, quadrangolari, strombate verso l&#8217;interno, con architrave squadrato e lisciato e, almeno in un caso, intonacato internamente in rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;interno del CF 1 era presente una scala con gradini di calcare, a forma trapezoidale, squadrati, posti a spirale (quasi a formare una colonnina centrale) e infilati nella muratura, collassata e sostituita oggi da un&#8217;eguale struttura in metallo. Nel duomo di Sassari l&#8217;inserimento di una scala a chiocciola in sostituzione di quella lignea si pone nel 1756<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;ultima informazione sulla costruzione del CF 1 ci può essere fornita dalla presenza in tutti i prospetti (eccetto quello meridionale) di buche pontaie, poste a livelli regolari e solitamente non rinzeppate; in alcuni casi sono rimaste invece tracce della travatura lignea originale (prospetto est USM 12, prospetto nord USM 32).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività II.b- Costruzione della chiesa </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig4.jpg"><img class="size-medium wp-image-3204 alignleft" style="margin: 5px;" title="Corpi di Fabbrica 7 e 8 visti dall'esterno" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig4-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Il primo impianto della chiesa di San Matteo, con ampia navata centrale e otto cappelle laterali quadrangolari, poco profonde, è poco testimoniato dalle attuali strutture, a causa dei notevoli rimaneggiamenti. Resta ad esempio sconosciuto il sistema di copertura, forse con volta a botte, l&#8217;altezza originaria della navata e la quota della pavimentazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati riconosciuti come sicuramente pertinenti a questa fase l&#8217;abside quadrata (CF 9), parte della parete occidentale della navata centrale (USM 118), la cappella obliterata (CF 10) e le pareti originali del CF 8 (USSM 119, 125).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono delle strutture murarie costruite con elementi litici calcarei, trachitici, ignimbritici e basaltici, tagliati o semplicemente sbozzati, posti in modo irregolare, legati con malta e intonacati all&#8217;interno. Erano invece costruiti con conci di media e grande dimensione, per la maggior parte in calcare, squadrati, posti alternativamente di piatto e di lungo, gli angolari. Le cappelle hanno ampiezza differente (circa 3,5 m i CF 2, 3, 4, 5, 7, 11e probabilmente il CF 8; 4,5 m il CF 6).</p>
<p style="text-align: justify;">Il CF 8, ad un&#8217;osservazione esterna, appare voltato a botte e di altezza molto inferiore alla cappella confinante, cui sembrerebbe talaltro appoggiarsi (ma potrebbe essere anche l&#8217;effetto dei restauri, e comunque la distanza impedisce il controllo).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;abside (con lati quadrati di 5 m) era invece probabilmente coperta con volta a crociera, come sembrano indicare le nervature che si dipartono dall&#8217;angolo nord-ovest, e presentava un ingresso con arco, di cui rimangono le imposte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase III- Ampliamenti della chiesa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo insieme sono comprese un gruppo di attività che hanno avuto lo scopo di espandere la chiesa. Di queste solo per la III.a e la III.b si può ipotizzare una seriazione cronologica, in quanto il CF 8 non subisce l&#8217;allargamento verso l&#8217;esterno, mentre gli si appoggia quello del CF 7.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è invece possibile, per l&#8217;inesistenza di rapporti stratigrafici, fornire un&#8217;interpretazione diacronica o sincronica della costruzione del cupolino della torre campanaria, dell&#8217;avanzamento della facciata e dell&#8217;ingrandimento delle cappelle laterali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.a-Obliterazione CF 8</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il CF 8 è attualmente visibile solo osservando la chiesa da una posizione inferiore o dall&#8217;alto della torre campanaria. Dall&#8217;interno dell&#8217;edificio è possibile invece notare all&#8217;interno della parete un paramento murario caratterizzato dalla presenza di materiale litico eterogeneo per natura e dimensione e dalla maggior percentuale di legante (che appare, forse per ragioni di umidità, più scuro rispetto alle altre strutture). Non è chiaro il motivo per cui la cappella è stata chiusa, non sussistendo problemi statici (che, considerando il poco spazio a disposizione, può essere stato all&#8217;origine del suo mancato allargamento) poiché il piccolo ambiente appare ancora integro, né essendoci tanto meno la necessità di ridurre lo spazio. Per tali motivi si preferisce non formulare ipotesi al riguardo, auspicando ricerche documentarie e analisi stratigrafiche che possano eventualmente chiarirne le ragioni e la cronologia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.b- Ampliamento cappelle laterali</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ampliamento delle cappelle laterali quadrangolari è documentato con sicurezza per i CF 6 e 7 nella parte <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig5.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3205" style="margin: 5px;" title="Particolare dell'ampliamento della cappella laterale CF 7" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig5-182x300.jpg" alt="" width="182" height="300" /></a>occidentale della struttura, e nel CF 2 e 5 in quella orientale; perciò è ipotizzato anche nelle altre cappelle.</p>
<p style="text-align: justify;">La tecnica dell&#8217;ampliamento è molto chiara nel CF 7: si tratta di murature costruite da materiale molto vario, compresi anche blocchi di riuso, legato con malta, che si appoggiano al perimetrale nord originario, direttamente sugli angolari. L&#8217;angolare della nuova USM è inoltre fabbricato con tecnica differente, ovvero con conci calcarei, trachitici e basaltici posti tutti di taglio.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;allargamento è quantificato in 2,40 m nel CF 7 (dalla profondità di 2,34  m a quella di 4,57), nel CF 6 ma in 2,70 m nel CF 5, da 2,1 m a 4,75 m.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso periodo è probabilmente databile la realizzazione dell&#8217;USM 15 che ammorsa il CF 2 alla torre quadrangolare e che impedisce di leggere i rapporti stratigrafici precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento la chiesa ha sicuramente l&#8217;icnografia conosciuta, con la navata centrale coperta a botte, le cappelle laterali (di differenti dimensioni, profonde 4,5 m a nella porzione ovest e 5 in quella est) anch&#8217;esse con volta a botte e l&#8217;abside con volta a crociera; probabilmente anche  l&#8217;elevazione dei contrafforti alla navata centrale posti superiormente alle cappelle risalgono a questa fase.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ragioni di questo ampliamento, finora non datato, sono forse da porre nella necessità di spazio oppure semplicemente per l&#8217;abbellimento della parrocchia, che viene oltretutto dotata nelle nuove cappelle di un impianto decorativo scultoreo (listelli modanati) e pittorico (tracce di intonaci gialli e rossi).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.c- Avanzamento della facciata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tale evento è documentato nel prospetto orientale interno del CF 10, poco dopo l&#8217;ingresso all&#8217;edificio. In questo punto di può distinguere abbastanza chiaramente l&#8217;USM 78, cui si ammorsa l&#8217;arcata di sostegno della volta (USM 89), con orientamento est-ovest, costituita da elementi (calcare, trachite, basalto) non lavorati (e rari conci), legati con malta; a questa, alla base, sembra legarsi USM 81, che sembra essere un lacerto di struttura muraria, orientata in direzione nord-sud, e in particolare l&#8217;angolare, visto l&#8217;allineamento verticale di conci calcarei e trachitici, e quindi il proseguimento di un muro in pietrame misto e laterizi.</p>
<p style="text-align: justify;">A queste due strutture si appoggia, a sud, USM 79, il paramento murario più elevato dell&#8217;edificio oltre la torre,  e parete orientale della navata centrale, costruita  in pietre calcaree, massimamente sbozzate, di piccola dimensione, con frequenti inserti di elementi in trachite e basalto di dimensioni maggiori e rari conci (in calcare e trachite) posti in opera in modo irregolare e disordinato. A tale struttura si lega la facciata, USM 80, poco conservata, rivestita all&#8217;esterno da lastre calcaree squadrate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembrerebbe dunque evidente un avanzamento della facciata, che originariamente poteva essere costituita da USM 78, sebbene non sia chiaro il significato strutturale di USM 81, che sembra essere la parte finale di una muratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Pare anche logico che l&#8217;impianto dell&#8217;USM 79, sebbene apparentemente legata a USM 78, sia contemporaneo o posteriore all&#8217;avanzamento della facciata, perché un costolone di sostegno alla volta è difficilmente posto così vicino all&#8217;ingresso; la questione è tuttavia irrisolvibile al momento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività III.d- Costruzione parte ottagonale della torre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la nostra ipotesi di lavoro, già sopra esposta<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a>,  la parte superiore della torre campanaria, a pianta ottagonale e in origine conclusa con cupolino, fu impiantata sopra la base quadrata in un secondo momento, secondo stilemi simili a quelli utilizzati, nel 1756, nel campanile del San Nicola di Sassari<a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Le due parti sono raccordate, ai quattro angoli superiori della base, da quattro cuspidi semipiramidali, mentre i perimetrali orientati secondo i sensi cardinali sono direttamente poggiati sui perimetrali sottostanti. Tale tecnica è appunto assolutamente speculare a quella utilizzata nel duomo turritano.</p>
<p style="text-align: justify;">La costruzione sembra avere una pianta ottagonale regolare e la tecnica muraria è differente da quella usata nella porzione sottostante, infatti sopra un possente conglomerato, includente elementi litici calcarei e trachitici di piccola dimensione, è steso un intonaco uniforme, costituito da malta lisciata. Ciò si differenzia dalla base quadrangolare che nei punti esposti all&#8217;esterno ha in vista sempre il paramento a blocchi squadrati.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei quattro lati esposti ai punti cardinali sono aperte quattro grandi finestre, di cui si conservano solo i tre lati inferiori, motivo per cui non si può arguire se fossero rettangolari oppure a sesto pieno o acuto. Tali aperture presentano come stipiti monoliti ignimbritici finemente squadrati e rifiniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Un dato cronologico <em>post quem</em> è fornito dalla presenza nel sacco della struttura muraria della torre di un frammento di ceramica marmorizzata pisana, databile alla fine del cinquecento<a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si propone dunque come ipotesi guida per prossime ricerche stilistiche e documentarie l&#8217;edificazione di questa parte del campanile nel sei-settecento, sulla scia dell&#8217;eguale operazione effettuata al Duomo di Sassari e nell&#8217;ambito di altre costruzioni a pianta ottagonale di questo periodo<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase IV- Restauri</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questa fase si sono radunate delle attività di restauro e sistemazione dell&#8217;edificio, piuttosto naturali in un&#8217;ottica diacronica di utilizzo dell&#8217;edificio chiesastico nell&#8217;arco di tre/quattro secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono attività, allo stato attuale della ricerca, assolutamente non databili se non attraverso la lettura di analogie e dissomiglianze all&#8217;interno dello stesso palinsesto. In particolare pone particolari problemi la rasatura del CF 11 nel susseguirsi degli ampliamenti (avanzamento della facciata, ingrandimento delle cappelle) e delle riduzioni (chiusura del CF 8, rasatura del CF 11) di cui è oggetto lo spazio chiesastico. Purtroppo anche per quanto riguarda i punti ora in esame bisogna lamentare l&#8217;inadeguata pesantezza delle intromissioni contemporanee, che mascherano e confondono gli interventi antichi e possono anche in questo caso aver indotto all&#8217;errore e all&#8217;equivoco il ricercatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività IV.a- Distruzione CF 11</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig6.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3206" style="margin: 5px;" title="Obliterazione e distruzione del Corpo di Fabrica 11" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2011/04/fig6-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Anche di questo momento rimangono poche prove, site nella parete occidentale della navata centrale. Qui si apriva, 3,3  m a nord dell&#8217;ingresso, una cappella laterale simmetrica al CF 5; di tale ambiente rimangono di fatto solo tracce della pavimentazione in lastre calcaree e due lastre del rivestimento dell&#8217;arco, uno a sud  e uno a nord.In questo corpo di fabbrica si apre una porta con stipiti in conci calcarei e trachitici posti, per quanto si possa osservare, alternativamente di lungo e di taglio.</p>
<p style="text-align: justify;">Del CF 11 non si può attualmente stabilire il momento di distruzione; se il grande blocco di conglomerato dell&#8217;UT 13<a name="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a> gli fosse collegato, la rasatura sarebbe da porre dopo l&#8217;ampliamento delle cappelle.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica sicurezza riguarda comunque la ricontestualizzazione della parete di tamponamento del CF 11, dove viene aperto un ingresso alla chiesa secondario, da ricollegare forse alla possibile presenza di una scalinata<a name="_ftnref18" href="#_ftn18">[18]</a> poco ad ovest.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività IV.b- Restauri nella torre</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nella torre, successivamente all&#8217;impianto della frazione superiore, si possono notare delle azioni interpretate come rattoppi murari e come restauri antichi, sebbene non siano completamente da escludere manomissioni contemporanee.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prospetti meridionale (angolare est), orientale e settentrionale (angolare est), nei filari più alti della parte ottagonale, sono presenti delle ampie sostituzioni di conci trachitici al calcare, che negli angolari presentano un allineamento verticale perfetto. In tale restauro, in cui i materiali utilizzati sembrerebbero dello stesso tipo degli stipiti delle finestre del cupolino ottagonale, sebbene si utilizzi un materiale differente, si tenta ancora di salvaguardare l&#8217;unità intrinseca decorativa del monumento, data appunto dal paramento pseudo-isodomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel prospetto orientale esterno, a circa 1 m da terra, è presente un ampio rimaneggiamento realizzato con materiali litici sbozzati o semplicemente tagliati (calcare, arenaria, trachite, basalto), posti irregolarmente in orizzontale (senza corsi), legato con abbondante malta (con numerosi inclusi laterizi).  Con tale intervento si protesse il sacco interno ma si ruppe sicuramente l&#8217;equilibrio decorativo dato dal paramento in lastre calcaree.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei prospetti occidentale e meridionale sono invece stati rilevati due rattoppi, legati fra di loro, formati da bozze calcaree o, raramente, in basalto e trachite, di piccola dimensione, poste in opera sub-orizzontale a riparare un lacuna allungata che si estende in tutto il paramento della torre, sia nella base quadrata che nella parte ottagonale. Anche tale riparazione ha interesse a salvaguardare la statica del corpo di fabbrica, ma non ha più interesse a controllare quello decorativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per le ragioni esposte si propone la datazione del primo restauro contestualmente, o poco posteriormente, all&#8217;impianto del corpo ottagonale, e in un momento più tardo gli altri due, realizzati da maestranze meno specializzate, specialmente per quanto riguarda i materiali utilizzati, di fattura nettamente meno raffinata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fase V- Crollo e spoglio</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal trasferimento ufficiale della sede parrocchiale alla nuova chiesa di San Matteo (1888) l&#8217;azione dei fattori antropici e naturali hanno causato la quasi completa rovina dell&#8217;edificio, con la distruzione di pressoché tutte le coperture (fatta eccezione per le cappelle laterali, che però avevano ricevuto danni dalla caduta di fulmini), della facciata, e dei perimetrali esterni delle cappelle<a name="_ftnref19" href="#_ftn19">[19]</a>. Non si è però trattato di un crollo contestuale, ma del susseguirsi di tutta una serie di eventi, di una lunga serie di usure, che hanno portato la chiesa allo stato attuale, in parte sanato dei recenti restauri. Nei sottoparagrafi seguenti  si espongono e analizzano gli accadimenti riconosciuti nel palinsesto architettonico o conosciuti per via orale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.a- Spoglio dei blocchi calcarei</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tale attività è stata effettuata soprattutto per quanto riguarda i conci squadrati delle torre, della facciata e delle arcate di sostegno della volte. Nella torre sono riconoscibili almeno due ampie lacune di conci calcarei, che mettono in luce il sacco sottostante. I conci venivano distaccati con l&#8217;ausilio di tubi metallici, che dapprima scalfivano e poi scalzavano le murature; l&#8217;organizzazione del&#8217;attività era molto razionale, poiché comportava il lavoro dei cavatori e quindi quello di coloro che trasportavano il materiale edilizio con l&#8217;ausilio di carri trainati da buoi, che venivano parcheggiati di fronte alla facciata della chiesa<a name="_ftnref20" href="#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">I conci venivano usati per l&#8217;edificazione di case del paese o anche di opere pubbliche, per esempio un muro di contenimento, situato alla confluenza di Via G.Deledda con Via Marconi, dove era una vasca di abbeveraggio del bestiame, è interamente costruito con blocchi di riuso, fra cui alcune decorazioni scultoree.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.b- Crolli per cedimenti della natura e avvenimenti naturali</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La posizione della chiesa, particolarmente esposta al vento e agli agenti atmosferici, ha causato dei danni, solo attualmente in parte riconoscibili. La tradizione ricorda in particolare la caduta di molti fulmini con conseguente crollo della parte superiore del campanile e squarci nelle coperture delle cappelle. A fattori statici può essere inoltre dovuto il crollo della copertura della navata centrale e della crociera dell&#8217;abside.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gruppo di attività V.c- Rasatura della facciata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni cinquanta del novecento il comune di Chiaramonti decise di abbattere la facciata della chiesa<a name="_ftnref21" href="#_ftn21">[21]</a> perché pericolante, probabilmente per il contestuale crollo del tetto e l&#8217;attività di cava con esplosivo in corso negli stessi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è la ragione per la quale del prospetto meridionale dell&#8217;edificio non restano che rasature murarie poco elevate, mentre ad esempio il perimetrale est, cui si legava, è conservato per un elevato considerevole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Note:</em></strong></p>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Come riferimenti metodologici ancora essenziali Parenti 1987a, Parenti 1987b.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Si ringrazia al proposito la dott.ssa Mara Febbraio e il dott. Antonino Meo per un primo inquadramento dell&#8217;edificio e per avermi edotto sulla documentazione da produrre; sentiti ringraziamenti vanno altresì alla dott.ssa Maria Cherchi, con cui ho discusso punto per punto i risultati raggiunti, e al sig. Giovannino Falchi, per la sua consulenza, da muratore e cavatore di scuola tradizionale, esperto in vari problemi tecnici e materiali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Cfr. le descrizioni ottocentesche raccolte in Chiaramonti, pp. 95-98.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Ringrazio di cuore mio fratello Andrea Marras, che mi ha gentilmente aiutato nel rilevare le strutture della chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> La stessa cappella risultava fino ad alcuni anni fa, chiusa all&#8217;interno, sfondata all&#8217;esterno e conteneva un ossario, poi spostato. Tale obliterazione spiega anche il miglior stato di conservazione di cui gode tuttora. Altre sepolture per bambini erano nel CF 2, mentre abbiamo notizia che i fedeli erano sepolti sotto la pavimentazione della navata e i sacerdoti nel presbiterio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> Vedi esempi in Segni Pulvirenti-Sari 1994, <em>passim</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, p.40, sch. 9.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, p.42-43.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a> Segni Pulvirenti-Sari 1994, pp.144-145, sch. 41.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> L&#8217;ingresso alla torre è reso possibile da una porta solitamente chiusa. Lo scrivente è riuscito a penetrarvi e a scattare alcune fotografie avendola trovata casualmente aperta. In seguito non è stato possibile capire le modalità d&#8217;ingresso regolari, e perciò non ha purtroppo avuto luogo l&#8217;analisi sistematica.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Naitza 1992, p.54, sch. 7.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> Mossa 1988, p.100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> <em>Infra</em>, par. 4.1.2.1.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> Naitza 1992, p.54, sch. 7; Porcu Gaias, pp.287-292; Mossa 1988, p.100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Notizia fornitami dal prof. Marco Milanese, che vide tale reperto nel 1993, prima che fosse obliterato dai restauri</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Per esempio la torre campanaria della parrocchiale di Nulvi, datata post 1784, cfr. Naitza 1992, p.163, sch. 41, il tamburo del Palazzo Siviero a Sassari (1776-85), Naitza 1992, p.124, sch. 23, o il campanile della parrocchiale di Ussana, sempre dell&#8217;ottocento, Naitza 1992, p.224, sch.59.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn17" href="#_ftnref17">[17]</a> <em>Infra</em>, capitolo 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn18" href="#_ftnref18">[18]</a> <em>Infra</em>, capitolo 3.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn19" href="#_ftnref19">[19]</a> In una foto degli anni 20&#8242; del novecento il tetto appare già crollato, mentre sono visibili le arcate di sostegno, la facciata e integra e così il campanile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> Vedi Fonte orale Falchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> Maxia 1994, p.388.</p>
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		<title>Il castello di Chiaramonti: la Topografia &#8211; di Gianluigi Marras</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 14:24:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianluigi Marras</dc:creator>
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		<category><![CDATA[tzaramonte]]></category>

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		<description><![CDATA[(E&#8217; possibile cliccare sulle immagini per vederle a dimensione originale e sulle notazioni per accedere subito alle note) Analisi topografica L&#8217;area da me analizzata mediante ricognizione archeologica è nota nella cartografia catastale come San Matteo[1], ma viene chiamato popolarmente Monte e&#8217;cheja, ovvero &#8220;monte della chiesa&#8221;. La toponomastica riporta dunque memoria dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em><span style="color: #ff0000;">(E&#8217; possibile cliccare sulle immagini per vederle a dimensione originale e sulle notazioni per accedere subito alle note)</span></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Analisi topografica</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;area da me analizzata mediante ricognizione archeologica è nota nella cartografia catastale come San Matteo<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>, ma viene chiamato popolarmente <em>Monte e&#8217;cheja,</em> ovvero &#8220;monte della chiesa&#8221;. La toponomastica riporta dunque memoria dell&#8217;antica parrocchiale di San Matteo, traslata poi nell&#8217;attuale sede nel 1888<a name="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>, e non serba traccia dell&#8217;antico <em>castrum</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Effettivamente la prima ubicazione del castello nel sito è quella dell&#8217;Angius, seguito poi dal La Marmora e quindi dagli altri studiosi di storia sarda, nella prima metà dell&#8217;800. Ancora il Mamely de Olmedilla, nella sua Relazione del 1769<a name="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a> (scritta l&#8217;anno prima), descrive la parrocchiale<a name="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>, &#8220;&#8230;<em>grande e non brutta né in cattivo stato&#8230;</em><a name="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>&#8220;<em>; ci dice inoltreche la pianura dove è situata in passato doveva essere popolata</em>, &#8220;&#8230;<em>secondo quanto indicano le fondamenta di abitazioni</em>&#8230;<a name="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a>&#8221; senza però far menzione di eventuali torri o apprestamenti militari.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Angius<a name="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a> è invece il primo che identifica il sito della chiesa parrocchiale con l&#8217;ubicazione dell&#8217;antico castello. Al momento in cui scrive &#8220;&#8230;<em>sta ancora tutta intera una torre, perché fattasi servire a campanile; sono di un&#8217;altra visibili alcune parti, ed è qualche vestigio delle mura, tra le quali la cisterna scavata nella roccia</em>&#8230;&#8221;<a name="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a>. Il generale Della Marmora, che visitò il paese nel 1834<a name="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>,  riteneva invece che della costruzione militare non restasse traccia e che sul suo perimetro fosse sorta la chiesa<a name="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Descrizione geografica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La collina di <em>Monte e&#8217;cheja</em> è una delle tre alture su cui insiste il centro urbano di Chiaramonti, più precisamente quella posta a nord-est, di fronte alla collina denominata <em>Cunventu</em> a nord-ovest e a quella di <em>Codina Rasa</em>, sud-est. Tutto il massiccio è posto a strapiombo verso la fertile vallata interna dell&#8217;Anglona ad est (dove sorgono gli attuali centri di Martis, Laerru e Perfugas) e la vallata del Rio Iscanneddu a nord e nord-ovest (nella zona è vitale attualmente solo il villaggio di Nulvi, ma nel Medioevo vi si contavano molti insediamenti civili e monastici), mentre degrada più dolcemente verso sud. Storicamente il centro di Chiaramonti rimase isolato dalle vie di comunicazione fino agli anni settanta dell&#8217;ottocento, quando venne costruita la strada statale da Ozieri e Castelsardo<a name="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a>, che ancora lo attraversa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/2-analisi-del-centro-urbano-di-chiaramonti.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3028" title="Analisi del centro urbano di Chiaramonti" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/2-analisi-del-centro-urbano-di-chiaramonti.jpg" alt="" width="500" height="534" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;area sottoposta all&#8217;analisi è costituita dal tavolato calcareo in cima a <em>Monte e&#8217;cheja</em>, posta alla quota di 467  m s.l.m.. I versanti si presentano piuttosto ripidi in tutte le direzioni: solo a sud-ovest c&#8217;è la possibilità di un&#8217;ascesa, mentre ad ovest, sud, nord e nord-est si nota la presenza di pareti rocciose verticali di varia estensione. Specialmente il versante ovest è costituito da un fronte roccioso alto circa 10 m, di quasi impossibile percorrenza, soprattutto nei mesi invernali.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-3023"></span>La posizione elevata è particolarmente esposta alle intemperie invernali e specialmente ai venti di maestrale e tramontana, uno dei fattori per cui fu decisa la traslazione della chiesa. Negli ultimi decenni, come ricordato dalla tradizione popolare, un gran numero di fulmini ha colpito il campanile e la chiesa, causando vari danni strutturali, quali ad esempio il crollo della cupola di copertura della torre campanaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sito è stato dotato negli anni 80&#8242; di una strada  d&#8217;accesso lastricata in calcare, muretti di delimitazione e tavoli e bonificato con una piccola piantagione arborea. Più anticamente l&#8217;ascesa al monte era nella stessa posizione, ma spostata alcuni metri più a sud, nell&#8217;antico fronte roccioso, arretrato a causa delle attività di cava effettuate nel Novecento, e non carrabile, ma percorribile solo a piedi o a cavallo<a name="_ftnref12" href="#_ftn12">[12]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutta la parte più elevata della collina di <em>Monte Cheja</em> è svantaggiosa  per l&#8217;insediamento umano per l&#8217;esposizione sfavorevole ai venti freddi, per la lontananza delle risorse idriche (la fonte più vicina, detta <em>Funtanedda</em>, è situata all&#8217;inizio dell&#8217;antica strada per Martis, a circa 150-200 m dalla cima del monte, dopo una ripida discesa) e per l&#8217;impossibilità di coltivare la fascia più elevate delle pendici, troppo ripide (piccole culture ortive e frutteti sono invece impiantabili al di sotto della suddetta fonte).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;impianto urbanistico di Chiaramonti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il centro urbano di Chiaramonti attualmente, anche grazie ad una dissennata politica urbanistica, si è sviluppato fino alle immediate pendici meridionali e orientali del pianoro di Monte Cheja; tuttavia ancora negli anni sessanta del novecento non  si estendeva al di sopra dell&#8217;attuale Via Arborea e di Via San Giovanni  a meridione e a est.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario nelle catastali compilate negli anni 60&#8242;è possibile leggere il vecchio tessuto urbanistico, organizzato ancora alle falde dell&#8217;antica parrocchiale di S. Matteo. Il paese, dopo una zona di rispetto di alcune decine di metri, è organizzato ad ovest in quattro vie parallele, le odierne Via S.Luigi (che riprende il nome popolare, precedentemente Via Castello), Via Falchi (prec. Via Rettore Cossu, tradizionalmente <em>Carrozzu Longu</em>, dal genovese Carrugiu<a name="_ftnref13" href="#_ftn13">[13]</a>), Via XX Settembre (prec. Via G.M Angioy, tradizionalmente <em>Via delle Balle</em>, con termine italiano che forse ricorda il rinvenimento di proiettili litici) e Via Carlo Alberto, che risalgono la pendenza<a name="_ftnref14" href="#_ftn14">[14]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali direttrici sono intersecate quasi ortogonalmente da tre arterie isoipse: Via al Castello (ove sorgeva la chiesa di S.Luigi, diruta da secoli), Via Anglona e Largo Nicolò Vare (nella tradizione orale <em>Muru Pianedda</em><a name="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>, con ripresa del medesimo toponimo castellanese, ad indicare una piccola zona piana<a name="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>) che limitava il paese a sud.</p>
<p style="text-align: justify;">A tale area è connessa, mediante l&#8217;arteria di Corso V.Emanuele III (tradizionalmente <em>Sa piatta</em>), un quartiere organizzato secondo isoipse (Via Mazzini etc); al punto di incrocio fra i due moduli è la nuova parrocchiale di San Matteo, officiata almeno dall&#8217;ottocento col titolo di Oratorio di S.Croce.</p>
<p style="text-align: justify;">Altri punti notevoli dell&#8217;antico abitato erano presso <em>Cunventu</em><a name="_ftnref17" href="#_ftn17">[17]</a>, il Convento dei carmelitani<a name="_ftnref18" href="#_ftn18">[18]</a>, presso la chiesa del Carmelo, nel colle a ovest di <em>Monte Cheja</em>, e la chiesa del Rosario, presso cui si sviluppava il rione di <em>Sa Niera</em> e, nell&#8217;ottocento, una direttiva di espansione verso la caserma, con le residenze dei maggiorenti locali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe dunque ipotizzare che il primo nucleo descritto sia stato il fulcro dell&#8217;insediamento di Chiaramonti, richiamando del resto la struttura organizzata di altri centri di fondazione signorile quali Monteleone Roccadoria. Sappiamo che il secondo modulo fu invece in parte creato da un&#8217;espansione della prima metà dell&#8217;ottocento verso la zona rurale di <em>Pala e Chercu</em><a name="_ftnref19" href="#_ftn19">[19]</a>; dubbi permangono invece sul rione di <em>Sa Niera</em>, di cui non è ben chiaro il rapporto con la Chiesa del Rosario, che una prima analisi stilistica sembrerebbe datare al seicento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricognizione archeologica</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il confronto fra le fonti scritte, la toponomastica e la tradizione orale dunque identificava la collina di Monte Cheja-San Matteo come sede originaria del <em>Castrum Claramontis </em>e fulcro del centro urbano di Chiaramonti. La presenza delle imponenti rovine della dismessa parrocchiale, recentemente oggetto di un intervento di restauro, rappresentano sicuramente un&#8217;ulteriore spinta all&#8217;analisi di quest&#8217;area. Tuttavia l&#8217;arretratezza in Sardegna dello studio delle fonti materiali di epoca medievale e post-medievale ha avuto come conseguenza la mancanza di studi non solo archeologici, diagnostici o stratigrafici, ma anche storici e storico-artistici e stilistici sulla chiesa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/1-carta-delle-ricognizioni.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3029" title="Carta delle ricognizioni" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/1-carta-delle-ricognizioni.jpg" alt="" width="500" height="353" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Per far fronte a questa lacuna si è deciso di procedere con le metodologie dell&#8217;archeologia del paesaggio, svolgendo di fatto un&#8217;analisi infra-sito di altissima densità (60 giorni/uomo al Kmq), mediante ripetuti passaggi sul terreno, raccolta e studio dei reperti e analisi stratigrafica degli elevati. I risultati ottenuti con il primo degli <em>steps</em> descritti sarà l&#8217;oggetto di questo capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerando che l&#8217;intensità della ricerca necessitava della maggior analiticità possibile, si è proceduto con una suddivisione per Unità Topografiche (d&#8217;ora in poi UT) che tenesse conto delle minime differenze possibili quali recinzioni e differenze altimetriche. Tale condotta mirava naturalmente a riconoscere il maggior numero di azioni e quindi a ricostruire la storia del sito nel modo più completo<a name="_ftnref20" href="#_ftn20">[20]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un fattore di inibizione e ostacolo alla ricerca è stato il massiccio danneggiamento e impoverimento del potenziale archeologico del sito databile almeno a tutto l&#8217;ultimo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono state le azioni individuate: spoglio dei conci della chiesa per uso edilizio; cava di calcare di fronte all&#8217;ingresso della chiesa e nel versante sud del monte; caduta di fulmini e conseguente danneggiamento delle strutture, specialmente delle coperture delle cappelle e della parte terminale del campanile; abbattimento della facciata della chiesa, pericolante negli anni cinquanta del novecento da parte del comune; costruzione della strada e lavori con disturbo parziale del deposito stratigrafico e spostamento di terra; messa in opera dell&#8217;impianto d&#8217;illuminazione presso la chiesa, con grave  perturbazione del deposito stratigrafico in punti probabilmente di grande interesse per la ricerca (angolo sud -ovest a fianco della chiesa, <em>retro</em> dell&#8217;abside etc); restauro delle murature superstiti con utilizzo indiscriminato di malte a coprire i rapporti stratigrafici originari.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali deterioramenti rappresentano un limite, spesso non riconoscibile, e perciò più pericoloso, della ricerca, in quanto hanno causato fraintendimenti e lacune delle informazioni, spesso irrecuperabili; sono inoltre una palese dimostrazione della noncuranza e mancanza di intelligenza da parte di coloro che avrebbero maggiormente dovuto curare la tutela del sito.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>survey</em> effettuato sul sito nei mesi di agosto e settembre del 2006 ha portato all&#8217;evidenziazione di 14 Unità Topografiche di varia tipologia<a name="_ftnref21" href="#_ftn21">[21]</a>. L&#8217;emergenza più importante individuabile nel pianoro è la chiesa diruta di San Matteo, UT 1, analizzata per mezzo dell&#8217;analisi stratigrafica degli elevati effettuata su campioni significativi. E&#8217; sita nell&#8217;estremità nord-ovest dell&#8217;altipiano, irraggiungibile da nord e ovest, vi si accedeva da uno stretto sentiero posto di fronte all&#8217;entrata, distrutto poi nel corso del tempo da attività di cava e dalla costruzione della nuova strada. Presso la chiesa sono state riconosciute altre UT di primaria importanza per la lettura diacronica del sito ma purtroppo di difficile, o quasi impossibile comprensione, per la loro stessa collocazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte all&#8217;angolo sud-ovest dell&#8217;edificio chiesastico, ad una quota di poco inferiore, è l&#8217;UT 13, costituita <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-13.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3030" style="margin: 5px;" title="UT13" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-13-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>da almeno due creste murarie, che sembrano formare un angolo retto, in coincidenza con l&#8217;attuale sperone roccioso, con direzione est-ovest e nord-sud. Tali murature, poco conservate, si elevano per due/tre filari da terra, sono fondate sulla roccia e costruite in elementi calcarei (e più raramente basaltici) non lavorati, legati con una malta di colore bianco-giallo e dai pochi inclusi. La tecnica costruttiva non è chiarissima per la povertà del sopravvissuto e perché le creste sono obliterate.</p>
<p style="text-align: justify;">La muratura con andamento sud-nord confluisce (non sono chiari i rapporti stratigrafici) in una possente muratura (larga oltre 2  m) costituita da grandi blocchi in calcare e arenaria, non lavorati, e abbondantissima malta, che prende nel prospetto nord un andamento curvilineo. Sembra dunque di leggere le tracce di una costruzione semicircolare, al cui interno si potevano notare qualche anno fa delle scale, ora obliterate da detriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è comunque chiaro il significato dell&#8217;UT 13; la parte settentrionale può essere collegata alla presenza di una cappella poi rasata della chiesa anche se in tal caso rimarrebbe enigmatica la presenza della scalinata, oppure alla notizia, fornitaci dall&#8217;abate Angius<a name="_ftnref22" href="#_ftn22">[22]</a>, delle rovine di una torre circolare presso la chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Irrisolvibile, se non mediante un&#8217;analisi stratigrafica, è anche il ruolo della parte meridionale dell&#8217;UT, che sembrerebbe legata ad una fase precedente l&#8217;ultimo impianto della chiesa e quindi o ad una fase chiesastica anteriore o addirittura a quella castrense.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad ovest dell&#8217;UT 1, sono riconoscibili i resti di una struttura muraria, denominati UT 14. Purtroppo il posizionamento a strapiombo sul salto di quota ha impedito una ricognizione meno che sommaria dei resti .</p>
<p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;UT 14, così come l&#8217;UT 13, è di interpretazione problematica; se fosse in fase con la chiesa potrebbe avere avuto scopo difensivo (in pratica sarebbe l&#8217;attuazione della risoluzione auspicata da V. Mamely de Olmedilla per il troppo vento<a name="_ftnref23" href="#_ftn23">[23]</a>, incompiuta tuttavia e inutile perché troppo bassa) o di delimitare un terreno (ma a tal fine sarebbe stato forse più agevole l&#8217;utilizzo del salto di quota); pare inoltre complicato impiantare un cantiere edilizio in tale situazione e con l&#8217;edificio religioso ancora integro. Indimostrabile, ma molto affascinante, l&#8217;ipotesi che appartenga alla fase precedente l&#8217;impianto della chiesa, dove avrebbe potuto svolgere un ruolo difensivo, quindi come cinta muraria, a difesa del versante occidentale del pianoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Appoggiata (o legata, i rapporti stratigrafici sono resi incerti dal recente restauro) al lato orientale dell&#8217;UT 1 è l&#8217;UT 11, spazio quadrangolare (15 m il est-ovest, 11 quello sud-nord) recintato a nord, est e sud da murature in calcare, basalto e trachite, raramente lavorati; si leggono tracce di malta solo nel perimetrale settentrionale, in prossimità della chiesa e nella sua parte orientale. Fra le pietre si notano frammenti ossei e coppi. Si registra l&#8217;uso, specialmente nella parete est, di grossi blocchi, talvolta di riuso; in particolare l&#8217;angolare sud-est è costituito da conci calcarei sommariamente sbozzati di grande  dimensione.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spazio interno è colmato di terra fino al livello delle creste murarie, che ne sono infatti in parte obliterate; il sedimento è nero, grasso, ricco di frammenti laterizi  e di resti ossei umani. Qui furono effettuati nell&#8217;estate del 1993 due saggi di scavo, i cui risultati non sono mai stati pubblicati, che misero comunque in luce delle sepolture<a name="_ftnref24" href="#_ftn24">[24]</a>. Per le ragioni suddette è d&#8217;obbligo interpretare l&#8217;Unità Topografica 11 come spazio cimiteriale legato alle esigenze della comunità servita dalla parrocchiale, impiantato sicuramente dopo l&#8217;allargamento delle cappelle laterali<a name="_ftnref25" href="#_ftn25">[25]</a> e quindi successivamente ampliato, quasi sicuramente per la necessità di spazio, verso sud.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimane problematico tuttavia il rapporto di tale necropoli con l&#8217;ossario interno alla chiesa  e con la notizia ottocentesca delle sepolture sotto la pavimentazione della chiesa; è possibile ipotizzare una sequenza diacronica oppure diverse tipologie di sepolture (è attestato che sotto all&#8217;interno della chiesa vi fossero delle sepolture privilegiate e delle tombe infantili) usate sincronicamente?</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-9.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3031" style="margin: 5px;" title="UT9" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-9-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Ad est della torre campanaria, a nord-est del recinto cimiteriale, in posizione depressa rispetto all&#8217;area circostante, è stata rilevata una fossa (UT 9), la cui profondità, rispetto al materiale di riempimento posto sul fondo, è di almeno 2,5 m. L&#8217;UT ha una planimetria a forma di &#8220;8&#8243; (asse N-S 3m. larghezza massima 1,70  m, larghezza minima alla strozzatura 1,25 m), con la sfera meridionale di minore dimensione; proprio questa parte è stata ulteriormente allargata mediante l&#8217;apertura di una nicchia dall&#8217;apertura rettangolare, che si restringe verso il basso. Il taglio della roccia è quasi verticale, e le pareti sono intonacate con coppi disposti di piatto e abbondante malta grigiastra, lisciata in superficie. Tale rivestimento non copre tutte le superfici in modo omogeneo, ma si interrompe ad un punto abbastanza basso dell&#8217;apertura, in modo discontinuo. La funzione dell&#8217;UT 9 era sicuramente quella di cisterna per l&#8217;approvvigionamento idrico; poiché nel banco di roccia contermine alla fossa, pur molto degradato, non si leggono tracce di canalizzazioni si può immaginare che il serbatoio convogliasse l&#8217;acqua piovana mediante la pendenza del terreno circostante oppure che vi venisse versata, almeno in parte, da portatori d&#8217;acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">La cisterna ha generato alcune leggende, piuttosto diffuse in contesti simili; mi è ad esempio stato riferito che la cavità fosse completamente colma di detriti e che sia stata svuotata, almeno un secolo fa, da un prete in cerca di un tesoro (<em>su siddadu</em>). Altri racconti riportano che in realtà la fossa non sarebbe altro che una via di fuga, un passaggio segreto, che conduceva, secondo le varianti, al castello di Casteldoria, alle falde del monte o infine al monte prospiciente, dove sorgeva il convento dei domenicani.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto l&#8217;altipiano è interessato dalla dispersione di materiale litico, fittile e ceramico. L&#8217;UT 10 è estesa in tutto il pianoro, internamente al muro di recinzione, e comprende al suo interno anche l&#8217;UT 1; presenta una dispersione, piuttosto debole, di scaglie litiche, coppi in stato molto frammentario e rarissima ceramica; il materiale è in quantità maggiore presso gli alberi. Il terreno è regolarmente pianeggiante, con pochi dossi e avallamenti, e in più punti affiora il banco roccioso. Naturalmente la sistemazione a scopo ricreativo dell&#8217;area ha prodotto degli spostamenti e degli accumuli di terra, e conseguenti disturbi nella sua lettura, che sembrano tuttavia minori rispetto alla parte esterna alla recinzione. Per i fattori sopra esposti, aggravati dal basso livello di leggibilità, si può solo ipotizzare l&#8217;assenza di strutture sottostanti e spiegare dunque la presenza del materiale come risultato degli spostamenti di terra.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;angolo sud-ovest dell&#8217;altipiano, a sud della strada (UT 2), a sud-est di questa (UT 3) e esternamente alla muratura nei versanti orientale e, in parte, meridionale sono presenti presente accumuli di terra, pietrame e <a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-bis.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3032" style="margin: 5px;" title="UT6bis" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-bis-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>materiale vario. Al di sotto, direttamente sulla roccia calcarea superficiale, sono dispersi, in modica quantità, frammenti fittili e ceramici (nude grezze, graffite a stecca pisane, invetriate e maculate di produzione locale), dall&#8217;elevato grado di sminuzzamento. La giacitura è fortemente influenzata dalla pendenza e dall&#8217;azione di ruscellamento superficiale delle acque piovane; le UT sembrerebbero dunque risultanti dalla costruzione della strada negli anni 80&#8242; del novecento, con spostamento e accumulo di terra al di là della recinzione di terra e suo conseguente dilavamento.</p>
<p style="text-align: justify;">A sud dell&#8217;UT 3, a un livello altimetrico più basso, è stato riconosciuto un fronte di cava, UT 8, con due tagli con direzione est-ovest posti uno di fronte all&#8217;altro. Il fronte nord presenta un taglio (lungo 6  m e alto al massimo 2 m) verticale, con un gradino nella parte occidentale, coperto da terra e, nella porzione orientale, da un muro a secco in rovina. La parete è liscia, poco erosa, e presenta cinque fori circolari passanti, dalla genesi e funzione incerta. Non si possono purtroppo stabilire i moduli dei conci estratti. Di fronte, a 3 m di distanza (lo spazio intercorrente è colmo di detrito) è un probabile secondo fronte di cava, meno lungo ed alto. Nel banco roccioso dove è stato effettuato è riconoscibile una fossa quadrangolare poco profonda. Nel sito era presenta una cava per l&#8217;estrazione di materiale da costruzione, risalente ad un momento precedente l&#8217;utilizzo dell&#8217;esplosivo (metà del XX secolo) in operazioni di questo tipo. E&#8217; ricordata ancora in attività nella prima metà del novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">Le pendici orientali, meridionali e occidentali di <em>Monte Cheja</em> sono attualmente occupate dalla recente espansione edilizia, che ha intaccato e presumibilmente distrutto il potenziale archeologico dell&#8217;area. Solo parte del pendio occidentale e di quello settentrionale sono ancora liberi da costruzioni, probabilmente a causa della pendenza elevata e qui si sono potute rilevare delle emergenze archeologiche. Il versante roccioso posto al di sotto della parte occidentale della chiesa è interessato da una serie di azioni edilizie poste su tre livelli (UT 12), costituito dalle sostruzioni dell&#8217;edificio religioso e da cavità naturali chiuse da strutture murarie probabilmente ad uso agro-pastorale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pendio al di sotto di questo complesso (UT 5) contiene una forte dispersione di elementi litici, laterizi, ceramica (in piccola quantità, si annoverano soprattutto produzioni e rari prodotti più antichi) e materiale vario. I reperti sono disposti in modo incoerente e la giacitura e fortemente influenzata dalla pendenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6.jpg"><img class="size-medium wp-image-3033 alignleft" style="margin: 5px;" title="UT6" src="http://www.ztaramonte.it/word/wp-content/uploads/2010/12/ut-6-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Immediatamente a nord dell&#8217;UT 5 è sito un lotto di terreno (UT 6), chiuso in ogni direzione da recinzioni metalliche, dalla forte pendenza, coltivato ad erbaio per il pascolo, dalla forte pendenza. La dispersione è qui molto elevata e comprende un&#8217;enorme quantità di pietrame, coppi e frammenti ceramici, che si accumulano specialmente nella fascia altimetrica più bassa. Nell&#8217;isoipsa più alta invece i fittili sono più rari (e meno sminuzzati), ma si notano vari litici squadrati e lavorati, provenienti probabilmente da strutture sovrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il materiale ceramico riconosciuto afferisce soprattutto alle produzioni di  nude grezze, maiolica arcaica pisana e savonese e ispano-moresche, mentre sembrerebbero piuttosto rare le intrusioni di reperti più recenti (sono stati comunque rilevati catini verdi valdarnesi e invetriate ottocentesche). La grandissima quantità di oggetti databili al tardo medioevo, e al più tardi (ma in misura minore) al seicento, fanno ipotizzare in quella fascia cronologica, un&#8217;azione di discarica dal pianoro sovrastante,  da porre forse in relazione con azione di distruzione e/o costruzione di strutture.</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva si potrebbe trattare di un&#8217;azione di discarica conseguente alla distruzione di strutture precedenti e alla costruzione, o ampliamento, di nuovi edifici e quindi, più precisamente, di un&#8217;azione legata all&#8217;impianto o ad uno degli ampliamenti documentati per la chiesa di San Matteo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><em>Note:</em></strong></h3>
<hr style="text-align: justify;" size="1" />
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Tale nome era usato normalmente anche a livello colto, vd. Patatu 2004, p.270.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> Chiaramonti, p. 100.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn3" href="#_ftnref3">[3]</a> Edita e tradotta in Bussa 1986.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn4" href="#_ftnref4">[4]</a> Questa invece è solo citata dallo Zabarayn nel 1701, che ci dice però che il villaggio, di 190 case, è posto &#8220;&#8230;in terreno aspro nella pianura di un monte&#8230;&#8221;, Bussa 1987, p.430.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn5" href="#_ftnref5">[5]</a> Bussa 1986, p.301.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn6" href="#_ftnref6">[6]</a> Bussa 1986, p.301.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn7" href="#_ftnref7">[7]</a> Angius 1850, p. 658</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn8" href="#_ftnref8">[8]</a> Angius 1850, p. 658</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn9" href="#_ftnref9">[9]</a>Notizia in Patatu 2004, p.92.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn10" href="#_ftnref10">[10]</a> Della Marmora 1868, II, pp.670-671.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn11" href="#_ftnref11">[11]</a> Il tracciamento definitivo è databile al novembre del 1870; la strada fu aperta al traffico nell&#8217;agosto del 1873, cfr. Patatu 2004, pp.101-102; 106-108</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn12" href="#_ftnref12">[12]</a> Solo i carri cingolati riuscivano, con grande sforzo, a percorrerla negli anni 50&#8242;, come testimoniato dal sig. Giovannino Falchi, che ringrazio per la disponibilità con la quale mi ha fornito un gran numero di notizie sul castello e il paese di Chiaramonti fino alla prima metà del novecento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn13" href="#_ftnref13">[13]</a> Maxia 1994, p. 121.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn14" href="#_ftnref14">[14]</a> Ancora nel 1834 l&#8217;abitato era concentrato in tre arterie principali, <em>Carruzzu, Longu</em>, <em>Muru Pianedda</em> e <em>Pala e Chercu</em>; il punto d&#8217;incontro era l&#8217;attuale Via Lamarmora, <em>su Salone</em>. Cfr Chiaramonti, p.87.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn15" href="#_ftnref15">[15]</a> Il toponimo è citato anche in Patatu 2004, p.287.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn16" href="#_ftnref16">[16]</a> Maxia 1994, p.334.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn17" href="#_ftnref17">[17]</a> Maxia 1994, p. 154.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn18" href="#_ftnref18">[18]</a> Fondato nel 1587, cfr. Chiaramonti, p.57.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn19" href="#_ftnref19">[19]</a> Una testimonianza ottocentesca in merito in Patatu 2004, p.287.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn20" href="#_ftnref20">[20]</a> Il modello di schedatura utilizzato è quello, continuamente in corso di elaborazione e revisione, delle Cattedre di Archeologia Medievale dell&#8217;Università di Sassari  e Pisa del prof. Marco Milanese, sulla base della scheda UT elaborata alla fine degli anni novanta dal gruppo di lavoro dello stesso prof. Milanese nelle Università di Sassari, Genova e Pisa (Per cui vedi Gattiglia-Stagno 2005). Tale modello è rielaborato e aggiornato costantemente in rapporto alle esperienze sul campo, svolte in riferimento a tesi di laurea e progetti di  ricerca afferenti comunque alle Cattedre di Archeologia medievale dell&#8217;Università di Sassari e di Pisa e al nascente Centro di Documentazione dei Villaggi Abbandonati della Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn21" href="#_ftnref21">[21]</a> Riferimenti metodologici per l&#8217;indagine sul campo Cambi-Terrenato 1994, Cambi 2003, Milanese 1999, Valenti 1989.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn22" href="#_ftnref22">[22]</a> Angius 1850, p. 658.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn23" href="#_ftnref23">[23]</a> <em>Infra</em>, introduzione al presente capitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn24" href="#_ftnref24">[24]</a> Ricordo personale.</p>
<p style="text-align: justify;"><a name="_ftn25" href="#_ftnref25">[25]</a> <em>Infra</em>, par. 4.1.3.2.</p>
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